Sororità di Claudia Iandolo

di Daniele Ventre

 

Quello che Claudia Iandolo presenta ai lettori, con la sua corona di venti poesie, raccolte nella silloge Sororità (LietoColle, 2014) è un monumentum dedicato a un’amica scomparsa. Già il titolo rende ragione dell’affetto per la creatura sorella appena perduta, ritratta in modo indiretto in un’opera che  nella delicatezza dell’espressione del dolore, non scade mai nella retorica chiassosa del planh. Ovviamente, la decisione di connotare l’omaggio poetico con una precisa identità, sotto la bandiera della sorellanza, rimanda a una scelta di campo politico ma anche di campo semantico, vista la necessità impellente dell’autrice di fornire alla scomparsa dell’amica una cornice di senso che la inquadri e ne elabori il lutto, garantendo al contempo, come nella dedicatio di ogni monumentum che si rispetti, la  permanenza della persona perduta in una sorta di parusia minimale, che al di là della morte possa perdurare. Attraverso la forma della commemoratio la rappresentazione della morte acquisisce anzi la funzione di preservare l’essenza e la valenza figurale dell’amica che è venuta a mancare; in tal modo, questa poesia riacquista, in netta opposizione al tema del nulla che domina l’epoca a cui appartiene, quella antica funzione di rito evocativo e rievocativo che è proprio di un arcaico kléos àphthiton, frutto dell’arte di mantenere perpetua l’eco di una individualità uscita dall’orizzonte dell’esistenza sensibile. Si tratta però di un’eco perdurante in una dimensione squisitamente privata e intima, quella in cui l’amica perduta, Lina (il cui nome, come è stato altrove notato, rimanda per ominosa concomitanza al contesto familiaris della poesia sabiana), continua ad agire oltre il velo del nulla come un’ombra compagna, in un rapporto in cui l’opposizione ontologica fra vita e non vita è rovesciata, una volta denunciata l’illusorietà del tempo e dello spazio che sono struttura apparente dell’esperienza comune (bisognerebbe che ci fossero/ davvero// lo spazio e il tempo e i luoghi/ a contenerci// allora saresti morta/ ed io viva), rivelata, di questa esperienza, il tessuto virtuale, perché il mondo, lo sai,/ è quello che hai in testa, e affermata una dimensione metafisica in cui l’assenza definitiva si traduce nell’essere morti/ al qui ed ora/ e viaggiare di possibilità.

In Sororità, l’interazione fra l’autrice e l’ombra compagna dell’amica assume sistematicamente, con tenacia, senza intermissione, il connotato di un dialogo, di un dramma lirico, in cui il femminile assume, in consonanza con il presagio insito nel titolo, l’ossimorica facies di una spensieratezza volitiva, tesa a creare un nuovo ordine metafisico del mondo e una nuova forma di mistica tangenza con il suo fondamento: così appare nella terza poesia di Fotoromanza, la prima sezione (che era di luna/ la tua lingua rampicante // cavaliera disarmata/ della notte), così il discorso poetico della Iandolo si palesa nella terza lirica della seconda sezione, Medusa, ed è questo un brevissimo componimento in cui la permeazione reciproca fra l’autrice e l’amica scomparsa si trasforma in un reciproco sogno di notti segrete/ indeate, nel quale si sottende una dimensione ultraterrena tesa fra una sorta di psicopannichismo e la possibilità di fusione con un assoluto femminino, lunare, una sorta di Eterna –di qui fra l’altro, nel componimento che abbiamo appena citato, l’hapax “indeate”, participio medio reciproco ricavato da dea e ricalcato sul dantesco indiarsi, epperò lontanissimo, nella sua mutualità paritartia, dal tradizionale processo mistico di indiamento, gerarchico e maschile. Questo fondamento, questa deità selenitica, si trasforma in un corpo mistico della affermazione della sorellanza (dove ci sorprende la luna/… ci saremo tutte/ figlie mancate/ di Lilith l’ubiqua, incipt della IV lirica di Train de Vie), in cui la comunione con l’amica perduta si inserisce in una dimensione etica che trascende, e perciò supera, la separatezza e la separazione insite nel lutto individuale. In questo orizzonte, l’amica ormai proiettata in questo immaginario ultraterreno è fatta oggetto di una preghiera laica tesa fra affettuosità ironica e liturgia dell’assenza (ora che ti affacci su scale sospese/ mandaci lune come perle da infilare/ e sogni che non franino al mattino// nunc et in hora che verrà comunque/ aspettaci agli arrivi e alle partenze/ tu in mulieribus splendida e lunare).

Sezione dopo sezione, scandito secondo simmetrie interne ben dissimulate ma ineludibili, Sororità ricorre a una lingua che appare quotidiana e colloquiale, ma è tanto più complessa nel suo gioco di equilibrio espressivo, quanto più riesce a dissimulare, in una sorta di profilo stilistico medio deliberatamente cercato, la presenza di neo-conii ed elementi linguistici allotrii, che si palesano come piccole ierofanie, piccoli prodigi di manifestazione quasi soprannaturale.  Sul piano metrico-verbale, la coesistenza di questo duplice piano espressivo si traduce in un andamento di fondo al limite della prosa ritmica, in cui però balenano in modo calcolato endecasillabi e settenari, sia che si profilino come unità metriche compiute, sia che si ricompongano all’orecchio al di là della pausa dettata dal silenzio dello spazio bianco. Ne viene fuori un impasto formale in cui stile e ritmo convergono nel dipingere un mondo che lascia affiorare, al di là del bianco e nero del quotidiano e dei suoi smottamenti ontologici, un potenziale sbocco nel totalmente altro: una poetica e una visione che potrebbero sconcertare, nella loro alterità, il bon ton intellettuale del mainstream poetico, e che tuttavia meritano ascolto, al di là di ogni incidentale pregiudizio critico e di ogni possibile precomprensione, e incomprensione, di sorta.

 

Comprensibilità / incomprensibilità in poesia

[Questo testo è nato da una discussione svoltasi sul sito  “Poliscritture”. Ed è stato poi lì pubblicato come pezzo autonomo. Lo ripropongo molto volentieri su NI.]

di Massimo Parizzi

Per me questa discussione è stata tutta interessante. Ma riguardo a un tema in particolare, la “comprensibilità/incomprensibilità” in poesia, vorrei cercare di dire qualcosa su questioni che, stranamente, mi sembra non siano state toccate. Scusate se comincio con ricordi personali.

Un incontro determinante per il mio futuro (e tuttora il mio presente) fu, tra i 16 e i 17 anni, cioè nel 1966-1967, quello con un gruppo di pittori, scrittori e “teatranti” che in quegli anni aprirono a Milano una “galleria-teatro-laboratorio” dal nome Il Parametro e fecero uscire per due numeri una rivista omonima. I pittori erano astrattisti geometrici. Gli scrittori guardavano a Beckett (poi si sarebbero innamorati, loro e anch’io, dello strutturalismo) e componevano testi di parole e frasi esatte, sonore e misteriose. Continua a leggere Comprensibilità / incomprensibilità in poesia

Cinque poesie

di Domenico Cipriano

Da Il centro del mondo, Transeuropa/Nuova poetica, 2014.

Cipriano, cover

La campagna (1-5)

1.

La staccionata resta fissa nello sguardo
si attarda a misurare la luce
il passo lento del veggente scruta il verde
e torna a mescolare il suono del fiume.
Siamo fatui e sorpresi da tanta calma, la notte non tarderà
ma il suono di chi non c’è si mimetizza all’aria.
Nuvole sui passi lascivi, le impronte
ci costringono a recuperare il senso della presenza:
ogni chiaroscuro e la sua ombra ci convincono
dell’eternità nascosta nelle cose.
Gli oggetti vivono nel pensiero e la musica
riprende le forme di involucri geometrici
il suo fiato è già regolare dopo l’affanno del divenire.

2.

Oggi assaporiamo il sole
tra giri di armonica e una tettoia da ricostruire
sulla casa che ondeggia ai bordi del fiume
tra i numerosi volti degli insetti
e le specie di pesci d’acqua dolce.
È come intrufolarsi nel sogno di qualcuno
che si conosce appena, liberarlo dagli incubi più profondi
e coglierne solo immagini salutari.
Un viaggio dentro il sogno che ci resta
da compiere ogni giorno
fino a che la disperazione non si piega
lasciandoci un segno del perdono.

3.

Cosa è stato delle tenebre
se ora sciogliamo tutto nella cenere
ovunque viaggiamo in spazi già vissuti,
tra il verde disteso della campagna
e le staccionate bianche che ridisegnano i contorni.
Lungo strade semideserte e disseminate di lampioni
versiamo il nostro vino che ci ha scoperti antichi
radicati alla orme scrostate nella terra
alla polvere che imprime il sole e al fango
che nasconde i vermi. Non è più tempo di agonia,
la mente ci rinomina, ci trasmette il senso di chi manca,
le loro storie camuffate nei segni impressi alle stagioni,
nel cambio degli umori all’albeggiare.

4.

Per ogni giorno di disperazione ricambiamo
con un brindisi alla memoria
perché ognuno è la prova della vita inimitabile,
ognuno rinnega il passato prima di colarci dentro.
Questa ciclica visione degli eventi
non torna mai veramente indietro
e siamo altro a ogni legaccio dell’esistenza
in ogni stanza dove anneghiamo la disperazione
o rivalutiamo la speranza. Un nuovo mondo,
una nuova esistenza per ogni parola pronunciata,
anche se riversiamo simili le croci nei cimiteri
e parliamo simili discorsi,
non restano i morsi non consumati, i volti dimenticati.

5. finale

Sono restato seduto dietro una panchina per anni
il cielo è rosso vermiglio e ricordo la tua pelle liscia
quando mi scorre il latte sulle guance.
La notte è un piedistallo e restiamo immobili solo io e te
con gli occhi che sono camaleonti
sotto la luce dei lampioni. Il verde condiziona il giorno
schiarendo le tonalità del cielo
ora che tutto è disteso e senza confini
non si vedono più le staccionate
e il buio serve solo a consolare.
Voglio consegnarmi alle distese della terra fertile
lontano dal mare che paradossalmente
è sterile ed esplora. Qui nulla ti riconosce e inganna
c’è un profumo di uva secca e muschio
una finestra per il sole, senza un confine netto
tra vivere e sperare.