Il colonialismo, Montanelli, i nonni fascisti, la memoria

dialogo fra Igiaba Scego e Paolo Di Paolo
(da «Il Garantista» 25.6.2014)

montanelli

Mentre Carlo Lucarelli ambienta il suo ultimo romanzo Albergo Italia (Einaudi) nell’Eritrea di fine Ottocento, il grande rimosso del colonialismo italiano torna a farsi sentire in Roma negata (Ediesse), che Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somala, ha scritto cercando i luoghi di Roma segnati dalle antiche imprese africane. Il fotografo Rino Bianchi la accompagna fissando spazi che ogni giorno percorriamo senza sapere, senza ricordare. L’impegno di Scego e Bianchi è la memoria, è riportare alla luce tracce anche dolorose del remoto e ottuso sogno imperialista. A un certo punto del racconto spunta anche Indro Montanelli, fondatore di quel «Giornale» che proprio oggi compie quarant’anni. Montanelli era stato in Africa da volontario fascista nella campagna del 1936. Negli anni Novanta polemizzò a lungo con lo storico Angelo Del Boca sull’uso dei gas (Indro li negava, Del Boca dimostrò con i documenti che furono usati). Sui nonni colonialisti dialogano in questa pagina Igiaba Scego e lo scrittore Paolo Di Paolo, che ha appena pubblicato Tutte le speranze. Montanelli raccontato da chi non c’era (Rizzoli), una rilettura personale della vita del grande e discusso giornalista.

IGIABA SCEGO
Howa Tako per me era la donna raffigurata sui cento scellini somali. Una donna con un bimbo issato sul grembo e una grinta rabbiosa che incitava i popoli alla rivolta. Ricordo che da bambina ero affascinata da questa donna che emergeva dal sole con in mano gli strumenti della resistenza. Howa aveva riempito il mio immaginario di piccola ribelle e con un certo orgoglio dicevo sempre a mia madre «Da grande voglio diventare come lei». Quando non spuntava fuori da una banconota, Howa come per magia si issava potente su un piedistallo altissimo e bianchissimo. Era la mia statua preferita a Mogadiscio, quando ancora c’era la mia Mogadiscio, quando ancora c’erano le statue, prima della guerra. Mi piaceva il suo guntino che lasciava scoperta una spalla, il foulard leggero che le copriva la testa e quella folle corsa che caratterizzava il suo mondo. Poi però il mio sguardo di bambina si fissava su quella freccia che Howa aveva conficcata in petto. Non era una freccia di Cupido purtroppo, ma qualcosa che l’avrebbe presto portata alla morte. Howa era lì, a pochi metri dal teatro nazionale di Mogadiscio, a testimoniare la sua lotta contro il colonialismo. Di lei lo scrittore Nurrudin Farah dirà che stava compiendo un jihad contro gli invasori italiani quando è morta.

Howa Tako, figura mitologica (si sa molto poco di lei) e storica insieme (perché sono tutti concordi sulla sua reale esistenza e su quella morte atroce) per me è sempre stato un monito a combattere le discriminazioni e le pratiche coloniali ovunque fossero. Una nonna ideale, una donna forte, come lo erano in tante. Però in Italia di questa forza delle donne dell’Africa Orientale si è sempre saputo poco. Domina l’immaginario la faccetta nera, la donna facile, sempre in offerta, «una cosa che serve al maschio bianco quando ha bisogno carnale» come sottolinea lo scrittore coloniale Mitrano Sani nel suo Femina Somala, 1934. E qui il pensiero mi corre alla dodicenne Fatima moglie provvisoria di Indro Montanelli. Una moglie da colonia «regolarmente comprata» insieme ad un cavallo e un fucile per la modica spesa di 500 lire come ci teneva a precisare l’Indro Nazionale. Ad Enzo Biagi dirà durante un’intervista riferendosi alla sua sposa bambina «a dodici anni quelle lì erano già donne». Dirà di lei che era docile, un animalino e che per accontentarla «io li misi su un tuqul con dei polli». Quello che mi ha sempre colpito, e non solo in Indro Montanelli, ma in genere degli italiani in colonia è questa sorta di rigenerazione maschile di cui parlano spesso, come se l’Africa intera fosse un enorme Viagra naturale. Lo stesso Montanelli pur rendendosi conto dell’astoricità dell’impresa coloniale italiana dirà che «ebbi due anni di vita all’aria aperta, bella, di avventura, in cui credetti di essere un personaggio di Kipling». Ma quelli che per lui furono anni bellissimi, sono anni – e ce lo ricorda Angelo Del Boca nella sua monumentale opera Gli Italiani in Africa orientale – di odio, strage, genocidio. Anni di popolazioni gassate, donne stuprate, deportazioni coatte. Oggi di questa storia in comune si ricorda poco. Non viene studiata a scuola, non viene reso patrimonio nazionale. Forse è ora che l’Italia cominci a studiarla la storia del colonialismo, perché è proprio dagli errori del passato che forse si potrà costruire un futuro di speranza. Un futuro dove finalmente potremmo essere una Repubblica fondata sull’amore, la conoscenza reciproca e il rispetto dell’altro.

PAOLO DI PAOLO

C’è un video su YouTube, estratto da una trasmissione Rai con Gianni Bisiach del 1969: Montanelli racconta la sua avventura coloniale, con un tono in effetti un po’ spiccio e un po’ tronfio. Quando racconta della sua sposa ragazzina – «regolarmente comprata dal padre» – lo fa con un sorriso troppo lieve, che gli si spegne sulla labbra quando dal pubblico una giovane donna lo accusa di maschilismo e di violenza. Indro balbetta, ripete che in Africa era diverso, ma non convince. Interessanti sono i commenti odierni sotto il video (peraltro postato da una trentenne): è, come sempre, una gragnuola di insulti, di improperi, «pedofilo», «porco», «fascista». A difendere il giornalista sono in pochi, ed è comprensibile: l’avventura nel ’36 con la dodicenne non è difendibile. Ma queste reazioni un po’ isteriche, tipiche della Rete, ci dicono quanto sia sommerso il nostro passato coloniale. I fantasmi che abitano le coscienze di generazioni di francesi o di portoghesi non abitano le nostre.

L’impresa fascista in Abissinia passa troppo spesso – ha ragione Igiaba Scego – per una qualunque allegra scampagnata. Ma se lei, che ha cercato dentro Roma le tracce di questo passato, ha nell’eroina Howa Tako una nonna ideale, a molti di noi tocca fare i conti con i nonni reali. Quanti affrettati detrattori dell’Indro colonialista ignorano di avere rami del proprio albero genealogico implicati in quello stesso passato? Il punto è questo: non sappiamo niente. Abbiamo alle spalle nonni e bisnonni fascisti volontari e involontari: parlo del mio, classe 1918, andò in Africa anche lui, e tornò – diceva mia nonna – che era irriconoscibile. C’è ancora da esplorare questo paesaggio di nonni fascisti, c’è ancora da fare i conti sul serio, con le loro speranze sbagliate,con i loro inciampi coloniali, machisti, bellicosi, violenti. Invece si ha sempre l’impressione, in un certo discorso pubblico, che tutti abbiano avuto nonni partigiani. Magari! Si può cambiare look, ma è difficile cambiare gli avi. Siamo ancora in tempo per riaprire un discorso differente, meno preoccupato, meno affannato dall’emettere sentenze – facili, in fin dei conti – e più profondo di qualunque condanna. Non è nemmeno questione di assolvere, per carità, ma – una buona volta – di capire. Senza quest’ansia ridicola di sentirsi puri, giusti, migliori a posteriori. Ricordo l’onestà con cui Carlo Lizzani, maestro di sinistra, ricordava, seduto nel salotto di casa sua, il suo entusiasmo di ventenne per Mussolini. E ricordo con emozione la lettura dell’unico libro, o uno dei pochissimi, che abbia tentato di fare i conti in modo diverso con quel passato scomodo: Accanto alla tigre di Lorenzo Pavolini, nipote del gerarca. La dedica del romanzo è: «Ai padri». E l’incipit suona così: «Non sapevo che mio nonno fosse un gerarca fascista fucilato a Dongo e appeso a testa in giù a piazzale Loreto».

La prospettiva più onesta e più utile da cui partire sempre: «Non sapevo». Non occorre neanche troppo il sensazionalismo alla Pansa, che forse ha qualcosa di nevrotico, e così non occorrono spalti e rispettive tifoserie. I tribunali da cui si giudica, in un senso o nell’altro, il passato hanno sempre qualcosa di posticcio, quando non di retorico («Pazzi che dicevate mai più, presto, riditelo» esclamava Beckett). Vorrei invece andare incontro a mio nonno, a Montanelli, ai nonni in un luogo in cui guardarli in faccia senza l’assedio degli applausi o dei fischi.

Giustizia per i nuovi desaparecidos

di Enrico Calamai

Immigrati a lampedusa
Immigrati a Lampedusa

(Igiaba Scego ci inoltra il testo dell’intervento di Enrico Calamai alla conferenza stampa che si è tenuta ieri, 10 luglio 2014, alla Camera. Calamai – ex diplomatico, durante gli anni dell’ultima dittatura argentina console a Buenos Aires, dove salvò centinaia di persone, e in seguito tra i fondatori del Comitato per la promozione e la protezione dei diritti umani – è membro del Comitato “Giustizia per i nuovi desaparecidos” che, durante la conferenza stampa, ha presentato un appello per la convocazione di un Tribunale Internazionale di opinione sui crimini perpetrati sulla pelle dei migranti viaggiatori. Qui potete leggere il testo integrale dell’appello: http://habeshia.blogspot.it. E questa è la mail del comitato: nuovidesaparecidos@gmail.com.)

E’ un fatto che negli ultimi settant’anni la comunità degli Stati ha elaborato un corpus giuridico in materia di promozione e tutela dei diritti umani, che è andato acquistando peso sempre maggiore nell’ambito del diritto internazionale. Ma è altresì un fatto che gli stessi Stati, nel loro elefantiaco funzionamento quotidiano, continuano a calpestarli. Ciò vale anche per le cosiddette democrazie avanzate del mondo occidentale e per la stessa Italia. E’ quanto accade, da troppo ormai, nei confronti di richiedenti asilo e migranti che, non dimentichiamolo, hanno anch’essi pieno titolo al rispetto dei loro diritti fondamentali e, in particolare, del diritto alla vita.

Furono gli albanesi i primi a subire increduli quel mix di astuzia, pregiudizio e forza che sarebbe culminato nell’affondamento di un loro barcone, con tutto il carico di umanità dolente, ad opera di una nave della nostra marina militare.

Ma sarebbe provenuta dal sud del mondo, attraverso l’altra sponda del Mediterraneo, mentre Bush senior vagheggiava di un nuovo ordine mondiale, la spinta che continuamente si rinnova e ancora spaventa l’Europa opulenta del nuovo millennio, al punto di farle annoverare l’immigrazione clandestina tra le principali minacce da cui difendersi, nell’ambito della politica di sicurezza comune. Ed è difficile, quando sono in alto mare o in mezzo al deserto, distinguere gli immigrati dai richiedenti asilo.

Intendiamoci, gli Stati hanno il dovere di difendere frontiere, coste e acque territoriali, specie in congiunture come quella attuale, caratterizzata da venti di guerra in Medio Oriente e ai confini dell’ex Unione Sovietica, hanno il diritto di dotarsi di leggi finalizzate al controllo dell’immigrazione, così come di stabilire accordi bilaterali con paesi di dubbia democraticità.

Da un punto di vista formale, senza entrare in questa sede nel merito dei singoli contenuti, ciascuna di queste attività normative o pattizie è lecita. Il problema sta nelle ricadute sui non cittadini che tali attività vengono ad avere nel loro insieme, quando a svolgerle di concerto sono tutti i soggetti regionali. Stiamo parlando dell’operato – anche omissivo – degli Stati europei, della stessa Unione Europea e della stessa NATO, da una parte, degli Stati africani di attraversamento, dall’altra. E, per contro, della difficoltà per un’opinione pubblica tuttora delimitata da confini nazionali, di arrivare a ricostruire il quadro complessivo.

Stiamo parlando di un combinato disposto che ha fatto del Mediterraneo e dello stesso deserto che ormai possiamo considerare come gravitante intorno, un immenso vallo, non dissimile nella sostanza dalla terra di nessuno che divideva le opposte trincee del fronte durante la I guerra mondiale, protetto da filo spinato, mine e spuntoni di ferro, per massimizzare il numero dei morti ad ogni tentativo di attraversamento. Ed è l’invalicabilità di questo argine che frantuma le ondate di disperati alla ricerca di una qualunque via di fuga, a costringerli a mettersi nelle mani degli scafisti, anzi, e dobbiamo dirlo con forza, è tutto questo che produce il lavoro sporco degli scafisti.

Non possiamo non dirci che è estremamente improbabile che un barcone possa sfuggire ai controlli incrociati continuamente in atto da parte di aerei, droni, satelliti, elicotteri, sofisticate apparecchiature radar, ecc. e che lo stesso accada per i gruppi che si avventurano nella traversata del deserto nella speranza di raggiungere il Mediterraneo. Non possiamo non dirci che esiste la possibilità almeno che vengano inquadrati, seguiti fin dall’inizio e lasciati a percorrere fino in fondo il loro calvario, nell’ambito di una strategia di deterrenza finalizzata a decimarne il numero, nell’impossibilità di sradicare del tutto il fenomeno.

La logica di quello che nei fatti è un aberrante dumping di vite umane sembra essere: ne colpisci uno, ne educhi cento o mille. Ma il fatto sorprendente è che anche se ne colpisci cento, continuano a tentare di arrivare perché privi di alternative, in fuga come sono da dittature, terrorismo, catastrofi ecologiche e miseria estrema e crisi troppo spesso da noi stessi provocate. E allora, ecco che il fronte viene spinto sempre più in là, fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento, dispersi nell’ambiente, impensabili e inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo.

Sono, in una parola, i nuovi desaparecidos, e il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in maniera che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere.

Ci dicono, adesso, che con Frontex e con Mare Nostrum vengono tutti salvati, e ben venga, ma non possiamo più illuderci, non possiamo più accettare che torni ad affiorare la sinusoide delle vittime con titoli come quelli apparsi in questi giorni: “Naufraga gommone, 70 dispersi” oppure “Nella barca a Pozzallo 45 morti”.

C’è, in tutto questo, qualcosa che rientra nella categoria dell’intollerabilità del diritto ingiusto, secondo la formula elaborata dal giurista tedesco Radbruch al termine della II guerra mondiale. Lo ha detto di recente, d’altronde, il nostro presidente del Consiglio: “l’Europa non può salvare le banche e lasciar morire madri e bambini”. Il che ammonta a riconoscere l’esistenza di responsabilità, salvo scaricarle sulle spalle altrui.

Di fronte a ventimila morti a noi sembra sia il caso di parlare di crimini di lesa umanità e, come cittadini italiani, ci aspettiamo altro che battute auto assolutorie all’inizio del semestre di presidenza europea. Con questo documento chiediamo al nostro Governo di intraprendere i passi necessari a smantellare la situazione di fatto e di diritto che è causa di tali crimini. E ci proponiamo di portare avanti un’attività d’inchiesta, affinché le eventuali responsabilità di quanto finora accaduto vadano chiarite e perseguite, con quella che dovrebbe essere l’unica, vera arma della civiltà: il diritto.

Chiediamo l’aiuto della stampa più qualificata per abbattere il muro di gomma dell’inconsapevolezza dell’opinione pubblica e avviare fin da subito un percorso di verità e giustizia. Dobbiamo interrompere questa catena infame, porre al più presto fine a un meccanismo che costantemente rimescola vittime e benessere, trasformandoci in collettività subalterna e silenziosa di una democrazia, che non può essere altro che forma vuota ove non accompagnata da autentico rispetto dei diritti umani.