Lo schiavista

schiavista(Silvia Castoldi ha tradotto per Fazi Editore un libro davvero interessante, Lo schiavista, di Paul Beatty, appena entrato nella short list del Man Booker Prize.  L’editore ce ne regala un estratto, il volume è in libreria dal 6 ottobre scorso. L’autore sarà a Milano, per Bookcity, il 20 novembre)

di Paul Beatty

So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato, incurante delle regole del mercantilismo e delle prospettive di salario minimo. Non ho mai svaligiato una casa, né rapinato un negozio di alcolici. Non mi sono mai seduto in un posto riservato agli anziani su un autobus o su un vagone della metropolitana strapieni, per poi tirare fuori il mio pene gigantesco e masturbarmi fino all’orgasmo con un’espressione depravata e un po’ avvilita sul volto. Eppure eccomi qui, nelle cupe sale della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, con l’auto, quasi per ironia della sorte, parcheggiata in divieto di sosta su Constitution Avenue, le mani ammanettate dietro la schiena, il diritto di restare in silenzio che mi ha detto addio da un bel pezzo; seduto su una sedia dall’imbottitura spessa che, proprio come questo paese, non è affatto comoda come sembra.

Sono stato convocato tramite una busta dall’aria ufficiale col timbro «IMPORTANTE!» in grossi caratteri rossi, come l’avviso di una vincita alla lotteria, e da quando sono arrivato in questa città non ho mai smesso di stare sulle spine.

«Gentile signore», diceva la lettera.

«Congratulazioni, lei potrebbe aver già vinto! Il suo ricorso è stato selezionato tra centinaia di altri per un’udienza di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. Che grande onore! Le raccomandiamo caldamente di presentarsi con almeno due ore d’anticipo rispetto all’orario previsto per l’udienza, che si terrà alle ore dieci del mattino del 19 marzo, nell’anno del Signore…». Seguivano le istruzioni per raggiungere la Corte Suprema partendo dall’aeroporto, dalla stazione ferroviaria e dall’autostrada, e una serie di buoni da ritagliare per l’ingresso omaggio ad alcune attrazioni turistiche, ristoranti, bed and breakfast e simili. Non c’era firma. Solo una frase di commiato:

Cordiali saluti,


Il Popolo degli Stati Uniti d’America.

Il giudice capo presenta il caso. Il suo contegno spassionato da uomo del Midwest contribuisce parecchio ad allentare la tensione in aula. «Il primo dibattimento della mattinata riguarda il caso 09-2606…». Fa una pausa, si strofina gli occhi, poi si ricompone. «Il caso 09-2606, Me contro gli Stati Uniti d’America». Nessun subbuglio. Solo un po’ di risatine, qualcuno che alza gli occhi al cielo e qualcun altro che esclama, schioccando la lingua: «Ma chi si crede di essere quel bastardo?». Lo ammetto, «Me contro gli Stati Uniti d’America» suona un po’ come un’autoesaltazione, ma cosa posso farci? Io sono Me. Letteralmente. Un discendente non particolarmente orgoglioso dei Mee del Kentucky, tra le prime famiglie nere a stabilirsi a sud-ovest di Los Angeles. Posso far risalire il mio albero genealogico fino al primo bastimento che sfuggì alla repressione autorizzata dagli Stati del Sud: il Greyhound. Ma quando sono nato mio padre, seguendo la tradizione distorta degli intrattenitori ebrei che cambiano nome, e dei neri ansiosi con un impiego al di sotto delle proprie capacità che li invidiano, decise di abbreviare il nostro cognome, abbandonando quell’ultima e ingombrante come Jack Benny abbandonò Benjamin Kubelsky e Kirk Douglas Issur Danielovitch Demsky; come Jerry Lewis abbandonò Dean Martin, Max Baer mise al tappeto Schmeling, i 3RD Bass si convertirono ai brani impegnati e Sammy Davis Jr all’ebraismo. Non avrebbe permesso a quella vocale in più di ostacolarmi, come era successo a lui. Papà amava ripetere che non aveva anglicizzato né americanizzato il mio cognome, ma l’aveva attualizzato; che io ero nato avendo già realizzato pienamente il mio potenziale e potevo quindi saltare la piramide dei bisogni di Maslow, la terza classe e Gesù.

Consapevole che le stelle del cinema più brutte, i rapper più bianchi e gli intellettuali più stupidi sono spesso gli esponenti più rispettati della loro professione, Hamp, l’avvocato difensore che somiglia a un delinquente, posa con gesto sicuro lo stuzzicadenti sul leggio, passa la lingua sopra la capsula d’oro di un incisivo e si sistema il completo, un doppiopetto bianco come i denti da latte e cascante come un caftano, che gli pende dalla figura magra come una mongolfiera sgonfia e, a seconda dei vostri gusti musicali, si intona oppure fa a pugni con la permanente chimica nera come l’aspide di Cleopatra e la tinta scura della pelle da kappaò al primo round di Mike Tyson. Quasi mi aspetto che si rivolga alla Corte dicendo: «Cari amici magnaccia ambosessi, magari avrete sentito dire che il mio cliente è disonesto, ma è facile parlare così, perché in realtà il mio cliente è un criminale!». In un’epoca in cui gli attivisti sociali conducono spettacoli televisivi e guadagnano milioni di dollari, non ne sono rimasti molti come Hampton Fiske, fessi pro bono che credono nel sistema e nella Costituzione, ma rimangono consapevoli del divario tra la realtà e la retorica. E anche se non sono sicuro che lui creda davvero in me, ho la certezza che quando comincerà a difendere l’indifendibile non farà alcuna differenza, perché Hamp è un uomo che sul biglietto da visita ha scritto il motto: «Per i poveri ogni giorno è un casual Friday».

Fiske ha appena finito di dire: «Col permesso della Corte», quando il giudice nero avanza quasi impercettibilmente sul sedile. Nessuno se ne sarebbe accorto, ma il cigolio di una rotella della sedia girevole lo ha tradito. E a ogni richiamo a qualche oscura sezione del Civil Rights Act, o a un precedente legale, il giudice si agita con impazienza, e la sedia cigola sempre più forte mentre il peso di quel corpo irrequieto continua a spostarsi da una floscia chiappa diabetica all’altra. Si può integrare l’uomo, ma non la pressione sanguigna, e la vena che pulsa furibonda al centro della fronte lo tradisce. Mi sta rivolgendo quello sguardo folle, penetrante, arrossato, che a casa mia chiamiamo lo sguardo Wil- lowbrook Avenue, dove Willowbrook Avenue è il fiume Stige a quattro corsie che nella Dickens degli anni Sessanta divideva i quartieri bianchi da quelli neri. Ma ormai, in questi tempi post bianchi, post “chiunque abbia due centesimi in tasca se l’è svignata”, l’inferno si estende su entrambi i lati del viale. Le rive del fiume sono pericolose, e mentre sei fermo all’incrocio in attesa che cambi il semaforo anche la tua vita può cambiare. Qualche abitante di passaggio del quartiere, che rappresenta un determinato colore o una gang, o magari una qualsiasi delle cinque fasi del lutto, può sporgere lo shotgun fuori dal finestrino del passeggero di una coupé bicolore, lanciarti l’occhiata feroce da giudice negro della Corte Suprema e chiederti: «Da dove vieni, coglione?».

La risposta giusta, naturalmente, è: «Da nessuna parte», ma qualche volta non ti sentono in mezzo al baccano del motore senza marmitta, della rissosa udienza di conferma, dei media liberal che mettono in dubbio la tua credibilità, della subdola stronza nera che ti accusa di molestie sessuali. Qualche volta “Da nessuna parte” non è una risposta sufficiente. Non perché non ti credano, o perché “Chiunque viene da qualche parte”, ma perché non ti vogliono credere. E adesso, dopo aver perso la sua patina di civiltà aristocratica, questo giudice dal volto incazzato, seduto sulla sedia girevole dallo schienale alto, non è diverso dal gangster che scorrazza su e giù per Willowbrook Avenue, seduto sul sedile del passeggero solo perché ha uno shotgun in mano.

E per la prima volta durante il suo lungo mandato presso la Corte Suprema, il giudice nero ha una domanda da porre. Non è mai intervenuto prima d’ora, perciò non sa esattamente come fare. Lancia un’occhiata al giudice italiano come per chiedere il permesso, poi alza lentamente la mano paffuta, con le dita che sembrano sigari, ma è troppo infuriato per aspettare che gli diano la parola e sbotta: «Negro, sei pazzo?», con una voce sorprendentemente acuta per un nero della sua stazza. Ormai privo di obiettività ed equanimità, picchia sullo scanno il pugno grosso come un prosciutto con tale violenza che l’elegante, gigantesco orologio placcato d’oro appeso al soffitto proprio sopra la testa del giudice capo comincia a oscillare come un pendolo. Il giudice nero si avvicina troppo al microfono e inizia a urlare perché, anche se sono seduto a soli pochi metri di distanza dal suo scanno, le nostre differenze ci rendono lontani anni luce. Pretende di sapere com’è possibile che ai giorni nostri un nero possa violare i sacri principi del tredicesimo emendamento possedendo uno schiavo. Come ho potuto ignorare deliberatamente il quattordicesimo emendamento e sostenere che qualche volta la segregazione unisce le persone. Alla maniera di tutti coloro che credono nel sistema, vuole delle risposte. Vuole credere che Shakespeare abbia scritto davvero tutti quei libri, che Lincoln abbia combattuto la Guerra civile per liberare gli schiavi, che gli Stati Uniti abbiano partecipato alla seconda guerra mondiale per salvare gli ebrei e creare un mondo sicuro e democratico, e che Gesù e le proiezioni da due film al prezzo di uno stiano per tornare. Ma io non sono un panglossiano americano. E quando ho agito come ho agito non stavo pensando ai diritti inalienabili, all’orgogliosa storia del nostro popolo. Ho agito così perché funzionava, e da quando in qua un po’ di schiavitù e di segregazione hanno fatto male a qualcuno?, e anche se così fosse, chi cazzo se ne frega.

Qualche volta, quando uno è sballato come me in questo momento, il confine tra pensiero e parola si fa confuso. E a giudicare dalla bava alla bocca del giudice nero, evidentemente devo aver pronunciato l’ultima frase ad alta voce: «…chi cazzo se ne frega». Si alza in piedi come se volesse prendermi a pugni, con una bolla di saliva che gli sale dalle più remote profondità degli anni di studio alla Yale Law School sulla punta della lingua, pronta a partire. Il giudice capo urla il suo nome, e il giudice nero si trattiene e ricade sulla sedia, ingoiando la saliva, se non l’orgoglio. «Segregazione razziale? Schiavitù? Razza di bastardo senza palle, lo so benissimo che i tuoi genitori ti hanno educato meglio di così, cazzo! Avanti, andiamo a prendere la corda per impiccarlo!».

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Anima di madre

kogldi Gianni Biondillo

Gabriele Kögl, Anima di madre, Keller editore, 2013, 157 pag., traduzione di Laura Bortot

 

Il cuore di una madre può essere un luogo molto buio. Niente indulgenze in questo romanzo della scrittrice austriaca Gabriele Kögl. Innanzitutto nei confronti del lettore: Kögl è laureata in sceneggiatura, saprebbe come scrivere una storia rendendola “cinematografica”, con quella scrittura che in questi anni va per la maggiore, fatta di immagini forti, di dialoghi fitti, di una lingua propedeutica alla messa in scena. Niente di tutto ciò in questo romanzo.  Anima di madre è uno sterminato, sfibrante monologo. Un canto dolente per voce sola, che potrebbe essere letto aprendo a caso il volume, tali e tante sono le digressioni, i salti temporali e logici. Il romanzo non si apre e non si chiude, è un circolo vizioso e opprimente.

L’Io narrante è quello di una donna, una madre appunto, ormai avanti negli anni. L’età avanzata però non le ha dato alcuna maturità, alcuna profondità. Vivere nel chiuso di una società contadina del cuore della Stiria ha reso la sua psicologia altrettanto chiusa e meschina. La donna ci racconta la sua vita: il marito anafettivo e beone, la figlia fuggita a Vienna per una carriera d’attrice, i due figli, uno rimasto a fare il contadino, l’altro, illegittimo, suicida dopo aver subito un tradimento da parte della moglie tedesca. Ma piuttosto che comprendere per davvero le scelte, le logiche, i bisogni di chi dice di continuo d’amare, le vere preoccupazioni che scaturiscono dalle parole della donna sono quelle di non sfigurare di fronte alle malelingue del paese, così simili a lei stessa, altrettanto egoiste e ossessionate dallo sfoggio di un ruolo sociale fatto di pura apparenza.

Nella sua lunga confessione la protagonista finge pietà, o trasporto, per la tragica fine del figlio, ma quello che in realtà fa di continuo è porsi come vittima: di un marito che non l’amava, di una figlia che la contestava, di una esistenza fatta di stenti. Posizione comoda, auto indulgente, che maschera l’evidente fallimento di una vita. Rendendola, perciò, vittima per davvero.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione, numero 44 del 29 ottobre 2013)

Parole sotto la torre

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Parole sotto la Torre VIII edizione

Portoscuso, 17-27 luglio

Le vite degli altri

Sul finire del secolo scorso un gruppo di scienziati italiani scoprì i “neuroni specchio”. Neuroni capaci di attivarsi anche solo guardando l’attività compiuta da altri. È la prova scientifica dell’empatia umana. La letteratura, a modo suo, ha sempre saputo della loro esistenza. Tutto quello che fa la letteratura, da millenni, è raccontarci “le vite degli altri”. Non con la morbosità che oggi molto giornalismo televisivo ha. Senza ergersi a giudice che assolve o condanna. Chi scrive, chi racconta, vuole farci vivere tutti i mondi possibili: presenti, passati, futuri. Vuole farci conoscere culture, esistenze, abitudini, pregiudizi. Vuole farci calare nei tormenti, nelle gioie, farci conoscere la tristezza, l’allegria, farci piangere e ridere. Leggere non è solo un bel modo di intrattenere il tempo. È il più elaborato e allo stesso tempo semplice sistema di attivazione dell’empatia umana. Vivere le vite degli altri significa farle proprie. Accrescere la nostra consapevolezza che da vicino, dentro la loro storia, ogni uomo, ogni donna, ci assomiglia. Scrivere e leggere sembrano attività solitarie. Non è vero. Ogni scrittore non scrive mai da solo il suo libro. Ogni romanzo è completato dal lettore, che lo ravviva, lo “attiva” e lo condivide – nel chiuso di una stanza, su un vagone ferroviario, sotto una pianta o un ombrellone – con l’universo degli sconosciuti fratelli presenti in tutto il mondo. Ognuno con la sua vita, tutta da raccontare.

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Programma:

Giovedì 17, ore 22,00. Chiacchiere a bocca chiusa

Raquel Martos

conduce: Paolo Lusci, interprete: Veruska Chelo

 

Venerdì 18, ore 22,00

So Much Younger Than Today – Viaggio nell’Italia di Gigi Meroni

di “Le Voci del tempo”, con: Marco Peroni, Mario Congiu, Mao Gurlino

 

Sabato 19, ore 22,00. Ridere del male

Stefano Piedimonte incontra Alessandro Robecchi

conduce: Gianni Biondillo

 

Domenica 20, ore 22,00. Fisica della malinconia

Georgi Gospodinov

conduce: Giorgio Vasta

interprete: Boris Katsamunski

 

Giovedì 24, ore 22,00. Vite oltre i limiti

Lorenzo Iervolino incontra Giorgio Terruzzi

conduce: Alberto Urgu

 

Venerdì 25, ore 22,00. Tutti i colori del buio

Nicola Fantini, Davide Longo, Laura Pariani

conduce: Gianni Biondillo

 

Sabato 26, ore 21,00. Figurelle

di e con LabPerm di Domenico Castaldo

 

Domenica 27, ore 22,00. Il tempo della vita

Marcos Giralt Torrente

conduce: Anna Rita Briganti

interprete: Veruska Chelo

 

Aperitivo con l’autore:

Venerdì 25, ore 19,30. Sulcis: antiche arti, giovani innovatori

Olga Bachschmidt, Annalisa Cocco, Mario Figus

conduce: Gianni Biondillo

 

Sabato 26, ore 19,30. La felicità proibita

Anna Rita Briganti

conduce: Saverio Gaeta

 

Tutti gli incontri si terranno alla Tonnara Su Pranu, Portoscuso.

Sito di parole sotto la torre 

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Tutta colpa di Tarzan

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Villaggio in Somaliland. Non c’è elettricità, ma ci si ricarica il cellulare con il pannello fotovoltaico.

di Gianni Biondillo

Le rare notizie che giungono da Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, sembrano confermare un pregiudizio inossidabile: la violenza per le strade, gli omicidi sommari, la guerra fra etnie… insomma, la pacificante certezza di un’Africa immobile, identica a se stessa, irredimibile.

È incredibile quanto un personaggio letterario possa aver influenzato la nostra visione di un continente così complesso. A noi è Tarzan che ci ha fregati. L’Africa è, ancora oggi – per un popolo colpevolmente distratto quale quello italiano, così ignorante di politica estera, con un giornalismo claustrofobico tutto chiuso nel gossip politico nazionale – è, dicevo, il continente selvaggio, quello dei leoni, le zebre, le liane. E dei selvaggi. Che magari devono essere aiutati e/o educati, grazie al nostro spirito umanitario e (post) colonialista. Ma sempre di selvaggi si tratta. Gente che vive nella preistoria, che se vede volare un aereo in cielo lo chiama “uccello di fuoco”. Quindi, in fondo, perché interessarci di loro, cosa può importarci per davvero, con tutti i problemi che abbiamo a casa nostra? Dell’Africa conosciamo, dai telegiornali, solo gli sbarchi sulle coste di Lampedusa. Qualche anima bella piange i morti, qualcun altro, nel nome della difesa del sacro suolo, erigerebbe un muro per tenerli fuori dal nostro giardino dorato. Non molto di più. Come al solito la reazione di fronte a ciò che non conosciamo fa scaturire, freudianamente, il sommerso: meno sappiamo di una realtà e più, nel nostro agire, evidenziamo i nostri pregiudizi e le nostre debolezze.

L’Africa è un continente smisurato, pieno di contraddizioni, un crogiuolo di etnie, religioni, lingue, usi, costumi, immaginarlo come uno scenario immobile racconta il nostro immobilismo, non il loro. Basterebbero i dati bruti, quelli dell’economia per capirlo. Quest’anno il PIL africano crescerà mediamente del 5,4%. Nell’Eurozona se ci va bene, dopo 5 anni di recessione, saremo all’1,2%. In Italia non ci schioderemo dallo zero virgola qualcosa. In Etiopia viaggiano attorno al 7,5%, il Sud Africa è ormai una potenza economica internazionale, la Nigeria lo sta diventando. Non ostante la crisi economica globale, il Wall Street Journal scrive che nel 2014 gli investimenti stranieri in Africa raggiungeranno la quota record di ottanta miliardi di dollari. Investimenti che giungono dalle economie sviluppate che decidono di lasciarsi alle spalle la recessione investendo in quel continente. Cina, Usa, Germania, Turchia. Inutile cercare l’Italia fra gli investitori.

Per noi l’Africa è il paese del babau. Lo spauracchio da sventolare nell’ennesima, stagionale, campagna elettorale. La politica della paura ci ha bloccati da oltre vent’anni, dimostrando d’essere un paese incapace di un pensiero agile e  innovativo. Vogliamo restare saldi nelle nostre sicurezze calcificate: loro sono selvaggi, noi, nelle migliori delle ipotesi, “brava gente” che s’è stufata d’essere ospitale. Anche se poi noi storicamente in Africa “bravi” lo siamo stati davvero poco, basti a pensare alle violenze perpetrate durante il ventennio contro le popolazioni civili della quarta sponda – donne, vecchi, bambini – e “ospitali”, oggi, meno che meno, si guardino le condizioni subumane dei profughi che diciamo d’accogliere, o della forza lavoro che usiamo come schiavi nei nostri campi.

Pubblicità di rivista femminile a Kampala.
Pubblicità di rivista femminile a Kampala.

Ci crediamo intelligenti, civili, “superiori”, e ci dimostriamo in realtà poco furbi. Già parlare d’Africa è una generalizzazione (è un continente lungo come dal Portogallo alla Cina, per capirci), ma tant’è, cerchiamo di arrivare al nocciolo: l’Africa non si trova su un altro pianeta. È qui, a pochi passi da noi. Ci bagna lo stesso mare. Anche a non voler toccare i soliti argomenti umanitari che solleticano la nostra pelosa coscienza, non capire che questa distanza geografica potrebbe essere un’occasione di sviluppo reciproco è più che miope, è folle. L’età media del nostro paese è di 46 anni, quella dell’Egitto, per fare un esempio, è di 26. Il 70% della popolazione africana ha meno di 15 anni. Non sono loro ad avere bisogno di noi. Siamo noi che non potremo avere un futuro senza di loro. Insomma, un’Africa più ricca farebbe più ricchi anche noi.

Il prossimo anno, all’Expo di Milano, per la prima volta nella storia delle Esposizioni Universali, saranno presenti più di 40 paesi africani. Mi sembra un chiaro indicatore di come e quanto il continente si stia muovendo. Saranno da noi, si metteranno in mostra, portando le loro storie, i loro scienziati, le loro invenzioni, i loro artisti. Vorranno fare affari. Saremo abbastanza furbi da capirlo, o colmi d’alterigia e senso di superiorità,  come vecchi nobili decaduti, lasceremo ad altri paesi, molto più dinamici e umili di noi, di creare quei ponti, quei collegamenti, da pari a pari, che noi non abbiamo mai saputo costruire?

(pubblicato su L’Ordine del 22 giugno 2014)