L’esperienza di «Nazione Indiana» nella storia del web letterario italiano

Le parole e le cose rilancia un lungo ed esaustivo articolo/saggio di Andrea Lombardi, uscito sul numero 19 dell’«Ulisse» dal titolo Forme e effetti della scrittura elettronica. Nei commenti si sta sviluppando un’interessantissima discussione.

L’esperienza di «Nazione Indiana» nella storia del web letterario italiano

Ma «Nazione Indiana» risulta l’esperienza cruciale del web letterario italiano anche per altri motivi. Non solo il blog degli ‘indiani’ è stato capace di costituirsi come fulcro del dibattito online e di costruire intorno ad esso una comunità, ma nel percorso che va dalla sua fondazione alla scissione del 2005 si sono manifestate tutte le peculiarità, positive e negative, tipiche dello spazio letterario del web.

 
 

“Vivo, sono partigiano.” ANTONIO GRAMSCI[22 gennaio1891-27 aprile 1937]

In conclusione: il mondo è grande e terribile e complicato, e noi stiamo diventando di una saggezza che diventerà proverbiale.

Lettera a Giulia Schucht
del 18 Maggio 1931

di Orsola Puecher

 
“Vivo, sono partigiano.” scrive Antonio Gramsci l’11 febbraio 1917, quasi cent’anni fa, e in questo imprescindible sillogismo, in questo cogito ergo sum fra vivere, essere vivo e partecipare, parteggiare nella vita della πολις, in questa esistenza politica, in questa politica esistenziale, sta in nuce il primo seme della futura Resistenza. Nel proto partigiano Gramsci, una condanna a morte lunga undici anni, fra confino e carcere, ai quali resistette con le sole armi della parola e del pensiero scrivendo i 32 ⇨ Quaderni del Carcere, e il composito patrimonio delle ⇨ Lettere dal carcere, c’è lo stesso coraggio, la stessa forza morale di quegli uomini e donne che scelsero, che non furono ⇨ indifferenti, che si opposero alla fatalità della storia e davanti alla morte reagirono con lo stesso spirito vitale.
 


[le uniche rare immagini filmate di Antonio Gramsci
al IV Congresso dell’Internazionale Comunista
Pietrogrado e Mosca 5 novembre – 5 dicembre 1922
]

 

Camilla Ravera a Giuliano Gramsci

Roma 20 dicembre 1972

[…] Circa l’incontro di Gramsci con Lenin a cui accenni, e di cui desidereresti qualche particolare, non posso dirti molte cose. Gramsci si riferì spesso a quell’incontro nel corso delle lunghe conversazioni che io ebbi con lui durante la mia permanenza a Mosca, tra la fine dell’ottobre e la metà del dicembre 1922; ma sempre accennandovi in rapporto alle questioni politiche di cui in quel momento particolarmente ci occupavamo. Non ricordo, ad esempio, se mi disse la data precisa di quell’incontro, o altri particolari circa il luogo e il modo, che dovettero essere poco diversi da quelli dell’incontro con Lenin che nei primi giorni del novembre potemmo avere Bordiga ed io.
[…] Lenin era malato; i medici non permettevano che avesse lunghe conversazioni politiche.
[…] Io ero arrivata a Mosca con qualche anticipo rispetto alla data di inizio del congresso: il IV congresso dell’I.C. di cui ero delegata. A Mosca avevo ritrovato Gramsci, che dal maggio di quell’anno rappresentava il P.C.I. nell’Esecutivo dell’I.C. […] Pensavo di dare qualche aiuto a Gramsci, che ritrovavo in non buone condizioni di salute. Era stato gravemente malato, e ricoverato in una casa di cura dall’inizio dell’ottobre.
[…] Durante quelle nostre conversazioni Gramsci mi disse di aver espresso a Lenin il suo profondo dissenso con Bordiga, non soltanto sul problema dei rapporti con il Partito Socialista, ma sul giudizio del fascismo, della situazione italiana, delle sue prospettive, e sulla politica del Partito, settaria, chiusa, e in definitiva inerte e inadeguata alle esigenze del momento.
[…] “Lenin, mi diceva Gramsci, conosce le cose nostre assai più di quanto supponiamo”
[…] Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani.
[…] Ma ad interrompere quei discorsi tra me e Gramsci, giunse a Mosca la notizia della cosiddetta “marcia su Roma” e del governo instaurato in Italia da Mussolini; e arrivò a Mosca Bordiga portando di quei fatti la diretta testimonianza. […] Su di essi si manifestò la insuperabile diversità di pensiero politico esistente fra Gramsci e Bordiga: Bordiga sottovalutava le conseguenze dell’avvento fascista al potere; prevedeva per il nuovo governo la possibilità di una convergenza socialdemocratica; e si limitava a riaffermare la schematica e indifferenziata contrapposizione: Stato Borghese-Stato Proletario.
Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani. […]Lenin ascoltò con evidente meraviglia le sue opinioni, rigide ed astratte; a cui indirettamente rispose poi nel suo discorso al Congresso, accennando agli insegnamenti che i comunisti italiani avrebbero dovuto trarre dalla propria esperienza in regime fascista.
[…] Forse, da quella conversazione avuta con Gramsci e dalla seguente con Bordiga, può essere derivata – in Lenin e nell’Internazionale – la decisione, presa dopo breve tempo che Gramsci, non rientrasse in Italia, ma si riavvicinasse al Partito, trasferendosi a Vienna, con un proprio ufficio, e là riprendesse la pubblicazione della rivista “L’Ordine Nuovo”, e quel lavoro verso i compagni che – sviluppato poi successivamente nell’azione politica in Italia – portò al superamento nel Partito del bordighismo, alla formazione di un nuovo gruppo dirigente; alla direzione politica di Gramsci, fino al suo arresto.

in La storia di una famiglia rivoluzionaria
APPENDICE / LETTERE
di Antonio Gramsci jr. pag 194-197
Editori Riuniti [2014]


 
L’8 novembre del 1926 il deputato comunista Antonio Gramsci, allora trentacinquenne, viene arrestato dalla polizia fascista.
Il Tribunale Speciale sentenzia “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare.
 
[Lettera alla madre del 25 aprile 1927]
 
La mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni. Non perché io non sia arcisicuro di rivederti e di farti conoscere i miei bambini (riceverai la fotografia di Delio, come ti ho annunziato; ma Carlo non te ne aveva consegnata una nel 1925? quando Carlo venne a Roma? e Chicchinu Mameli ti aveva dato uno scudo di argento che avevo mandato a Mea perché si facesse fare un cucchiaino? e una tabacchiera di legno speciale per te? — mi sono sempre dimenticato di domandarti queste cose), ma perché sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla né la mia rettitudine, né la mia coscienza, né la mia innocenza o colpevolezza. È un fatto che si chiama politica, appunto perché tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipí nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipí nel letto di questa grande genitrice di biade e di eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poiché le cose sono cosí, non bisogna né allarmarsi, né illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione.


 
E Gramsci dai suoi scritti esce ancora vivo, lucido, ironico, tenero, disperato e insieme pieno di speranza per il futuro, con quell’intento pedagogico che dai primi anni della sua militanza non lo abbandonò mai, con cui cerca di educare attraverso favole, ricordi d’infanzia, raccomandazioni e consigli di lettura i figli lontani, in Russia con la moglie Giulia Schucht, Delio che poté vedere per solo pochi mesi e Giuliano, che non vide mai. Dal suo doppio carcere cerca tenacemente attraverso le lettere alla moglie e ai figli, alla madre, ai fratelli, alla cognata Tatiana, unici fili di contatto possibile, di tenere insieme i suoi affetti recisi.
 
[Lettera alla cognata Tatiana del 19 maggio 1930]
 
Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c’è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo, ecc. ecc.; – era già stato da me preventivato e come probabilità subordinata, perché la probabilità primaria dal 1921 al novembre 1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. Quello che da me non era stato preventivato era l’altro carcere, che si è aggiunto al primo ed è costituito dall’essere tagliato fuori non solo dalla vita sociale, ma anche dalla vita famigliare ecc. ecc.


 
Nel ricordo lontano della sua vita di bambino nelle campagne aspre della Sardegna, il sogno della famiglia perduta rivive nella laboriosa famiglia di ricci, mamma, papà e tre riccetti che collabora alla raccolta delle mele una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna
 
 

da ⇨ Igelkottens träd [1987]
di Mari Marten-Bias Wahlgren

L’albero del riccio
di Antonio Gramsci
da ⇨ L’albero del riccio

 

Caro Delio,
      mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagianni, cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc. ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno. Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri, dell’uccello tessitore e dell’orso, e su altri animali ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa ecc. ecc. Mi pare che tu conosca la storia di Kim, le novelle della jungla e specialmente quella della foca bianca e di RikkiTikkiTawi?
   Ti bacio.

ANTONIO


 
I bambini sono le prime vittime dei regimi dittatoriali, che tendono a plasmare le loro menti. Per non farli diventare piccoli automi plagiati, devono essere educati all’eguaglianza e alla libertà, devono imparare l’indipendenza di giudizio, a separare bene e male e ad avere principi morali saldi. Le favole rappresentano una percezione del mondo e come allegorie della realtà, servono a Gramsci per spiegare ai suoi bambini lontani la vita come se fosse un gioco. Il topo e la montagna è nella tradizione delle fiabe a catena che derivano spesso da filastrocche destinate a essere cantate, con una serie di elementi che si accumulano, finché la catena non si scioglie, risolvendosi e ripetendo il percorso in senso inverso. Il ciclo della speculazione capitalistica sarà contrastato dal topo, che concepisce un futuro, ancora attuale e disatteso “vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
 

Il topo e la montagna
da ⇨ L’albero del riccio

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[ illustrazione di Maria Enrica Agostinelli
per ⇨ l’edizione Editori Riuniti – 1966
]

      Carissima Giulia,
      puoi domandare a Delio, da parte mia, quale dei racconti di Puskin ami di piú. Io veramente ne conosco solo due: Il galletto d’oro e Il pescatore.
      Vorrei ora raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante.
      Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano.
      Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte. Il bambino, non avendo latte, strilla, e la mamma che non serve a nulla corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e la campagna arida vuole l’acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e l’acqua si disperde: vuole il maestro muratore; questo vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà i pini, querce, castagni ecc. Cosí la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto il nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura. Insomma il topo concepisce un vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
      Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi l’impressione dei bimbi.
      Ti abbraccio teneramente.

ANTONIO


 
Giulia Schucht a Mosca con i figli Delio nato nel 1924 e Giuliano nato nel 1926
Giulia Schucht – Julca – a Mosca con i figli
Delio nato nel 1924 e Giuliano nato nel 1926

David Ojstrach in ⇨ Légende Op. 17
di ⇨ Henryk Wieniawski [1835-1880]
[ suonato da Giulia Schucht nel 1918 al Concerto di Capodanno
a Mosca, a Lefortovo, nell’edificio dell’ex scuola di Alekseev
]


Il celebre scrittore sovietico Aleksander Serafimovicˇ diede una descrizione molto vivace delle impressioni ricavate dall’esecuzione di Giulia sul quotidiano Izvestija del 6 gennaio:
«[…] All’estremità del palcoscenico si avvicina timida una ragazza, con un vestito bianco e nero, un violino in mano e un dolce viso di fanciulla che chiede alla vita: “Che cosa sei? Che cosa nascondi?” Stringe il violino e lentamente, piegando in maniera strana e leggera il braccio avvolto in una manica trasparente, solleva l’archetto, mentre io abbasso lo sguardo. Eh, ha fatto male a scegliere la Légende… Si deve tenere conto del pubblico, non capiranno: comincerà lo strofinar di nasi, la tosse… Ha sbagliato… me ne stavo accigliato e con gli occhi bassi, e in quel secondo dalla scena si svolge lentamente verso quel mare umano un filo argentino e melodioso, ininterrotto, simile a tratti a una voce umana, ora è appena percettibile, sul punto di spegnersi, ora si raddensa in un lamento di petto emesso da un contralto basso, si svolge e spegne tutti i suoni, dominando.
E io levo lo sguardo…
Avete mai visto il mare quando è di vetro?
Vi rimangono sospese le nubi dimenticate, e vi si riflettono le montagne, e la riva, e il volo lontano di un gabbiano bianco.
Avete mai sentito ottomila persone che trattengono il fiato?
Ecco cosa dice il canto di questa ragazza dai capelli corvini, cosa dice da sotto il lungo, infinito archetto.
Cosa?
Dice che esistono gioia e amarezza, ed esiste un passato, e un futuro ignoto, velato di filamenti turchini…
La ragazza ha portato la sua mirabile arte, la sua opera; l’hanno accolta con cura e ora hanno ringraziato.
E io ho guardato felice i volti eccitati.».

in La storia di una famiglia rivoluzionaria
MIA NONNA GIULIA
di Antonio Gramsci jr. pag 62-63
Editori Riuniti [2014]


 
JUlca
Julca
Gramsci conobbe Giulia Schucht [1894-1980] insieme alla sorella Eugenia nel 1922, durante il ricovero nella casa di cura di Serebrjanyj Bor, Bosco d’Argento, vicino a Mosca. Dopo un breve legame con Eugenia, ricoverata per una paralisi alle gambe, rimane folgorato da Giulia. La famiglia Schucht di origini tedesche, con forte tradizione antizarista è amica di vecchia data di Lenin. Sono tornati in Russia allo scoppio della Rivoluzione, dopo lunghe peregrinazioni in esilio, tra Svizzera, Francia e Italia, dove Giulia studia violino all’Accademia di Santa Cecilia di Roma e dove si fermerà la terza sorella Tatiana, laureata in Scienze Naturali, che sarà accanto a Gramsci nei lunghi anni di prigionia e di malattia. Le difficoltà in cui si dibatte il paese pesano anche sugli Schucht, che vivono in estreme ristrettezze economiche. Dopo la nascita del primo figlio Delio, in un unico momento sereno, Giulia e Antonio vivranno alcuni mesi a Roma, ma l’aggravarsi della situazione italiana induce il ritorno a Mosca. Giulia aspetta il secondo figlio, Giuliano. Antonio non lo conoscerà mai, ne mai più dopo l’arresto rivedrà Giulia. Il rapporto epistolare proseguirà fra alti e bassi. Antonio lamenta spesso i lunghi periodi di silenzio di Giulia, ma ignora che dopo il ritorno a Mosca la sua salute, già fragile, si è incrinata, soffre di epilessia e di continui esaurimenti nervosi, di cui non vuole far sapere nulla al marito, già in una situazione così difficile.
 

18 aprile 1927

Mia carissima Julca,
      riprendo a scriverti, dopo tanto tempo. Ho ricevuto solo pochi giorni fa due tue lettere: una del 14 febbraio e l’altra del 1° marzo e ho pensato tanto tanto a te; ho proprio fatto un inventario di tutti i miei ricordi e sai quale immagine m’è rimasta piú impressa? Una delle prime, di tanto tempo fa. Ricordi quando sei ripartita dal bosco di argento, dopo il tuo mese di vacanze? Io ti ho accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. Ci eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi e avevo avuto l’elettricità dei gatti quando tu suonavi Beethoven. Cosí ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la tua borsa da viaggio cosí pittoresca. Qual è adesso il mio stato d’animo? Ti scriverò piú a lungo le prossime volte (domanderò di scrivere una doppia lettera) e cercherò di descriverti gli aspetti positivi della mia vita di questi mesi (gli aspetti negativi ormai sono dimenticati); vita interessantissima, come puoi immaginare, per gli uomini che ho avvicinato e le scene alle quali ho assistito. Il mio stato d’animo generale è improntato alla piú grande tranquillità. Come posso riassumerlo? Ricordi il viaggio di Nansen al Polo ? E ricordi come si svolse? Poiché non ne sono molto persuaso, te lo ricorderò io. Nansen, avendo studiato le correnti mari ne ed aeree dell’Oceano Artico ed avendo osservato che sulle spiaggie della Groenlandia si ritrovavano alberi e detriti che dovevano essere di origine asiatica, pensò di poter giungere o al Polo o almeno vicino al Polo, facendo trasportare la sua nave dai ghiacci. Cosí si lasciò imprigionare dai ghiacci e per 3 anni e ½ la sua nave si mosse solo in quanto si spostavano, lentissimamente, i ghiacci. Il mio stato d’animo può paragonarsi a quello dei marinai di Nansen durante questo viaggio fantastico, che mi ha sempre colpito per la sua ideazione, veramente epica.
      Ho reso l’idea? (come direbbero i miei amici siciliani di Ustica). Non potrei renderla in modo piú breve e sintetico. Dunque non preoccuparti per questo lato della mia esistenza. Invece, se vuoi che io ti ricordi sempre con tenerezza (scherzo, sai!), scrivimi a lungo e descrivimi la tua vita e quella dei bambini. Tutto mi interessa, anche le minuzie. E mandami delle fotografie, ogni tanto. Cosí seguirò anche con gli occhi, lo sviluppo dei bambini. E scrivimi anche di te, molto. Vedi, qualche volta, il signor Bianco? E vedi quel curioso tipo di africanista che una volta mi promise un fritto di rognoni di rinoceronte? Chissà se si ricorda ancora di me; se lo vedi parlagli di questo fritto e scrivimi le sue risposte; mi divertirò un mondo. Sai che non faccio altro: pensare al passato e riandare tutte le scene e gli episodi piú buffi; ciò mi aiuta a passare il tempo, qualche volta proprio rido di cuore, senza neanche accorgermene. Cara, Tania mi annunzia altre tue lettere; come le attendo!
      Saluta tutti i tuoi.
      Ti voglio molto bene.
      

ANTONIO

      Tania è proprio una bravissima ragazza. Perciò io le ho dato parecchi tormenti.


 
La nave rimarrà incagliata fra i ghiacchi. In seguito a una campagna antifascista internazionale di protesta Gramsci, che non si piegò mai a chiedere la grazia, nel ’35 avrà la libertà condizionale per motivi di salute, sarà trasferito in clinica prima a Formia e poi a Roma. Otterrà la piena libertà il 21 aprile del 1937, ma il corpo sfibrato dalla malattia, la tubercolosi ossea che lo affliggeva fin da bambino, aggravata dalle privazioni della detenzione, cederà solo pochi giorni dopo, il 27 aprile.
 

GERMAINE TILLION “Le Verfügbar aux Enfers” Ravensbrück [inverno 1944-1945]


[ per i sottotitoli click on sub ]
da Germaine Tillion à Ravensbrück
di David Unger [2008]

di Orsola Puecher

Germaine Tillion in Algeria
Germaine Tillion in Algeria
Germaine Tillion [ Allègre, 30 maggio 1907 – Saint-Mandé, 19 aprile 2008 ] lavora come etnologa nel Sud dall’Algeria fra il 1934 e il 1940. Tornata in Francia si impegna subito fra le file della Resistenza. Arrestata nel 1942, deportata a Ravensbrück nel ’43, ne uscirà dopo la liberazione del campo nell’Aprile del ’45. Proseguirà poi i suoi studi e le spedizioni in Africa del Nord e in Medio Oriente come Direttrice dell’École pratique des hautes études, impegnandosi nella conservazionde della memoria dei crimini del Nazifascismo, contro la guerra d’Algeria e per i diritti delle donne. Nella parabola della sua lunga vita attraversa i drammi del ‘900 da lucida e razionale testimone della storia del secolo, perché “fare uso della ragione umana è qualcosa che è un bisogno, ma un bisogno è una forza“. Alla razionalità intellettuale unisce una visione ironica delle cose, uno humor imprescindibile, che le scintilla acuto nello sguardo e nel sorriso: “anche nelle situazioni più tragiche, si può ridere fino all’ultimo minuto. E’ un elemento rivivificante“. germaine tillion Come nelle due curiose fotografie che la ritraggono bambina, ma abbigliata da accademica in erba, in toga e tocco con un gran librone davanti, Germaine sa inforcare gli occhiali analitici e le lenti della ragione, ma senza perdere mai quel sorriso, ancora uguale dopo quasi 100 anni, che le solleva gli angoli della bocca e le fa brillare gli occhi all’idea che il venerdì 13, data del suo arresto, sarebbe per antonomasia “un giorno che porta fortuna” e che “oggi dio è buono con i coccodrilli“, come nella storiella comica che le viene in mente in quel momento drammatico, in cui due africani sono incerti se attraversare il fiume Niger infestato di coccodrilli, nel dubbio se, dato che “Dio è buono”, buono lo possa essere con loro, permettendogli di arrivare sani e salvi sull’altra riva, o invece non lo possa magari essere con le bestiacce, lasciando che li divorino, mentre nuotano.
1940 Germaine con la madre Émilie Cussac
1940 Germaine con la madre Émilie Cussac
A Ravensbrück il 30 gennaio 1944 sarà internata anche la madre di Germaine Émilie Cussac [1876-1945], scrittrice, storica dell’arte, redattrice con il marito Lucien Tillion [1867-1925], giudice di pace, di alcune Guides bleus per l’editore Hachette. Verrà uccisa con il gas il 2 marzo 1945 perché anziana e inadatta al lavoro. Il campo di Ravensbrück, costruito nel 1938 per ordine del Reichsführer delle SS Heinrich Himmler a 90 km da Berlino, vicino al lago Fürstenberg/Havel, sulle rive malsane di una palude, era un campo di concentramento solo femminile, con prevalenza di detenute politiche, i triangoli rossi; non ci furono camere a gas fino al gennaio del 1945, c’era solo un forno crematorio, un secondo viene costruito alla fine del ’44. Le internate lavoravano per la Siemens, per una fabbrica tessile, c’era una sartoria, un laboratorio di calzoleria, di pellicceria. Molte venivano mandate in altri campi, laddove occorreva mano d’opera. Tante donne arrivavano con i loro bambini, eliminati subito o morti in breve tempo per inedia, o incinte, costrette ad abortire, o ad assistere all’annegamento dei neonati, in un secchio, subito dopo il parto. Nella Revier, l’infermeria, si curavano solo le più giovani e robuste per rimandarle al lavoro. Su alcune soprannominate Kaninchen, le conigliette [da laboratorio] venivano praticati terribili e spesso mortali esperimenti “scientifici”, inoculando in ferite procurate chirurgicamente sulle gambe i germi della cancrena gasssosa, con il pretesto di trovare una cura per i soldati feriti al fronte.
 

Quel mondo di orrore ci appariva anche come un mondo di incoerenza, più terrificante delle visioni di Dante e più assurdo del gioco dell’oca.

Germaine Tillion
Ravensbrück
[Édition du Seuil, 1972, 1988]
Fazi Editore [2012]
[pag. 274]

 
Ma fin dai primi momenti, superata la sensazione di morte e il terrore per questa specie di altro mondo incomprensibile, Germaine Tillion indaga sul funzionamento del campo, riuscendo a individuare il meccanismo economico in atto, “perché il fatto di comprendere un sistema, anche un sistema che vi schiaccia” è una forma di resistenza morale e spirituale.
 

Comprendere un meccanismo che vi schiaccia, dimostrarne razionalmente gli ingranaggi, rappresentarsi nel dettaglio una situazione apparentemente disperata, aiuta moltissimo a trovare sangue freddo, serenità e forza d’animo. Niente è più spaventoso dell’assurdo. Con questa caccia ai fantasmi sapevo di aiutare moralmente le migliori di noi.

[ibidem pag. 193]

 
Le “esecuzioni economiche (gente sfinita a morte dal lavoro per la Germania“, si affiancano e si sovrappongono alle “esecuzioni politiche (nemici della Germania)“.
 

Un certo proprietario di terreni incolti di nome Himmler rendeva a un tal Himmler, capo della polizia, il servizio di liberarlo definitivamente dai suoi nemici. In cambio, l’Himmler capo della polizia forniva, a tempo indefinito, all’Himmler proprietario dei bei dividendi sotto forma di bestiame umano, per sostituire quello che lui consumava a ritmo accelerato. Che meraviglioso utilizzo di terreni incolti e paludosi per un capitalista: dove non cresce niente basta installare un campo di concentramento ed ecco una vera e propria miniera d’oro!

[ibidem pag.191]

 
E l’analisi del meccanismo diventa anche strumento di verità e di memoria per il futuro.
 

Poi c’era la nostra indignazione, l’ardente desiderio che essa ci sopravvivesse, che una tale mole di crimini non diventasse un “crimine perfetto”. Era già piuttosto chiaro che ben poche di noi sarebbero sopravvissute. Questo pensiero della verità da salvare mi ha ossessionata fin dal giorno del mio arrivo a Ravensbrück.

[ibidem pag.193]

 
E Germaine sopravvive.
 

Se sono sopravvissuta lo devo soprattutto al caso, poi alla rabbia, alla volontà di rivelare quei crimini e infine, all’impegno delle mie amiche, perché avevo perso la voglia di vivere.

[ibidem pag.25]

 
All’inizio dell’Aprile del ’45 300 francesi vengono evacuate dalla Croce Rossa internazionale, ma le prigioniere NN, Nacht und Nebel, come Germaine ne sono escluse. Tuttavia un po’ più avanti, in seguito a dei negoziati fra il diplomatico svedese Folke Bernadotte e Heinrich Himmler, nel suo delirante progetto di sopravvivere a Hitler trattando la resa, fu permesso a un altro gruppo di detenute francesi, di cui Germaine questa volta fece parte, di essere evacuate dalla Croce Rossa svedese.
 

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Il 24 Aprile, su dei pullman bianchi furono condotte a Padborg in Danimarca e poi in ospedale a Göteborg, fra ali di folla festante.
Nel dopo guerra Germaine Tillion inizia a scrivere le sue testimonianze. Viene scelta dalle associazioni delle deportate francesi per assistere, come unica osservatrice consentita dal tribunale inglese, al primo processo sul campo di Ravensbrück, che ha luogo ad Amburgo nel Dicembre 1946.
 
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Durante le sospensioni delle sedute, la sala si svuotava, e io restavo a guardarli in silenzio, sopraffatta dal dolore di fronte a quegli esseri che avevano fatto tanto male e che ora, allineati a qualche metro da me, dovevano rispondere di quelle migliaia di assassinii, compiuti a sangue freddo su delle donne indifese.
[…]
Si può chiamare odio quel dolore cupo, troppo accorto per non includere una straziante compassione?
[…]
Loro erano lì, ben vestiti, curati, puliti: dignitosi. Un dentista, dei medici, un ex tipografo, delle infermirere, qualche modesto impiegato. Nessun precedente penale, studi normali, infanzia normale…
Gente comune.

[ibidem pag.124-125]

 
Nella fretta della partenza dal campo Germaine dimentica un piccolo libretto un po’ squinternato, non rilegato, vergato con una bella scrittura regolare, metodica e ordinata.
 
le verfugbar aux enfers

[ disegno di France Audoul ]

 
Un’amica lo trova e riesce a riportarglielo. Lei lo chiude in un cassetto. E là resterà dimenticato fino alla terza edizione di Ravensbrück, nel 1988, in cui sono riportati alcuni stralci. E’ il manoscritto di Le Verfügbar aux Enfers, la piccola operette revue scritta da Germaine nell’Inverno 1944-1945, nascosta in una cassa da imballaggio di cartone dello scalo merci del campo, con la carta e le penne rubate da un’amica che lavorava negli uffici amministrativi. Tre atti, il terzo rimasto incompiuto, che descrivono con graffiante ironia, spesso vero e proprio humor nero e con un’epica vagamente brechtiana, la vita delle Verfügbar, le “disponibili”, l’ultimo gradino delle lavoratrici del campo, che, nascondendosi dopo l’appello, non venivano inviate ai vari laboratori, ma restavano disponibili per i lavori più umili e pesanti di scavo, sterro, spianamento con un rullo delle strade, pulizia delle latrine. Faticavano al freddo per dodici ore, con l’orgoglio di non prestare la loro opera al Reich, alle sue merci e ai suoi commerci. Una durissima forma di segreta protesta e di sabotaggio. Il soggetto dell’operetta è un ipotetico Naturalista che descrive in una specie di conferenza scientifica l’animale Verfügbar, la sua fisiologia, la sua vita, i suoi usi e costumi, il tutto alternato a canzoni sulla musica di arie d’opera e operetta, motivi famosi negli anni ’30, da Strauss a Bizet, da J’ai perdu mon Euridice di Gluck, alla Chanson triste di Duparc, le Roy d’Is di Lalo, Ciboulette di Hahn, ma con altre parole, frutto spesso di un’ opera poetica collettiva. Con il vantaggio di poter esser cantate durante le marce, o il lavoro, senza che SS e sorveglianti ne capissero i testi in francese, pesantemente accusatori e antinazisti. La piccola opera non verrà mai rappresentata, ma passa di mano in mano clandestinamente. Si cantano le sue canzoni. Viene letta in segreto alla sera nelle baracche, con la compiacenza di qualche capo blocco. La sola forza delle parole riesce a evocare immagini e sogni in un luogo che voleva togliere ogni possibilità di sognare immagini e parole. Il piccolo libro di Germaine porta avanti la sua missione dissacratoria e vivificante, per contrastare la tendenza ad assopire il proprio spirito fino ad accelerare la morte del corpo. “Ridevamo… ridevamo.“, ricorda Germaine. Ridevano di loro stesse, della magrezza, della fame, della nostalgia della vita di prima, della paura della morte e delle botte, della ottusa cattiveria dei loro carnefici. Ridevano catarticamente per uccidere di risate la paura e la morte. Un po’ come fu con ⇨ Brundibár di Hans Krása nel campo di Terezin.

In questi ultimi anni Le Verfügbar aux Enfers è stata rappresentata in Francia in molte versioni, ⇨ qui una integrale a Nantes, ma ho scelto di proporre alcuni estratti di una messa in scena della regista Danielle Stéfan, che mi è sembrata molto fedele allo spirito del testo, musicalmente semplice con pochi strumenti, non orchestrale. Una grande lavagna nera sullo sfondo raccoglie frammenti di testo e di voci, di segni. Il Naturalsita è interpretato da una delle deportate, come avrebbe potuto verosimilmente essere, il gruppo delle donne raggiunge una coralità molto intensa. I momenti di umorismo e di commozione compongono un mosaico indivisibile. E’difficile rappresentare cinematograficamente o teatralmente un campo di concentramento, il rischio della retorica, di un certo fastidioso bozzettismo stereotipato, dell’estetica del dolore e di una visione edulcorata sono sempre in agguato.

Ho tradotto le scene dal testo Germaine Tillion Une operette a Ravensbrück Édition de la Martiniere [2005], che, con alcune piccole varianti, sono riscontrabili nello spettacolo teatrale.

Non ci sono troppe parole in più da dire di fronte a queste scene, di fronte a “Mi hanndo detto che bisogna resistere“, cantata del Coro delle giovani e delle vecchie Verfügbar, ascoltando la canzone siparietto da rivista delle Nacht und Nebel, o il commovente canto della Speranza che brilla in segreto nel cuore di Marguerite, o la lunga rabelaisiana lista di pietanze solo immaginate della gita gastronomica, o l’assalto del dolore dei ricordi della vita di prima con la certezza autoillusoria di tornare presto a casa. L’universo concentrazionario acquista nuove sfacettature della sua complessità istituzionale, ma soprattutto di quella umana, perché non si allontani nella tenebra della Storia e del Tempo che sfugge via la memoria della sofferenza di ogni singola voce e del suo sacrificio. Queste donne sono ancora qui con noi. La forza di questo testo così raro e inconsueto riprende vita in ogni singola parola e nota, lasciando al sorriso, certo molto amaro, il compito di asciugare le lacrime.
 

Quando l’ultimo campo di concentramento tedesco ha aperto le sue porte, quell'”altro mondo” ha cessato di ergersi fisicamente nello spazio reale per porsi tra i fantasmi della “dimensione storica”, ma li raggiungeva senza bagagli, nudo come i suoi morti.

[ibidem pag.274-275]

 


 
Le Verfügbar aux enfers ((Une opérette à Ravensbrück, le verfügbar aux enfers
Marseille [France]: le Gyptis – 08-02-2011
regia di Danielle Stéfan
arrangiamento musicale Alain Aubis
scene di Christian Geschvindermann
costumi di Virginie Breger
luci di Nanouk Marty
coproduzione Femmes et Résistance, Théâtre Gyptis à Marseille, Théâtre Antoine Vitez d’Aix-en-Provence… [et al.] ; con le cantanti Amandine Buixeda, Alice Mora, Murielle Tomao… [et al.]
con Magali Braconnot [violino] e Aurélie Lombard [fisarmonica] ))
Germaine Tillion
UNE OPERÉTTE A RAVENSBRÜCK
Edition de la Martinière [2005]

 
Atto I Primavera [pag. 36-38]

Il naturalista Vi presento Nénette, giovane Verfügbar, dell’età di quindici giorni… Che cosa facevi nella tua vita precedente?
Nénette Ero presidente di una filiale della Società Protettrice degli Animali, per la Liberazione dei Canarini…
Il naturalista Ed è per questo che sei qui?
Nénette Ho anche una marito che è stato generale di divisione…
Il naturalista Questa, è una ragione…
Nénette Questa è la ragione… la sola ragione. [Pausa] Infine… resti del tutto fra di noi. [Canta]

[opera collettiva]
Avevo una grande casa, ((cantata sulla scala diatonica e poi sull’aria della Carmen di Bizet ⇨ L’amour est un oiseau rebelle))
dove nascondevo senza precauzione,
ebrei dai nasi troppo lunghi,
e gente di tutte le condizioni…
C’erano anche delle armi
cadute per caso da un aereo…
Non sapevo che cose ne sarebbe derivato…
E’ forse per questo che sono qui…

[Va a prendere per mano Lise. 25 anni, alta, bionda]
Facevi una vita da vagabonda
tre volte al giorno cambiando nome,
annotando senza permesso
falsi documenti e biglietti
ornatii di belle fototessere
per gente senza fissa dimora…
Ma tutto andava di male in peggio…
E’ forse per questo che tu sei qui…

[Entrambe si voltano verso Titine, 40 anni,
bruna, aveva un piccolo caffé vicino a Perpignon
]
Lei portava al di là dei monti
dei giovani ragazzi rudi e buoni
che sfuggivano agli ordini teutonici
per non costruire armi.
Dividevano anche la loro razione
di pane bigio e salsiccia…
Lei non diceva nulla a suo marito…
E’ per questo forse che è qui.

[Tutte e tre si girano verso il coro.]
Voi facevate per dei birboni
una quantità di commissioni.
Passavate i vostri migliori filoni
a degli eroi senza pretese,
che facevano saltare dei camion
dei piloni e delle stazioni…
Un giorno il colpo non è partito…
E’ forse per questo che voi siete qui.

[Il resto del coro viene in avanti e canta.]
Andavamo da Nantes a Mentone
per un messaggio di Londra…
Fornivamo di grossi cannoni
i partigiani in rivoluzione,
di plastico e grafite
che facevano saltare mucchi di case
Noi ci dicevamo “occhio non vede, cuore non duole”…
E’ forse per questo che siamo qui.

 


 
Atto I Primavera [pag. 43-46]
 

Il naturalista Nel secondo periodo della sua vita, detto multicellulare (vale a dire, intendiamoci, molti corpuscoli per una cellula e non molte cellule per un corpuscolo), i segnali di intelligenza aumentano: gioca a briscola, comunica con l’esterno e migliora sensibilmente la sua alimentazione, fino ad allora costituita principalmente da torsoli di cavolo e semi di zucca…
Arriviamo al terzo e ultimo periodo, Romanvillese e Compiegnuanese. Nel corso di questo periodo (per altro facoltativo) l’animale dà dei segni di gaiezza, di socialità, dimostra un certo gusto per i colori chiari, i pigiama fantasia e anche talvolta ingrassa (fatto che merita di essere menzionato).
Questo periodo è interrotto brutalmente dall’agitazione prenatale, che comincia con un appello generale e numerosi insulti…

Coro delle giovani Verfügbar. [Cantano.] ((sull’aria della canzone ⇨ Sans y penser))
Mi hanno detto “bisogna resistere”…
Ho detto “sì” quasi senza pensare…
E’ così che su un treno della linea del Nord,
Mi hanno caricata, guardata a vista, e senza fatica,
E quando il treno si è fermato,
non mi hanno chiesto il biglietto…
Ma malgrado il piacere delle novità
avrei proprio voluto scappare…

 
Coro delle vecchie.
Ascolta! Giovane Verfügbar,
l’aria che i prigionieri
cantano sulla strada…
E’ su quest’aria, vedi,
che tu mi sei apparsa…
La notte cade già
soffocando i tuoi passi sul suolo ghiacciato.
Cani e guardiani abbaiano.

 
Coro delle giovani.
Mi hanno detto… non mi hanno detto niente.
E non ho potuto nemmeno dire sì.
Attonita e pesta, uscendo dal furgone,
ho sentito per prima cosa degli insulti..
Ho visto poi i nostri guardiani,
avevano dei frustini in mano…
Malgrado la differenza dei vocabolari,
ho capito subito cosa ci vorrebbero fare!

 
Coro delle vecchie.
In una grande sala ghiacciata,
ti hanno spogliata,
poi ti hanno dato un numero…
Poi ti hanno fatto star ferma
per ben acclimatarti,
eppure non hai pianto…

 
Coro delle giovani.
Per prima cosa hanno preso i gioielli,
la valigia e la borsa di cuoio rosso,
le piccole provviste, il pezzetto di salsiccia,
la camicia e i pantaloni…
Credevo che mi avessero preso tutto,
e speravo che fosse finita…
come un bambino neonato mi hanno spogliato
ed è allora che mi hanno rasato!

 
Coro delle vecchie.
Hanno preso i tuoi capelli
per legare mozzi,
lavorerai,
non mangerai…
Quando non ce la farai più,
ti finiranno,
ti bruceranno.
E il tuo grasso ancora servirà…

 


 
Atto I Primavera [pag. 69-70]
 

Il naturalista Dal punto di vista giuridico e amministrativo, la situazione della Verfügbar è tutto tranne che chiara.
Un triangolo nero [con accento marcato] Lavora, los, schnell, aufzehrin…
Il coro [con disinvoltura]… me ne frego.
Triangolo Nero Ti mandiamo ai trasporti….
Il coro [con aria decisa] Io non parto con i trasporti.
Triangolo nero [impressionata] Perché?
Il coro Perché sono del blocco 32…
Triangolo Nero Perché sei del blocco 32?
Il coro Perché sono N N:
Triangolo nero Cosa vuol dire N N?
Il coro Vuol dire che non parto con i trasporti.
Triangolo nero Ma perché sei N N?
Il coro Perché sono del blocco 32. [grande silenzio meditativo]
Triangolo nero N N questo vuol dire sicuramente qualcosa…
Il coro Certo… Vuol dire Nacht und Nebel, notte e nebbia…
Il coro [canta]

Non sappiamo cosa pensare ((sull’aria ⇨ Je ne suis pas ce que l’on pense, je ne suis pas ce que l’on dit dall’operetta Trois Valsee di Oscar Strauss))
Non sappiamo cosa dire
Il segreto della nostra esistenza
La Gestapo non l’ha svelato…

 


 
Atto I Primavera [pag. 70-72]
 

Il naturalista La Verfügbar da prova di una grande ingegnosità per la trasformazione e l’utilizzazione di tutto ciò che le capita sotto mano. La famosa canzone ben conosciuta dai letterati:

Ho un cane che urla tutto il tempo ((sull’aria della canzone ⇨ Un canne e des gants))
e una donna che fa altrettanto.
Amo la strada e il Cordon Bleu

E’ stata certamente scritta per un lontano antenato della Verfügbar, che riesce a procurarsi al Bekleidung, il piatto piano e l’attizzatoio necessari per l’igiene…

Per lavarmi le zampe
Non ho che un piatto piano.
Mi pettino con un attizzatoio.
Mi lavo la faccia quando piove.

Bene…. cantiamo…

Che m’importa! Io sono elegante!
Ho un bastone; oui, Madame !
Che m’importa! Io sono elegante!
Ho un bastone e dei guanti

Oltre allo spirito organizzativo di cui arriveremo a parlare la Verfügbar non ha che tre risorse fisse…
Nénette …la sveltezza, la furbizia
Il Naturalista… e l’appello delle carte rosa…
Il coro Non dimenticate qualcosa signor naturalista…
Il naturalista [con aria di superiorità.] Non è mia abitudine… di che cosa si tratta?
Il coro Indovinate, signor naturalista…
Il naturalista Vediamo un po’… è grosso, è pesante… aiutatemi…
Il coro E’ molto grosso, molto grande e non occupa alcun posto… ed è leggero, leggero, leggero come una Verfügbar a cui non resta che un “giorno-sindaco”…

Marguerite [Si alza e canta.]
Nel mio cuore c’è una stella ((sull’aria di ⇨ Dans ton coeur dort un claire de lune di Duparc))
che mi inonda con i suoi raggi
e brilla nei miei occhi pallidi,
e risplende sotto i miei stracci…
I grandi muri allora spariscono,
il mio paese mi appare all’improvviso
sotto il suo bel cielo pieno di tenerezza…
I suoi baci saranno per l’indomani,
e’ la Speranza che la mia anima nasconde,
sfidando i mostri infernali,
sorride quando la loro voce è infuriata…
sotto il frustino,
e sotto la sferza si leva più in alto…
 
Un canto molto dolce, pieno di allegria,
sale dal mio corpo smagrito.
Dolce Speranza
calma il mio sconforto
sempre così pesante sotto questo cielo grigio!

 


 
Atto II Estate [pag. 88-93]
 

Titine Ho fame!
Nénette Anch’io…
Havas Bene! Andiamo a pranzo? Tocca a te Titine…
Titine Eravamo ad Avignone…
Rosine Partivamo in auto al mattino, non troppo tardi…
Marmotte Nemmeno troppo presto… le levatacce tremando e le corsette notturne nella notte livida sono finite, finite… Non prenderò mai più un treno di mattina e se non ce ne sarà che uno al giorno, resterò a casa…
Rosine Partiamo in auto, al mattino non troppo presto…
Marmotte Va bene!
Rosine Verso mezzogiorno arriviamo a Gordes per pranzo…
Marmotte No, verso le undici…
Rosine Perché le undici?
Marmotte Ho fame e mi annoia aspettare fino a mezzogiorno per mangiare…Visto che sono libera, avrò ben il diritto di pranzare alle undici, mi sembra?
Rosine [Molto conciliante] Ma tu non avrai fame prima. Ti ricordi che hai fatto colazione da Dédé di Avignone che ti ha offerto una enorme scodella di cioccolata, con burro, pane abbrustolito, biscotti alla marmellata e un plum cake…
Marmotte [vacillando] Credi?
Rosine [con fermezza] Ne sono sicura!
Marmotte Allora alle 11 e mezza…
Rosine Ve bene. La specialità di Gordes è la selvaggina. Ordineremo pernice arrostita su canapé di pane al burro, paté di lepre con insalata, e un sufflé alla marmellata…
Marmotte Come? Niente entré, niente antipasto? E il pesce? E la verdura?
Rosine Questa non è la specialità di Gordes… se vuoi puoi prendere degli champignon alla greca come entré…
Havas Questo sarebbe piuttosto un antipasto…
Marmotte Per una volta passi; con una bella insalata di pomodori e cetrioli, per finire un formaggino di capra… E come vino?
Il coro [in coro] Châteauneuf-du-Pape…
Marmotte Ma l’abbiamo già bevuto ieri…
Rosine Appunto, ci abbiamo preso gusto.
Marmotte E dopo?
Rosine [cantando.]

1. Abbiamo fatto buon viaggio, ((sull’aria ⇨ Nous avons fait un beau voyage da Ciboulette di Reynaldo Hahn))
Disdegnando auto e treni,
Un tubo come unico bagaglio,
sempre verso ovest, viaggiamo…

Abbiamo degustato
del burro e del paté,
della panna di Normandia,
e del formaggio a Brie…
A Riec assaporato
Molluschi e ostriche belon
Benedicendo Mélanie
e la sua tavola ben imbandita…

2) Abbiamo fatto un bel viaggio,
fermandoci a ogni piè sospinto,
e gustando in ogni villaggio
del buon vino e dei buoni pasti…

Mangiammo con gioia
il fois gras di Strasburgo
e quello d’Aquitania,
poi la quiche lorraine…
sulla costa atlantica,
abbiamo cenato con l’astice…
Il Riesling rende poetici
al Trois-Tetes, a Colmar…

3. Abbiamo fatto un bel viaggio
in tutti i graziosi angoli della Francia…
IL sorriso su tutti i visi
facendo gioiosamente bisboccia…

Abbiamo degustato
Tutte le specialità:
A Vire il salame,
a Nizza la ratatouille
a Aix i calisson
A Lione il salsiccione
Madleinette a Commercy,
Bergamotti a Nancy…

4. Abbiamo fatto un bel viaggio
folleggiando nei dintorni,
riparandoci all’ombra
sognando dall’alba al tramonto…

Con del Romanée
abbiamo pranzato
con lesso alla bourguignonne
prosciutto di Bayonne
gratin dauphinois
e polli di Bresse,
oche di Rouen,
prugne di Agen.

5. Abbiamo fatto un bel viaggio
sedute al bordo dell’acqua
ascoltando sotto il verde fogliame
il vento frusciare fra le rose.

Gustando presso l’Admiral
il suo pomodoro provenzale,
A Bar le marmellate,
All’Aisne una frittura,
la trota in riva al Gave
e del miele a Uriage,
champagne a Èpernay
vino rosso a Bordelais

6. Abbiamo fatto un bel viaggio
visitando città e musei…
e lasciando l’auto in garage,
per le strade abbiamo bighellonato.

Abbiano assaporato
gallette imburrate
e sidro schiumante
molto famoso ad Haras …
abbiamo paragonato
senza poterci pronunciare
l’acqua vite di Cognac
e quella d’Armagnac…

 


 
Atto II Estate [pag. 102-105]

 
Nénette Rosine cantaci qualcosa…
Rosine Non ne ho cuore…
[Silenzio.]
Lulu de Belleville Ho sognato di mamma stanotte…
Bébé Ero nel giardino di mio nonno. Raccoglievo delle prugne…. Quando mi sono svegliata e mi sono vista qui, non ho potuto impedirmi di piangere…
Havas Ho visto bene che avevi una faccia strana stamattina…
Marmotte E’ sempre al risveglio che è più dura…
Havas Si è tutte rammollite dalla notte, si è ritrovata la propria anima di prima e si vedono con i nostri veri occhi tutti gli orrori del campo… e poi in fretta si ritrova la propria corazza…
Lulu de Colmar Bisogna sempre tenerla sotto mano…
Lulu de Belleville Io no mi abituerò mai.
Havas Non bisogna abituarsi. Abituarsi è accettare. Noi non accettiamo, noi subiamo…
Lulu de Belleville Non avrei mai creduto di rimpiangere la prigione.
Marmotte E’strano: per le cose veramente terribili non si piange.
Lulu de Belleville Quando mi hanno arrestata, non ho versato una lacrima e quando mi hanno interrogata nemmeno…
Nénette Ti hanno picchiata?
Lulu de Belleville Eccome! Botte, non il bagno… Ma ho dovuto lo stesso passare tre mesi in infermeria, dopo. Hanno arrestato Papà, ma non mamma. Era nel ’41. Nel ’43 l’avranno arrestata, e forse anche il mio fratellino, che ha 6 anni…
Nénette Quando mi hanno detto che mio figlio era stato fucilato, non sono riuscita a piangere. E’ 6 mesi dopo quando ho riconosciuto la sua scrittura sull’etichetta del mio pacco, a Fresnes quando ho capito che era vivo e libero… non ho potuto più fermarmi.
Lulu de Belleville Un giorno alla Siemens, ho pronunciato il nome del più piccolo dei miei fratelli, così, senza pensarci…. Mi sono messa a piangere, non riuscivo più a fermarmi…
Titine Dite, signora Nénette, saremo a casa per Natale?
Nénette Ma naturalmente!
Hava Di quale anno?
Titine Non si deve scherzare su questo.
Havas Nel ’42, già, eravamo così sicure a Fresnes…
Marmotte Com’è lunga!
Titine Ma cosa fanno gli Americani! Ma cos’è che fanno? Che mi venga un colpo… metterci tutto questo tempo…
Lulu de Belleville Se mai avessi un innamorato a New York, sta sicura che non gli darei un appuntamento davanti a una stazione del metrò… Ne ho abbastanza di stare in piedi!
Nénette In una sala da tè ben riscaldata, con una bella poltrona, del porto e un mucchio di piccoli pasticcini…
Lulu de Belleville Preferisco quelli grossi!
Nénette Dovrai spiegarlo al tuo americano…
Havas La conversazione devia…
Marmotte E’ sempre così…
Titine E’ troppo dura; siamo stanche dopo tutto…
Bébé Voglio la mamma…
Marmotte Avrai la tua mamma… Ancora un po’ di pazienza…
Bébé Ma quando? Prima di Natale?
Havas Certo! Che domanda! Torneremo a casa l’11 novembre…
Titine Se me lo dici tu, ci credo.


 
*Le immagini di Germaine Tillion sono state prese dal sito ⇨ www.germaine-tillion.org, la pagina del manoscritto da ⇨ http://bpsgm.fr/temoignage-jacqueline-hourcabie/, i footage dal documentario ⇨ Ravensbrück Concentration Camp.
 

NOTE

 

Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?

di Dubravka Ugrešić

La letteratura europea e l’Eurovision Song Contest

La nozione di letteratura europea, così come viene intesa dai politici dell’Unione, da coloro che finanziano la cultura, dagli editori, dai dipartimenti di letteratura, dalle università vecchio stile e molto spesso dagli scrittori stessi, non è poi così diversa da quella di “miglior canzone pop in Europa” che si ha all’Eurovision Song Contest. Continua a leggere Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?

Per Witold Gombrowicz: un elogio

di Giuseppe Montesano

Sono felice di pubblicare un pezzo di uno dei miei autori italiani preferiti. È così: tutti gli scrittori europei e latinoamericani che amo sono dei grandi lettori di Gombrowicz. Gombrowicziani di tutto il mondo no todo está perdido! (M. R.)

Chi era veramente Witold Gombrowicz? Confesso che questa domanda insensata mi ha sfiorato e tentato mentre rileggevo Ferdydurke, Pornografia, Bacacay, Cosmo, il Diario, Una giovinezza in Polonia, Trans-Atlantico, e leggevo tutto ciò che ero riuscito a procurarmi su di lui: saggi, interviste, prefazioni. Continua a leggere Per Witold Gombrowicz: un elogio

Lo stato delle cose in Occidente II

di Massimo Rizzante

«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3…»
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5…? Continua a leggere Lo stato delle cose in Occidente II

I limiti dell’arte

di Massimo Rizzante

A
Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando le specializzazioni e i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria. Parole come «contaminazione», «riscrittura», «riuso», «intertestualità» hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri. Danilo Kis diceva che la letteratura dovrebbe essere «l’ultimo bastione del buon senso». Che cos’è, si chiedeva, un sonetto d’amore se non «un isolotto sul quale possiamo posare il piede» in mezzo alla palude dei gerghi? Continua a leggere I limiti dell’arte

La bellezza andrà all’inferno? Lettera a Ornela Vorpsi

opereitaliane.jpg

di Massimo Rizzante

1

Cara Ornela,

ho letto Il paese dove non si muore mai (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, Buvez du cacao Van Houten! (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, La mano che non mordi (2007).
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola. Continua a leggere La bellezza andrà all’inferno? Lettera a Ornela Vorpsi

Riflessioni su "La vita degli animali" di J. M. Coetzee e su "Bartleby e compagnia" di E. Vila-Matas

sir.jpgdi Ornela Vorpsi

The Fullness of being

Il passaggio de La vita degli animali a cui sono più legata è quello in cui si risponde alla domanda: che cosa noi uomini abbiamo in comune con gli animali? Coetzee-Costello propone una risposta sul piano dell’esperienza attraverso una prova allo stesso tempo miracolosa e concreta – la più concreta di tutte – che ci è immediatamente accessibile, tanto che ci basta aprire gli occhi per verificarla: è l’esperienza della vita come pienezza. Continua a leggere Riflessioni su "La vita degli animali" di J. M. Coetzee e su "Bartleby e compagnia" di E. Vila-Matas

Strada a senso unico

I diktat della memoria

Guardo un programma alla televisione. Un vecchio signore barbuto, con spessi occhiali da miope, muove lentamente le labbra. Sta raccontando gli «ultimi dieci giorni nel bunker di Hitler».
A quel tempo, «messaggero di guerra e di morte», percorreva in lungo e in largo la città di Berlino. Oggi è un pacifista convinto e sorridente che ha appena pubblicato negli Stati Uniti, riscuotendo un grande successo, la propria autobiografia: L’ultimo postino di Hitler. Tutti lo ascoltano attentamente: lo storico, il filosofo, il medico, lo psicanalista, il testimone (un amico di Eva Braun). Si interrogano sulla personalità «deviata» di Hitler e sulla sua morte «misteriosa». Noto sul volto del protagonista un’eccitazione diabolica. Continua a leggere Strada a senso unico

La buona novella

di Massimo Rizzante

1

La fine. Uno degli uomini più affidabili su questo tema è Cioran.
Nel suo Oltre il romanzo, a mio avviso il più grande saggio sul romanzo mai scritto ad opera di un persuaso denigratore di quest’arte, Cioran afferma:

Un genere diventa universale quando seduce intelletti che non vi sono affatto portati.

E ancora:

Quando non si ha a cuore l’avvenire del romanzo, ci si deve rallegrare se i filosofi ne scrivono.

Parole da scolpire a caratteri d’oro sulle facciate delle università!
Ma mi domando: che cosa può fare chi vive in un’epoca in cui non solo i filosofi, ma i giornalisti, gli uomini e le donne di Stato, le top-model, le rock-star, i giovani, gli adolescenti secernono senza soluzione di continuità i loro succhi romanzeschi?
Continua a leggere La buona novella

Una ricorrenza

cielo.jpg di Walter Nardon

Rientrato dal lavoro, si era preparato qualcosa da bere e si era seduto accanto alla finestra. Guardava le case in fondo alla strada. Dopo un paio di mesi dal trasferimento, le abitudini avevano ripreso il loro corso. C’era, tuttavia, qualcosa di troppo illusorio nei pranzi cui di tanto in tanto era invitato a partecipare: qualcosa che per un po’ lo aveva aiutato, sollevandolo dalla situazione in cui si trovava, ma qualcosa che appariva, di volta in volta, senza via d’uscita. D’altra parte, solo qualche collega cercava ancora di farsi invitare (nella maggior parte dei casi, per sfuggire ai doveri di famiglia). L’incarico di rappresentanza, che aveva accettato di assolvere in via suppletiva (in attesa della nomina del titolare) estenuava ogni resistenza. Le cose stavano andando per le lunghe. Continua a leggere Una ricorrenza

Sull’avventura dei baldusiani

baldus-copertina.jpg di Massimo Rizzante

Marginali incompatibili moderni

Adesso che sono qui, dieci anni dopo, in questo lugubre inverno padano, fitto di nebbie e privo di sole, a sfogliare i dieci numeri bianchi e neri, punteggiati a volte di rosso, verde e blu, di Baldus (1990-1996), l’ultima rivista letteraria italiana del XX secolo, sono preso da nostalgia. Continua a leggere Sull’avventura dei baldusiani

I passeurs dell'Atelier

di Massimo Rizzante
atelier

Il piacere del logos

Tra la primavera del 1996 e l’autunno del 1997 uscirono nella rivista «L’Atelier du roman» di Parigi quattro saggi di Yves Hersant, Philippe Roger, Thomas Pavel e Lakis Proguidis sul rapporto tra romanzo e romanzesco. I testi, che si richiamavano l’uno con l’altro, formavano un dialogo. Tuttavia questa antica forma di vivente circolazione del pensiero – forma che era sopravvissuta, clandestinamente, per quasi tutto il XX secolo – si era inabissata come un vascello fantasma nell’oblio.
In Francia, dove pure briciole di società letteraria si potevano ancora raccogliere sotto i tavolini di alcuni bistrot di Montparnasse o di rue des Écoles e dove l’arte della conversazione era stata, all’epoca di Voltaire e Diderot, un regno più potente di quello – imperituro – delle portinaie, nessuna casa editrice aveva accolto con favore gli inviti che venivano dai collaboratori della rivista. Continua a leggere I passeurs dell'Atelier

Il paradiso perduto dei dettagli

segnalibro-22.jpg

di Massimo Rizzante

Che cos’è un lettore?

Nelle Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov c’è un passo della conferenza intitolata L’arte della letteratura e il senso comune dove si legge:

«Ricordo una vignetta raffigurante uno spazzacamino che cadeva dal tetto di un alto edificio e notava, precipitando, che in un’insegna c’era un errore d’ortografia, e si chiedeva, nel suo volo a capofitto, perché nessuno avesse pensato a correggerlo […] Questa capacità di interrogarsi su inezie – indipendentemente dall’imminenza del pericolo – questi “a parte” dello spirito, queste note a piè di pagina nel volume della vita sono le forme supreme della consapevolezza, ed è in questo stato mentale infantilmente speculativo, tanto diverso dal senso comune e dalla sua logica, che sappiamo che il mondo è buono». Continua a leggere Il paradiso perduto dei dettagli

Le frontiere del romanzo nel XXI secolo ovvero l'Europa reinventata dall'America

di Miguel Gallego Roca

A gennaio 2007 uscirà un numero monografico di «Nuova prosa» (46), rivista letteraria diretta da Luigi Grazioli, consacrato alla nuova narrativa latinoamericana. Pubblico qui un estratto di uno scrittore e critico letterario spagnolo che ne indica alcune problematiche.

La frontiera fantasma dell’Europa

Continua a leggere Le frontiere del romanzo nel XXI secolo ovvero l'Europa reinventata dall'America

Avanziamo sempre più nel passato

Kenzaburo Oe
risponde a Massimo Rizzante

Massimo Rizzante
Signor Oe, vorrei ripercorrere con lei il suo itinerario romanzesco, anche se come lettore occidentale credo che mi manchino diversi codici per entrare nella sua opera. Malgrado abbia vinto il Premio Nobel nel 1994, molti romanzi (senza contare le novelle, i racconti e le raccolte di saggi letterari e politici) attendono ancora di essere tradotti. Non me lo spiego. Si deve forse al fatto che “l’ambiguo Giappone” di cui ha parlato nel discorso pronunciato a Stoccolma fa a pugni con l’immagine kitsch che l’Occidente ha della sua nazione?

Kenzaburo Oe
Oggi la letteratura giapponese contemporanea è ampiamente tradotta nelle più importanti lingue occidentali. Accanto alle opere di Haruki Murakami, che riscuotono un successo mondiale, i lettori possono accedere non solo agli scrittori della generazione precedente alla mia – Junichiro Tanizaki, Yasunari Kawabata, Yukio Mishima –, ma anche a molti autori della generazione successiva, come ad esempio a Yoko Ogawa. Continua a leggere Avanziamo sempre più nel passato