I perfetti conosciuti de “L’amore e altre forme d’odio” di Luca Ricci

© Stephan Schmitz
© Stephan Schmitz

di Matteo Pelliti

Nel settembre del 2006 usciva un libro strambo, racconti urticanti su coppie in procinto di scoppiare, gioghi coniugali retti dall’esasperazione del silenzio, bambini dallo sguardo spietato affacciati sulle inadeguatezze di un mondo adulto costantemente in affanno nella gestione degli affetti, delle relazioni, delle emozioni. Il quotidiano portato al parossismo, ai limiti del fantastico. Sintassi chirurgica, per una anatomia patologia dei rapporti di coppia. Continua a leggere I perfetti conosciuti de “L’amore e altre forme d’odio” di Luca Ricci

Salentitudini tondelliane – seconda parte

Trent’anni dopo Ragazzi di piazza. Che cos’è diventato il Salento di Tondelli

Edi Brancolini: PIER VITTORIO TONDELLI
Edi Brancolini: PIER VITTORIO TONDELLI

SECONDA PUNTATA / Lecce. L’età dell’innocenza

qui la prima tappa

 di

Giorgia Salicandro

 

«Mi ricordo bene quando ne parlammo. Ci siamo incontrati per caso al Dada, un club teatro a Castelfranco Emilia, a metà strada tra Bologna e Modena. Doveva essere un concerto di Philippe Glass. Scrivevamo entrambi su Rockstar, io di musica, lui teneva la rubrica “Culture club”. Mi raccontò di questo suo reportage. A quel tempo collaboravo con Lei, che in seguito sarebbe divenuto Glamour, e lì avevo pubblicato un articolo – lo ricordo perché fui preso in giro dai miei amici leccesi – che si intitolava, un po’ provocatoriamente, Lecce come Berlino. Naturalmente, Berlino era molto di moda, Lecce invece non se la filava nessuno. Eppure non era uno scherzo, io ci credevo davvero nella creatività leccese, ecco perché consigliai a Pier di andarci. Gli diedi indicazioni, allertai le persone che lo avrebbero guidato. Sì, fui io a dirgli che avrebbe trovato a Lecce quello che stava cercando».

Lecce – Piazza Mazzini- Daniele Coricciati

Pierfrancesco Pacoda è già al bar della Sala Borsa quando arrivo spettinata, reduce da una corsa in autobus e da una multa staccata all’ultima fermata. Lui sorride, nella sua t-shirt bianca con un logo che sembra disegnato a pennarello, non si scompone per il ritardo, ha sistemato un pezzo per Il Resto del Carlino, nel frattempo. Trasalisce solo quando, candidamente, gli confesso che io non lo conosco, il fumetto della t-shirt. Mi sento un’anziana di provincia a confronto con i suoi quarant’anni a Bologna. Fai un’altra scuola, quando cresci al Livello 57, al Link e tra le posse dell’Isola del kantiere, che hai visto nascere e hai trasformato in qualche migliaio di battute, decine di volte, per raccontarle. Se sei andato via dalla provincia ma a diciotto anni eri già abbastanza adulto da non barattare l’unicità di quella fame di voi ragazzi con un sogno rampante, seppure in salsa freack. Se sai fiutare i tuoi riferimenti dove le cose si fanno, e dove ancora non hanno un nome, perché sarai tu a darglielo. Se non ti senti provinciale. Esattamente come Pier. Lecce come Berlino, è partita così.

Alberto Giorgino e Toni Robertini furono i suoi agenti in zona. Non a caso: l’uno studiava a Pisa, l’altro s’era laureato in Filosofia a Urbino, e facevano parte del popolo che calava a casa una volta al mese per piazzarsi in assemblee e concerti all’Università di Lecce, importando long playing e programmi radio. Tra andate e ritorni, Toni aveva anche fondato i Band Aid, il gruppo che – narra il mito – si era inventato il primo album autoprodotto della storia della musica italiana.

Pier era arrivato in treno una mattina di inizio giugno.

Lecce – Piazza Mazzini- Daniele Coricciati

«Non è che avesse un tema – racconta Alberto Giorgino congedandosi per un quarto d’ora dal bibliotecario che è oggi, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università del Salento – telefonò a casa mia che era già a Lecce. Chiesi a Toni: Dove portiamo Tondelli? Allora a chiunque venisse da fuori, si faceva fare il tour turistico-culturale-cazzone lungo la litoranea adriatico-jonica in un solo giorno, senza aria condizionata. Non c’era altro modo. L’idea era di andare a zonzo liberamente per i luoghi che frequentavamo, del resto non era questo il criterio di Pier? Il primo appuntamento fu piazza Mazzini. Ah, già, il “salotto sudamericano”».

Negli anni Sessanta, se compravi casa a Piazza Mazzini qualcuno avrebbe ghignato, stretto tra i denti, «sta costruendo tra le pecore». Non c’era che un fuori porta allo stato brado, quando il Piano regolatore del ’34 aprì il varco alla conquista di quel far west, ed esattamente come nelle steppe americane, virili costruttori a cavallo segnarono i confini di maschi palazzoni che divorarono il cielo pezzo a pezzo. E solo più tardi, molto più tardi, si pensò ad accudire la vita ordinata da quella sorta di eiaculazione costruttoria. Non c’erano bagni tra le pecore, gli alberi furono divelti per lasciare spazio agli appartamenti di bancari, avvocati e commercianti. Restarono una teoria desolata di palme e due aiuole.

«Un salotto sudamericano, così ci sembrava, tra quelle palme e le ombre lunghe dei palazzi. O una sequenza di Deserto rosso di Antonioni». Eppure anche i giovani leccesi, a proprio modo, fecero casa lì.

«C’erano i bar, era quello il riferimento. E due aiuole, fondamentali le aiuole». Pennarello e taccuino presi in prestito, Mauro Marino traccia la propria mappa con una precisione giapponese. Prima del Fondo Verri, che dirige da un ventennio, prima di entrare nella crew del Teatro Valdoca, e prima ancora di condividere con Toni Robertini la stagione dell’Università a Urbino, c’era stata piazza Mazzini.

Lecce – Piazza Mazzini- Daniele Coricciati

«Questa è la piazza, questa via Trinchese, questa via Oberdan. Il Bar Poker era nell’angolo, qui c’era il Bar Roberto, e il Bar Prato, sotto la galleria. Il Raphael era figo, lo frequentavano i più grandi. Sì, c’era pure l’Arnolds, il ritrovo dei paninari, una sorta di Mac Donald ante litteram. È cominciato tutto intorno all’aiuola che dava su via Trinchese. Perché? Era un ottimo sgabello, ci si sedeva sul bordo e si stava. “Che facciamo stasera? Che facciamo domani?”: alla fine si rimaneva là, sull’aiuola. Poi è arrivato il tempo in cui ci è spostati sull’altra, vicino al Bar Roberto. Un passaggio di storie».

Un po’ hippy, un po’ freak, di sinistra di sicuro, chi ortodosso, chi non praticamente, il gruppo della prima aiuola. L’eroina mischia le carte, e ci si ritrova a condividere il bordo persino con i fascisti, là, non lontano dal Bar Poker. Un popolo di ragazzi affamati come dieci anni prima, ma con gli occhi gialli, si mescola nel gorgo degli altri, a piazza Mazzini. Tutti sulla stessa giostra, ognuno a proprio modo.

Il reportage ha potuto godere del prestigioso patrocinio della Città di Correggio e dell’Università del Salento.

 

A proposito di SMart – cooperativa per lavoratori atipici

SMart, letteralmente “società mutualistica per artisti”, è una cooperativa che si rivolge ad artisti e freelance che operano nel settore culturale e creativo. Il progetto è nato nel 1998 in Belgio e oggi conta più di 75.000 soci in nove paesi europei. Nel 2014 SMart ha aperto una sede a Milano e ha da poco un ufficio anche a Roma.
Ho chiesto a Chiara Faini, responsabile per lo sviluppo del progetto italiano, di spiegarmi come funziona. [ot]

A chi si rivolge SMart?

SMart è un progetto nato a Bruxelles nel momento in cui un ingegnere nucleare ed un commercialista si sono resi conto che i loro amici musicisti si trovavano spesso a lavorare in nero, a non sapere quando (e se) sarebbero stati pagati, e a navigare spesso in un buio senza risposte quando sorgevano problemi con la loro attività. Così hanno deciso di pensare a una soluzione per semplificare e tutelare il lavoro degli artisti, e per riconoscere la loro professionalità: se hai fatto della musica il tuo mestiere, questo non significa che puoi permetterti di essere pagato con quattro mesi di ritardo. In seguito si sono accorti che anche grafici, traduttori, editor, giornalisti, formatori, fotografi chiedevano di aderire, perché si trovavano a fare fronte a situazioni molto simili. Oggi SMart si rivolge a tutti i cosiddetti “lavoratori atipici”, a coloro che non si riconoscono nella dicotomia classica impiegato-imprenditore vecchio stampo, sebbene queste purtroppo restino le due principali categorie cui il legislatore fa riferimento.

Nella pratica, come funziona?

Quando un lavoratore atipico diventa socio, SMart lo assume tramite contratto, gli versa il compenso sotto forma di stipendio, al netto dei contributi e delle tassazioni dovute, ed emette per lui o per lei la fattura al committente, con il quale ha stipulato un altro contratto. Il lavoratore, dunque, è legato contrattualmente solo a SMart. Inoltre, i soci sono sempre pagati il giorno 10 del mese successivo al termine del loro lavoro, indipendentemente da quando il committente paghi: ci assumiamo quindi il rischio di ritardi o del mancato pagamento. Se il lavoro in questione è spalmato su più mesi, SMart paga il proprio socio mese per mese.
In sostanza, SMart funziona sul modello della sharing economy; artisti e creativi condividono la stessa partita IVA (la nostra), lo stesso legale e commercialista. In questo modo evitano di pagare lo scotto della loro atipicità professionale con la precarietà delle condizioni di lavoro. È un’alternativa all’apertura della partita IVA individuale, ma non solo: ricevendo il compenso netto, i nostri soci non devono più farsi carico degli aspetti amministrativi e contributivi legati alle loro attività, né preoccuparsi di inviare richiami al committente per essere sicuri di ricevere quanto pattuito. E questo, specie se si lavora in determinati settori, ad esempio con le pubbliche amministrazioni, può fare la differenza!
Ovviamente questo sistema ha un costo. SMart preleva l’8,5% del fatturato dei suoi soci (o il 5% in casi particolari, come spiegato più avanti, ndr), per coprire i propri costi di gestione. Trattandosi di un progetto senza scopi di lucro, quello che avanza di questo 8,5% è reinvestito per organizzare formazioni, incontri, bandi, oltre che per stipendiare noi lavoratori SMart. Applicare una percentuale implica inoltre che tutti, indipendentemente dalla riuscita commerciale individuale, abbiano gli stessi diritti ed accesso agli stessi servizi. È un modo per creare una rete solidale fra professionisti che vengono spesso lasciati da soli.

Cosa succede con le categorie professionali pagate in regime di diritto d’autore, come i traduttori letterari?

Anche in questi casi è SMart che fattura al committente, ma poi i traduttori vengono pagati in regime di diritto d’autore. Inoltre, la percentuale di applicazione è il 5% e non l’8,5%. Le ragioni di questa percentuale più bassa risiedono sia nella gestione semplificata di questo regime, che a noi risulta molto meno onerosa, sia nel rivolgersi a professionisti che non hanno necessità di aprire una partita IVA o di versare contributi, ma utilizzano i nostri servizi esclusivamente per tutelarsi dai ritardi di pagamento.

Quali sono gli eventuali vantaggi per il committente?

Beh, anche per il committente non è mai gradevole ritardare i pagamenti e relazionarsi con professionisti scontenti, rischiando poi di farsi cattiva pubblicità. A maggior ragione se vi è interesse ad instaurare una collaborazione non sporadica con il lavoratore in questione. Con SMart il committente da un lato si assicura che i suoi collaboratori vengano pagati subito, mentre dell’altro può negoziare con noi dei tempi decisamente più lunghi entro i quali saldare la fattura. Infatti, avere tanti soci che condividono lo stesso sistema ci garantisce una liquidità molto flessibile, e possiamo perciò pagare con ampio anticipo rispetto a quando incassiamo.
Un altro vantaggio per il committente è di non doversi più occupare degli aspetti contrattualistici ed amministrativi legati a queste collaborazioni, perché è Smart che se ne occupa.

Come si finanzia SMart?

Si autofinanzia. Sono gli artisti ed i freelance soci che finanziano il tutto, attraverso l’8,5% che pagano su ogni fattura. Nello specifico, per ora, sono principalmente i soci belgi (che sono 60.000 sui 75.000 totali) che sostengono il tutto. È grazie a loro che il modello di SMart ha potuto essere esportato, adattandolo, negli altri paesi (Francia, Italia, Germania, Austria, Ungheria, Svezia, Olanda, Spagna), che mano a mano, crescendo, si stanno rendendo o si renderanno finanziariamente autosufficienti.
Il progetto italiano fa un po’ eccezione in questo senso, perché all’apporto di SMart Belgio si è aggiunto anche il sostegno di Fondazione Cariplo, il che ci permette, in questa fase iniziale in cui non siamo ancora autonomi, di non appoggiarci solo su Bruxelles.

Quali sono i progetti futuri di SMart?

Nella prima metà del 2016 abbiamo lanciato un bando i cui vincitori hanno ricevuto un anticipo sulle spese di produzione per un loro progetto. Ad esempio siamo molto contenti di aver sostenuto Lecittàhannogliocchi, del collettivo Lele Marcojanni, che racconta attraverso un video il rapporto tra il fumetto e Bologna, e che sarà presentato al festival Bilbolbul.
Sempre in primavera, in collaborazione con SMart Belgio, abbiamo creato SMartWays, un progetto che facilita la mobilità internazionale nel settore artistico e creativo: per la prima edizione, un musicista italiano ha suonato a Liegi, mentre due musicisti belgi si sono esibiti a Torino e a Milano. A parte il fatto che erano i giorni di sciopero degli operatori di volo, tutto è andato molto bene!
In entrambi i casi sono state esperienze positive, e che vogliamo riproporre e fare crescere.
Insieme ad ACTA abbiamo poi sviluppato un’iniziativa rivolta ai freelance, che permette loro di usare SMart per non sforare dal regime dei minimi.
Ora stiamo definendo, attraverso varie collaborazioni, delle formazioni su alcuni temi sensibili (crowdfunding, diritto d’autore, negoziazione dei prezzi). Questi corsi sono già proposti da SMart in Belgio e in Francia, e sono molto richiesti.
Infine un cantiere importante è lo sviluppo del nostro ufficio di Roma, che esiste da aprile e che deve man mano farsi conoscere.

Qual è il vostro bilancio dopo un anno di attività con SMart Italia?

In una intervista apparsa di recente, il pioniere della peer to peer economy Michel Bauwens ha citato SMart come modello positivo di sharing economy, perché offre una risposta mutualistica e solidale a quei professionisti che rappresentano l’evoluzione più recente del mercato del lavoro. In Italia, le condizioni di questi lavoratori sono particolarmente precarie, e mi pare che un progetto come SMart sia davvero pertinente, anche in un’ottica di semplificazione. Basti pensare che in Belgio SMart ha 60.000 soci ed utilizza 2 tipi di contratto. In Italia abbiamo 370 soci e ne usiamo 8!
C’è poi chiaramente un grosso lavoro da fare per farci conoscere, adattare il progetto ai bisogni dei nostri soci attuali e potenziali, per aiutarli a far valere la loro professionalità, costruire collaborazioni con altre realtà, ma in generale possiamo dire che SMart sta incontrando entusiasmo e curiosità. Di recente una nostra socia ci ha chiesto di fare uno stage da noi per capire bene come funziona il progetto e darci una mano… ci è sembrato un ottimo segnale!

 

“Vivo, sono partigiano.” ANTONIO GRAMSCI[22 gennaio1891-27 aprile 1937]

In conclusione: il mondo è grande e terribile e complicato, e noi stiamo diventando di una saggezza che diventerà proverbiale.

Lettera a Giulia Schucht
del 18 Maggio 1931

di Orsola Puecher

 
“Vivo, sono partigiano.” scrive Antonio Gramsci l’11 febbraio 1917, quasi cent’anni fa, e in questo imprescindible sillogismo, in questo cogito ergo sum fra vivere, essere vivo e partecipare, parteggiare nella vita della πολις, in questa esistenza politica, in questa politica esistenziale, sta in nuce il primo seme della futura Resistenza. Nel proto partigiano Gramsci, una condanna a morte lunga undici anni, fra confino e carcere, ai quali resistette con le sole armi della parola e del pensiero scrivendo i 32 ⇨ Quaderni del Carcere, e il composito patrimonio delle ⇨ Lettere dal carcere, c’è lo stesso coraggio, la stessa forza morale di quegli uomini e donne che scelsero, che non furono ⇨ indifferenti, che si opposero alla fatalità della storia e davanti alla morte reagirono con lo stesso spirito vitale.
 


[le uniche rare immagini filmate di Antonio Gramsci
al IV Congresso dell’Internazionale Comunista
Pietrogrado e Mosca 5 novembre – 5 dicembre 1922
]

 

Camilla Ravera a Giuliano Gramsci

Roma 20 dicembre 1972

[…] Circa l’incontro di Gramsci con Lenin a cui accenni, e di cui desidereresti qualche particolare, non posso dirti molte cose. Gramsci si riferì spesso a quell’incontro nel corso delle lunghe conversazioni che io ebbi con lui durante la mia permanenza a Mosca, tra la fine dell’ottobre e la metà del dicembre 1922; ma sempre accennandovi in rapporto alle questioni politiche di cui in quel momento particolarmente ci occupavamo. Non ricordo, ad esempio, se mi disse la data precisa di quell’incontro, o altri particolari circa il luogo e il modo, che dovettero essere poco diversi da quelli dell’incontro con Lenin che nei primi giorni del novembre potemmo avere Bordiga ed io.
[…] Lenin era malato; i medici non permettevano che avesse lunghe conversazioni politiche.
[…] Io ero arrivata a Mosca con qualche anticipo rispetto alla data di inizio del congresso: il IV congresso dell’I.C. di cui ero delegata. A Mosca avevo ritrovato Gramsci, che dal maggio di quell’anno rappresentava il P.C.I. nell’Esecutivo dell’I.C. […] Pensavo di dare qualche aiuto a Gramsci, che ritrovavo in non buone condizioni di salute. Era stato gravemente malato, e ricoverato in una casa di cura dall’inizio dell’ottobre.
[…] Durante quelle nostre conversazioni Gramsci mi disse di aver espresso a Lenin il suo profondo dissenso con Bordiga, non soltanto sul problema dei rapporti con il Partito Socialista, ma sul giudizio del fascismo, della situazione italiana, delle sue prospettive, e sulla politica del Partito, settaria, chiusa, e in definitiva inerte e inadeguata alle esigenze del momento.
[…] “Lenin, mi diceva Gramsci, conosce le cose nostre assai più di quanto supponiamo”
[…] Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani.
[…] Ma ad interrompere quei discorsi tra me e Gramsci, giunse a Mosca la notizia della cosiddetta “marcia su Roma” e del governo instaurato in Italia da Mussolini; e arrivò a Mosca Bordiga portando di quei fatti la diretta testimonianza. […] Su di essi si manifestò la insuperabile diversità di pensiero politico esistente fra Gramsci e Bordiga: Bordiga sottovalutava le conseguenze dell’avvento fascista al potere; prevedeva per il nuovo governo la possibilità di una convergenza socialdemocratica; e si limitava a riaffermare la schematica e indifferenziata contrapposizione: Stato Borghese-Stato Proletario.
Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani. […]Lenin ascoltò con evidente meraviglia le sue opinioni, rigide ed astratte; a cui indirettamente rispose poi nel suo discorso al Congresso, accennando agli insegnamenti che i comunisti italiani avrebbero dovuto trarre dalla propria esperienza in regime fascista.
[…] Forse, da quella conversazione avuta con Gramsci e dalla seguente con Bordiga, può essere derivata – in Lenin e nell’Internazionale – la decisione, presa dopo breve tempo che Gramsci, non rientrasse in Italia, ma si riavvicinasse al Partito, trasferendosi a Vienna, con un proprio ufficio, e là riprendesse la pubblicazione della rivista “L’Ordine Nuovo”, e quel lavoro verso i compagni che – sviluppato poi successivamente nell’azione politica in Italia – portò al superamento nel Partito del bordighismo, alla formazione di un nuovo gruppo dirigente; alla direzione politica di Gramsci, fino al suo arresto.

in La storia di una famiglia rivoluzionaria
APPENDICE / LETTERE
di Antonio Gramsci jr. pag 194-197
Editori Riuniti [2014]


 
L’8 novembre del 1926 il deputato comunista Antonio Gramsci, allora trentacinquenne, viene arrestato dalla polizia fascista.
Il Tribunale Speciale sentenzia “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare.
 
[Lettera alla madre del 25 aprile 1927]
 
La mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni. Non perché io non sia arcisicuro di rivederti e di farti conoscere i miei bambini (riceverai la fotografia di Delio, come ti ho annunziato; ma Carlo non te ne aveva consegnata una nel 1925? quando Carlo venne a Roma? e Chicchinu Mameli ti aveva dato uno scudo di argento che avevo mandato a Mea perché si facesse fare un cucchiaino? e una tabacchiera di legno speciale per te? — mi sono sempre dimenticato di domandarti queste cose), ma perché sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla né la mia rettitudine, né la mia coscienza, né la mia innocenza o colpevolezza. È un fatto che si chiama politica, appunto perché tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipí nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipí nel letto di questa grande genitrice di biade e di eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poiché le cose sono cosí, non bisogna né allarmarsi, né illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione.


 
E Gramsci dai suoi scritti esce ancora vivo, lucido, ironico, tenero, disperato e insieme pieno di speranza per il futuro, con quell’intento pedagogico che dai primi anni della sua militanza non lo abbandonò mai, con cui cerca di educare attraverso favole, ricordi d’infanzia, raccomandazioni e consigli di lettura i figli lontani, in Russia con la moglie Giulia Schucht, Delio che poté vedere per solo pochi mesi e Giuliano, che non vide mai. Dal suo doppio carcere cerca tenacemente attraverso le lettere alla moglie e ai figli, alla madre, ai fratelli, alla cognata Tatiana, unici fili di contatto possibile, di tenere insieme i suoi affetti recisi.
 
[Lettera alla cognata Tatiana del 19 maggio 1930]
 
Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c’è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo, ecc. ecc.; – era già stato da me preventivato e come probabilità subordinata, perché la probabilità primaria dal 1921 al novembre 1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. Quello che da me non era stato preventivato era l’altro carcere, che si è aggiunto al primo ed è costituito dall’essere tagliato fuori non solo dalla vita sociale, ma anche dalla vita famigliare ecc. ecc.


 
Nel ricordo lontano della sua vita di bambino nelle campagne aspre della Sardegna, il sogno della famiglia perduta rivive nella laboriosa famiglia di ricci, mamma, papà e tre riccetti che collabora alla raccolta delle mele una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna
 
 

da ⇨ Igelkottens träd [1987]
di Mari Marten-Bias Wahlgren

L’albero del riccio
di Antonio Gramsci
da ⇨ L’albero del riccio

 

Caro Delio,
      mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagianni, cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc. ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno. Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri, dell’uccello tessitore e dell’orso, e su altri animali ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa ecc. ecc. Mi pare che tu conosca la storia di Kim, le novelle della jungla e specialmente quella della foca bianca e di RikkiTikkiTawi?
   Ti bacio.

ANTONIO


 
I bambini sono le prime vittime dei regimi dittatoriali, che tendono a plasmare le loro menti. Per non farli diventare piccoli automi plagiati, devono essere educati all’eguaglianza e alla libertà, devono imparare l’indipendenza di giudizio, a separare bene e male e ad avere principi morali saldi. Le favole rappresentano una percezione del mondo e come allegorie della realtà, servono a Gramsci per spiegare ai suoi bambini lontani la vita come se fosse un gioco. Il topo e la montagna è nella tradizione delle fiabe a catena che derivano spesso da filastrocche destinate a essere cantate, con una serie di elementi che si accumulano, finché la catena non si scioglie, risolvendosi e ripetendo il percorso in senso inverso. Il ciclo della speculazione capitalistica sarà contrastato dal topo, che concepisce un futuro, ancora attuale e disatteso “vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
 

Il topo e la montagna
da ⇨ L’albero del riccio

il-topo-e-la-montagna

[ illustrazione di Maria Enrica Agostinelli
per ⇨ l’edizione Editori Riuniti – 1966
]

      Carissima Giulia,
      puoi domandare a Delio, da parte mia, quale dei racconti di Puskin ami di piú. Io veramente ne conosco solo due: Il galletto d’oro e Il pescatore.
      Vorrei ora raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante.
      Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano.
      Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte. Il bambino, non avendo latte, strilla, e la mamma che non serve a nulla corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e la campagna arida vuole l’acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e l’acqua si disperde: vuole il maestro muratore; questo vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà i pini, querce, castagni ecc. Cosí la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto il nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura. Insomma il topo concepisce un vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
      Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi l’impressione dei bimbi.
      Ti abbraccio teneramente.

ANTONIO


 
Giulia Schucht a Mosca con i figli Delio nato nel 1924 e Giuliano nato nel 1926
Giulia Schucht – Julca – a Mosca con i figli
Delio nato nel 1924 e Giuliano nato nel 1926

David Ojstrach in ⇨ Légende Op. 17
di ⇨ Henryk Wieniawski [1835-1880]
[ suonato da Giulia Schucht nel 1918 al Concerto di Capodanno
a Mosca, a Lefortovo, nell’edificio dell’ex scuola di Alekseev
]


Il celebre scrittore sovietico Aleksander Serafimovicˇ diede una descrizione molto vivace delle impressioni ricavate dall’esecuzione di Giulia sul quotidiano Izvestija del 6 gennaio:
«[…] All’estremità del palcoscenico si avvicina timida una ragazza, con un vestito bianco e nero, un violino in mano e un dolce viso di fanciulla che chiede alla vita: “Che cosa sei? Che cosa nascondi?” Stringe il violino e lentamente, piegando in maniera strana e leggera il braccio avvolto in una manica trasparente, solleva l’archetto, mentre io abbasso lo sguardo. Eh, ha fatto male a scegliere la Légende… Si deve tenere conto del pubblico, non capiranno: comincerà lo strofinar di nasi, la tosse… Ha sbagliato… me ne stavo accigliato e con gli occhi bassi, e in quel secondo dalla scena si svolge lentamente verso quel mare umano un filo argentino e melodioso, ininterrotto, simile a tratti a una voce umana, ora è appena percettibile, sul punto di spegnersi, ora si raddensa in un lamento di petto emesso da un contralto basso, si svolge e spegne tutti i suoni, dominando.
E io levo lo sguardo…
Avete mai visto il mare quando è di vetro?
Vi rimangono sospese le nubi dimenticate, e vi si riflettono le montagne, e la riva, e il volo lontano di un gabbiano bianco.
Avete mai sentito ottomila persone che trattengono il fiato?
Ecco cosa dice il canto di questa ragazza dai capelli corvini, cosa dice da sotto il lungo, infinito archetto.
Cosa?
Dice che esistono gioia e amarezza, ed esiste un passato, e un futuro ignoto, velato di filamenti turchini…
La ragazza ha portato la sua mirabile arte, la sua opera; l’hanno accolta con cura e ora hanno ringraziato.
E io ho guardato felice i volti eccitati.».

in La storia di una famiglia rivoluzionaria
MIA NONNA GIULIA
di Antonio Gramsci jr. pag 62-63
Editori Riuniti [2014]


 
JUlca
Julca
Gramsci conobbe Giulia Schucht [1894-1980] insieme alla sorella Eugenia nel 1922, durante il ricovero nella casa di cura di Serebrjanyj Bor, Bosco d’Argento, vicino a Mosca. Dopo un breve legame con Eugenia, ricoverata per una paralisi alle gambe, rimane folgorato da Giulia. La famiglia Schucht di origini tedesche, con forte tradizione antizarista è amica di vecchia data di Lenin. Sono tornati in Russia allo scoppio della Rivoluzione, dopo lunghe peregrinazioni in esilio, tra Svizzera, Francia e Italia, dove Giulia studia violino all’Accademia di Santa Cecilia di Roma e dove si fermerà la terza sorella Tatiana, laureata in Scienze Naturali, che sarà accanto a Gramsci nei lunghi anni di prigionia e di malattia. Le difficoltà in cui si dibatte il paese pesano anche sugli Schucht, che vivono in estreme ristrettezze economiche. Dopo la nascita del primo figlio Delio, in un unico momento sereno, Giulia e Antonio vivranno alcuni mesi a Roma, ma l’aggravarsi della situazione italiana induce il ritorno a Mosca. Giulia aspetta il secondo figlio, Giuliano. Antonio non lo conoscerà mai, ne mai più dopo l’arresto rivedrà Giulia. Il rapporto epistolare proseguirà fra alti e bassi. Antonio lamenta spesso i lunghi periodi di silenzio di Giulia, ma ignora che dopo il ritorno a Mosca la sua salute, già fragile, si è incrinata, soffre di epilessia e di continui esaurimenti nervosi, di cui non vuole far sapere nulla al marito, già in una situazione così difficile.
 

18 aprile 1927

Mia carissima Julca,
      riprendo a scriverti, dopo tanto tempo. Ho ricevuto solo pochi giorni fa due tue lettere: una del 14 febbraio e l’altra del 1° marzo e ho pensato tanto tanto a te; ho proprio fatto un inventario di tutti i miei ricordi e sai quale immagine m’è rimasta piú impressa? Una delle prime, di tanto tempo fa. Ricordi quando sei ripartita dal bosco di argento, dopo il tuo mese di vacanze? Io ti ho accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. Ci eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi e avevo avuto l’elettricità dei gatti quando tu suonavi Beethoven. Cosí ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la tua borsa da viaggio cosí pittoresca. Qual è adesso il mio stato d’animo? Ti scriverò piú a lungo le prossime volte (domanderò di scrivere una doppia lettera) e cercherò di descriverti gli aspetti positivi della mia vita di questi mesi (gli aspetti negativi ormai sono dimenticati); vita interessantissima, come puoi immaginare, per gli uomini che ho avvicinato e le scene alle quali ho assistito. Il mio stato d’animo generale è improntato alla piú grande tranquillità. Come posso riassumerlo? Ricordi il viaggio di Nansen al Polo ? E ricordi come si svolse? Poiché non ne sono molto persuaso, te lo ricorderò io. Nansen, avendo studiato le correnti mari ne ed aeree dell’Oceano Artico ed avendo osservato che sulle spiaggie della Groenlandia si ritrovavano alberi e detriti che dovevano essere di origine asiatica, pensò di poter giungere o al Polo o almeno vicino al Polo, facendo trasportare la sua nave dai ghiacci. Cosí si lasciò imprigionare dai ghiacci e per 3 anni e ½ la sua nave si mosse solo in quanto si spostavano, lentissimamente, i ghiacci. Il mio stato d’animo può paragonarsi a quello dei marinai di Nansen durante questo viaggio fantastico, che mi ha sempre colpito per la sua ideazione, veramente epica.
      Ho reso l’idea? (come direbbero i miei amici siciliani di Ustica). Non potrei renderla in modo piú breve e sintetico. Dunque non preoccuparti per questo lato della mia esistenza. Invece, se vuoi che io ti ricordi sempre con tenerezza (scherzo, sai!), scrivimi a lungo e descrivimi la tua vita e quella dei bambini. Tutto mi interessa, anche le minuzie. E mandami delle fotografie, ogni tanto. Cosí seguirò anche con gli occhi, lo sviluppo dei bambini. E scrivimi anche di te, molto. Vedi, qualche volta, il signor Bianco? E vedi quel curioso tipo di africanista che una volta mi promise un fritto di rognoni di rinoceronte? Chissà se si ricorda ancora di me; se lo vedi parlagli di questo fritto e scrivimi le sue risposte; mi divertirò un mondo. Sai che non faccio altro: pensare al passato e riandare tutte le scene e gli episodi piú buffi; ciò mi aiuta a passare il tempo, qualche volta proprio rido di cuore, senza neanche accorgermene. Cara, Tania mi annunzia altre tue lettere; come le attendo!
      Saluta tutti i tuoi.
      Ti voglio molto bene.
      

ANTONIO

      Tania è proprio una bravissima ragazza. Perciò io le ho dato parecchi tormenti.


 
La nave rimarrà incagliata fra i ghiacchi. In seguito a una campagna antifascista internazionale di protesta Gramsci, che non si piegò mai a chiedere la grazia, nel ’35 avrà la libertà condizionale per motivi di salute, sarà trasferito in clinica prima a Formia e poi a Roma. Otterrà la piena libertà il 21 aprile del 1937, ma il corpo sfibrato dalla malattia, la tubercolosi ossea che lo affliggeva fin da bambino, aggravata dalle privazioni della detenzione, cederà solo pochi giorni dopo, il 27 aprile.
 

THE REVENANT [2015] Purché sia acqua

[ lezioni americane ] – in Spotlight vengono denuciate senza mezzi termini le violazioni dei religiosi sui corpi di bambini – nessuno può dirsi innocente ⇨ nel “teatro del mondo” di The Hateful Height – e la vendetta porta all’autodistruzione e all’estremo – forse inutile – sacrificio ugualmente in The Revenant – ma è proprio sui corpi fisici degli attori – infrangendo la levigata – la patinata idealizzazione di una bellezza perfetta – che ci arriva una lezione di cinema – di vita e di etica dell’arte – di senso profondo – Daisy di Janet Jason Leigh è “bellissima” per tutto un film nella sua bruttezza ricoperta di graffi – lividi e sangue&vomito – persino Charlize Theron in un frenetico e visionario Mad Max: Fury Road – rasata a zero con un braccio ridotto a moncherino lotta contro dei tiranni freaks e deformi e conclude il film pesta e con un occhio semichiuso – Brie Larson in Room senza trucco – trasandata e fragile – è prigioniera con il suo bambino nella stanza maleodorante dove è stata rinchiusa per anni dal suo rapitore – e anche in The Martian tipica storia americana in cui per “la gloria della nazione” un cosmonauta viene salvato in extremis dopo essere stato abbandonato su Marte – Matt Demon si trasforma in un buon selvaggio sporco – barbuto e puzzolente che coltiva patate fra i suoi escrementi – Leonardo Di Caprio arranca strisciando martoriato di ferite – fra fango e sangue e acqua – solo nella maestosa terribile bellezza della “natura rossa” – grugnendo ogni tanto qualche parola sconnessa – nè più nè meno dell’orsa che lo ha aggredito riducendolo nel fin di vita da cui dovrà tornare “redivivo” – lo stesso girare questo film diventa per il cast una specie di “via iniziatica” – di prova di coraggio e di sopravvivenza – e sicuramente arriva a investire delicati meccanismi emotivi negli attori prima e nel pubblico di conseguenza – ed è proprio da questa sfera di rimandi emozionali che partono gli appunti di Anna Tellini su The Revenant attraverso Tarkovskij e Rubèn Gallego e l’Ivan Il’ič di Tolstoj – [ Orsola Puecher ]


 

 
di ⇨ Anna Tellini

Prologo

Dialogando fitto col proprio tumore, un regista apre il suo ultimo film con
 
un uomo e un bambino che innaffiano un albero morto.
 
Una sequenza di “Sacrificio” che non mi ha dato scampo, e per decenni mi ha scavato dentro.

Antefatto

Tarkovskij ero – molto faticosamente – riuscita a farlo venire nella mia università a parlare di “Nostalgia” (allora in fase di montaggio) e del suo cinema, ma, come spesso capitava coi russi, mi trovai ad ascoltarlo profetare. Sul declino ineluttabile dell’Occidente, orfano di spiritualità, in primo luogo: un piccolo-grande “scontro di civiltà” ante litteram?
 
L’uditorio, all’epoca, non potè tollerare che qualcuno, per di più venuto da una terra di barbari, si ponesse con fare così sprezzante, e l’incontro si trasformò in un ring.
 
Fu allora che toccai con mano il potere vero della traduzione: l’interprete ero io, e – omettendo se necessario, smussando con generosità – riuscii a far rispettare perlomeno i codici del gioco.



 
Dal documentario-saggio di Chris Marker
Une journée d’Andrei Arsenevitch [1999]

 

Atto I

Sono io? Sì, sono io.
 
Dalla vecchia cassetta, insondabilmente non smagnetizzata, la mia voce mi ritorna tranquilla: parole scandite ad arte, dizione esemplare, tono di chi sa il fatto suo. Le mie riserve istrioniche soccorrono il pre-coma emotivo che mi fiorisce dentro.
E’ un giorno del 1983, l’aula magna della mia facoltà è strapiena, ed io sto per giocarmi l’onorabilità, se mai ne ho avuta una: Tarkovskij ha cominciato a parlare…

Atto II

Sono io? Sì, sono io.
 
Oggi – qualche giorno fa.
Nessun aplomb – vero o interpretato, stavolta. Accavallo e scavallo le gambe, assetate di fuga. Mi copro il viso – gli occhi però no.
Mi afferro la nuca – come a sostenermi.
Davanti a me, una fila di adolescenti imperturbabili mi attesta i numerosi gap generazionali sopravvenuti.
Un’orsa ha fatto irruzione sullo schermo Flagranza di artigli.

 
1orsa 2orsa
3orsa 4orsa

Hugo Glass ne è squarciato. Ora è una bambola inerme. Ma urla gorgoglia si contrae
in un vasto supplizio di disintegrazione.
Squarci trionfanti a scoprire ossa e interni grovigli. Evidenza scandalosa del soffrire.
Sangue secrezioni umori poco ostensibili. Nulla ci viene risparmiato.
Sto guardando un film, che – fatto per me ben più micidiale – deve molto a Tarkovskij.
Con un anacronismo per me saturo di tempo e imperioso quanto la marmellata di susine che aveva catapultato il tolstojano Ivan Il’ič ai giorni della sua infanzia, “Revenant” di Iñárritu mi rimaterializza ormai ben labili assenze come la fu Unione Sovietica e un regista con essa in irrimediabile rotta di collisione. E ogni cosa si permea di emozioni, e tutto riprende corpo, sensorialità e peso.
Pensare che sto solo guardando un film – anche se deve molto a Tarkovskij.
La stessa ossessione dell’acqua. Acqua ghiacciata, sgocciolii, acqua violenta dal cielo. Alito che si condensa.

 
 
 
 


Un’acqua forse neanche trasparente si fa strada aggressiva tra radici nodose, ribolle, e noi siamo lì, vicinissimi, anche se magari non sappiamo dove, la vista ingombrata dai vapori.
Il peso dell’acqua e la fatica di affrontarla.
Acqua che qualche volta salva, ma più che altro espone. E poi trascina un corpo già abbondantemente trafitto ai suoi aguzzini finali.
Onirici quasi, in essa appariranno degli alci, immagini creaturali sì, ma qui soprattutto cibo che sfuma alla presa, prima che alla vista.
Acqua che disseta, e che nasconde.
Acqua che ostacola, oggetto intrattabile che obietta e che resiste. Epperò da attraversare: durezza e rischio.
Densità e vischiosità. Astuzia dell’acqua.
Doti trasformative, contenitive: ostensione velata di corpi e presenze ambigue, di creature che non appartengono più del tutto al mondo di sopra.
Malinconia dei corpi.
Altri occhi, più sapienti dei miei, hanno nel frattempo scandito a regola d’arte i debiti di “Revenant” con Tarkovskij, inquadratura per inquadratura. Per me è stato più semplice, a dirmelo è stata la memoria del corpo.

 

 
Vicissitudini del corpo del protagonista. Hugo Glass striscia. In ⇨ un video di anni fa, anche Rubén Gallego striscia, e lo fa con consumata leggerezza, e lo fa con un’abilità preclusa ai più, in una sorta di visione orizzontale del mondo. Come in un’inquadratura fedele all’acqua.
E le immagini si moltiplicano, come in un’arcana, e molto privata, liturgia della resurrezione.

 

Epilogo

 
Una volta a casa, resuscito la cassetta sopravvissuta a traslochi e peripezie di varia portata, un terremoto incluso, e mentre ascolto, ritrovandola dentro di me, la voce di un Tarkovskij redivivo che riprende a profetare, mi preparo una minestra: calda, fluida, rassicurante, ad essa, penso, lo stomaco, anche se un po’ contratto, non si opporrà.
Un cibo-bambino, come quella marmellata di susine che aveva accompagnato gli ultimi giorni di Ivan Il’ič, consigliere di Corte d’appello.

 

CONNESSIONI
(a mo’ di poscritto)

 
Come in un gioco di imprevedibile assonanza, alle spalle de La morte di Ivan il’ič (1882-1886) di Lev Tolstoj, e di Bianco su nero (2002), sorta di autobiografia di Rubén Gallego, possiamo, forse, azzardosamente vedere due eventi lontani – e non solo nel tempo -, ma di eguale, e inaudita, corrosività.
Se nel 1881 l’assassinio di Alessandro II, zar di tutte le Russie, non commosse il “grande vecchio”, ne rese però irreversibile la conversione mistica, l’insofferenza per la follia dell’abituale, per l’inerzia del buonsenso nella vita quotidiana.
Dal canto suo, Gallego approfitterà del disordine generale innescato dalla perestrojka per fuggire dall’ospizio dov’era rinchiuso, tornando dai mondi a parte – istituti per disabili, centri chiusi, centri segreti – dove di volta in volta lo avevano internato in attesa della morte prevedibile per chi, come lui, era marchiato da un handicap grave. Nel suo caso, una paralisi cerebrale alla nascita: anche se, come rivendicherà una volta libero, “con l’indice della sinistra posso scrivere al computer, nella destra ci si può infilare un cucchiaio e mangiare normalmente” [Adelphi 2004, p. 131].
Niente di tutto questo, va da sé, nell’esistenza un tempo addirittura brillante di Ivan Il’ič, non fosse che essa ci viene data retrospettivamente dal punto di vista della sua morte, a sua volta raffigurata dall’interno , dal punto di vista della coscienza del morente. E allora grado a grado tutto si sgretola nei toni della menzogna e del disvalore. E’ qui che, mano a mano che Ivan Il’ič sprofonda nelle vicissitudini del corpo, la marmellata di susine, madeleine proustiana ante-litteram, anche se di materia più dimessa, viene dolorosamente ad evocare in lui, con la memoria dei sapori, tutta una serie di ricordi dell’infanzia, la bambinaia, il fratello, i giocattoli…
((Uno dopo l’altro gli passavano davanti agli occhi i quadri del suo passato. Cominciava sempre col vedere quelli dei tempi più prossimi ed era poi ricondotto ai più lontani, a quelli della sua infanzia e in quelli si fermava. La marmellata di susine nere che ora gli davano da mangiare gli rammentava le susine crude, quelle susine francesi, tutte grinzose, della sua infanzia, quel loro sapore particolare, e la saliva che gli veniva in bocca quando arrivava al nocciolo: e questi ricordi dei sapori evocavano tutta una serie di ricordi di quel tempo: la bambinaia, il fratello, i giocattoli. «No, non ci devo pensare… fa troppo male», diceva fra sè Ivan Ilijc e di nuovo tornava al presente.))
 

Comprensibilità / incomprensibilità in poesia

[Questo testo è nato da una discussione svoltasi sul sito  “Poliscritture”. Ed è stato poi lì pubblicato come pezzo autonomo. Lo ripropongo molto volentieri su NI.]

di Massimo Parizzi

Per me questa discussione è stata tutta interessante. Ma riguardo a un tema in particolare, la “comprensibilità/incomprensibilità” in poesia, vorrei cercare di dire qualcosa su questioni che, stranamente, mi sembra non siano state toccate. Scusate se comincio con ricordi personali.

Un incontro determinante per il mio futuro (e tuttora il mio presente) fu, tra i 16 e i 17 anni, cioè nel 1966-1967, quello con un gruppo di pittori, scrittori e “teatranti” che in quegli anni aprirono a Milano una “galleria-teatro-laboratorio” dal nome Il Parametro e fecero uscire per due numeri una rivista omonima. I pittori erano astrattisti geometrici. Gli scrittori guardavano a Beckett (poi si sarebbero innamorati, loro e anch’io, dello strutturalismo) e componevano testi di parole e frasi esatte, sonore e misteriose. Continua a leggere Comprensibilità / incomprensibilità in poesia

Tre domande sulla scrittura (a Giulio Marzaioli e Andrea Inglese) 1

(Nell’ambito di una tesi dal titolo “Dalla prosa lirica alla prosa in prosa”, discussa da Marco Inguscio presso la facoltà di Lettere moderne presso l’Università del Salento, Giulio Marzaioli ed io siamo stati invitati a rispondere a tre medesime domande relativamente alla nostra esperienza di autori.
Pubblico di seguito lo stralcio della tesi con l’intervista a Giulio Marzaioli, cui seguirà quella mia. a. i.)

INTERVISTA A GIULIO MARZAIOLI

1) La prosa in prosa è scrittura della crisi. Siete d’accordo con una simile affermazione?

“Prose en prose” è una definizione che Jean-Marie Gleize ha coniato relativamente alla propria scrittura e che vuole significare un’inclinazione della sua opera verso l’oggettività, la documentazione, il taglio dell’inquadratura, la riduzione (o l’azzeramento) della fascinazione metaforica (tracciando così un confine rispetto alla poesia in prosa). Continua a leggere Tre domande sulla scrittura (a Giulio Marzaioli e Andrea Inglese) 1

Alcune frasi su Senza paragone di Gherardo Bortolotti, in buona parte non mie.

riou_1 di Andrea Raos

A cosa si riferisce il titolo di questo libro? Cosa, di preciso, è come, simile, affine, non diverso, diverso, non come, opposto, analogo, non proprio, distinto, dissimile, pari a, somigliante, differente, identico, paragonabile, non più di, impari a? Anche solo per stilare questa lista incompleta ho dovuto modificare più di una volta genere e caso, primo indizio dello slittamento / smottamento che di questo libro è l’unico, pericolante cardine.

Si immagini di porre di fronte alla coralità di Tecniche di basso livello (2009) un colossale, decostruente “[x è] quasi come se” – mancano, e non è un dettaglio, sia il soggetto che soprattutto la copula, il segno dell’esistenza. Allora si percepirebbe il respiro tragico di questa scrittura fittamente focalizzata sul non detto, l’inespresso, l’inafferrabile. Tutto il non concepito del mondo se ne ritrova potenziato e, al tempo stesso, recintato (non c’è niente di misticoineffabile in Bortolotti, per fortuna sua e di chi lo legge). “Recintato” nel senso di ricondotto alla realtà grammaticale dell’indicibilità al di fuori di ciò che in effetti si dice.

Uno degli “effetti di senso” più nefasti di tanta letteratura italiana, il parlare di un non meglio precisato “oltre” come se se ne stesse tacendo, si ritrova così messo fuori gioco, con una mossa tanto semplice quanto efficace.

In attesa dello “spazio esterno” (le astronavi che fugacemente appaiono in 11.01), al centro del mondo come Bortolotti ce lo espone si trova, presa in pieno da un fascio di luce nera, la realtà di un’assenza che non ha paragoni.

Gherardo Bortolotti, Senza paragone, Transeuropa, 2014, p. 64.

 

“Il Sintomo” di Fiorentino e Mastelloni

di Ornella Tajani

Naso di cane, Scugnizzi, Vito e gli altri: è l’atmosfera fumosa, violenta e soffocante di un film poliziottesco quella evocata da Il sintomo (Marsilio, 2014), il nuovo romanzo di Francesco Fiorentino e Carlo Mastelloni. Come nel precedente Il filo del male (Marsilio, 2010), anch’esso scritto a quattro mani, la narrazione prende le mosse dall’arrivo del protagonista nel luogo natio abbandonato anni prima, in una sorta di dramma dell’eterno e imprescindibile ritorno. Continua a leggere “Il Sintomo” di Fiorentino e Mastelloni

A Granada, leggendo Bolaño

di Massimo Rizzante

Eravamo agli inizi della decade scorsa. In Italia quasi nessuno si era accorto di Bolaño, sebbene molti suoi libri fossero stati pubblicati da Sellerio. In Spagna e in Francia l’autore era già molto noto. Nella primavera del 2007 «Nuova prosa» (46), diretta da Luigi Grazioli, pubblicò un volume dedicato alla nuova narrativa latinoamericana. Continua a leggere A Granada, leggendo Bolaño