“Vivo, sono partigiano.” ANTONIO GRAMSCI
[22 gennaio1891-27 aprile 1937]

In conclusione: il mondo è grande e terribile e complicato, e noi stiamo diventando di una saggezza che diventerà proverbiale.

Lettera a Giulia Schucht
del 18 Maggio 1931

di Orsola Puecher

 
“Vivo, sono partigiano.” scrive Antonio Gramsci l’11 febbraio 1917, quasi cent’anni fa, e in questo imprescindible sillogismo, in questo cogito ergo sum fra vivere, essere vivo e partecipare, parteggiare nella vita della πολις, in questa esistenza politica, in questa politica esistenziale, sta in nuce il primo seme della futura Resistenza. Nel proto partigiano Gramsci, una condanna a morte lunga undici anni, fra confino e carcere, ai quali resistette con le sole armi della parola e del pensiero scrivendo i 32 ⇨ Quaderni del Carcere, e il composito patrimonio delle ⇨ Lettere dal carcere, c’è lo stesso coraggio, la stessa forza morale di quegli uomini e donne che scelsero, che non furono ⇨ indifferenti, che si opposero alla fatalità della storia e davanti alla morte reagirono con lo stesso spirito vitale.
 


[le uniche rare immagini filmate di Antonio Gramsci
al IV Congresso dell’Internazionale Comunista
Pietrogrado e Mosca 5 novembre – 5 dicembre 1922
]

 

Camilla Ravera a Giuliano Gramsci

Roma 20 dicembre 1972

[…] Circa l’incontro di Gramsci con Lenin a cui accenni, e di cui desidereresti qualche particolare, non posso dirti molte cose. Gramsci si riferì spesso a quell’incontro nel corso delle lunghe conversazioni che io ebbi con lui durante la mia permanenza a Mosca, tra la fine dell’ottobre e la metà del dicembre 1922; ma sempre accennandovi in rapporto alle questioni politiche di cui in quel momento particolarmente ci occupavamo. Non ricordo, ad esempio, se mi disse la data precisa di quell’incontro, o altri particolari circa il luogo e il modo, che dovettero essere poco diversi da quelli dell’incontro con Lenin che nei primi giorni del novembre potemmo avere Bordiga ed io.
[…] Lenin era malato; i medici non permettevano che avesse lunghe conversazioni politiche.
[…] Io ero arrivata a Mosca con qualche anticipo rispetto alla data di inizio del congresso: il IV congresso dell’I.C. di cui ero delegata. A Mosca avevo ritrovato Gramsci, che dal maggio di quell’anno rappresentava il P.C.I. nell’Esecutivo dell’I.C. […] Pensavo di dare qualche aiuto a Gramsci, che ritrovavo in non buone condizioni di salute. Era stato gravemente malato, e ricoverato in una casa di cura dall’inizio dell’ottobre.
[…] Durante quelle nostre conversazioni Gramsci mi disse di aver espresso a Lenin il suo profondo dissenso con Bordiga, non soltanto sul problema dei rapporti con il Partito Socialista, ma sul giudizio del fascismo, della situazione italiana, delle sue prospettive, e sulla politica del Partito, settaria, chiusa, e in definitiva inerte e inadeguata alle esigenze del momento.
[…] “Lenin, mi diceva Gramsci, conosce le cose nostre assai più di quanto supponiamo”
[…] Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani.
[…] Ma ad interrompere quei discorsi tra me e Gramsci, giunse a Mosca la notizia della cosiddetta “marcia su Roma” e del governo instaurato in Italia da Mussolini; e arrivò a Mosca Bordiga portando di quei fatti la diretta testimonianza. […] Su di essi si manifestò la insuperabile diversità di pensiero politico esistente fra Gramsci e Bordiga: Bordiga sottovalutava le conseguenze dell’avvento fascista al potere; prevedeva per il nuovo governo la possibilità di una convergenza socialdemocratica; e si limitava a riaffermare la schematica e indifferenziata contrapposizione: Stato Borghese-Stato Proletario.
Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani. […]Lenin ascoltò con evidente meraviglia le sue opinioni, rigide ed astratte; a cui indirettamente rispose poi nel suo discorso al Congresso, accennando agli insegnamenti che i comunisti italiani avrebbero dovuto trarre dalla propria esperienza in regime fascista.
[…] Forse, da quella conversazione avuta con Gramsci e dalla seguente con Bordiga, può essere derivata – in Lenin e nell’Internazionale – la decisione, presa dopo breve tempo che Gramsci, non rientrasse in Italia, ma si riavvicinasse al Partito, trasferendosi a Vienna, con un proprio ufficio, e là riprendesse la pubblicazione della rivista “L’Ordine Nuovo”, e quel lavoro verso i compagni che – sviluppato poi successivamente nell’azione politica in Italia – portò al superamento nel Partito del bordighismo, alla formazione di un nuovo gruppo dirigente; alla direzione politica di Gramsci, fino al suo arresto.

in La storia di una famiglia rivoluzionaria
APPENDICE / LETTERE
di Antonio Gramsci jr. pag 194-197
Editori Riuniti [2014]


 
L’8 novembre del 1926 il deputato comunista Antonio Gramsci, allora trentacinquenne, viene arrestato dalla polizia fascista.
Il Tribunale Speciale sentenzia “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare.
 
[Lettera alla madre del 25 aprile 1927]
 
La mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni. Non perché io non sia arcisicuro di rivederti e di farti conoscere i miei bambini (riceverai la fotografia di Delio, come ti ho annunziato; ma Carlo non te ne aveva consegnata una nel 1925? quando Carlo venne a Roma? e Chicchinu Mameli ti aveva dato uno scudo di argento che avevo mandato a Mea perché si facesse fare un cucchiaino? e una tabacchiera di legno speciale per te? — mi sono sempre dimenticato di domandarti queste cose), ma perché sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla né la mia rettitudine, né la mia coscienza, né la mia innocenza o colpevolezza. È un fatto che si chiama politica, appunto perché tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipí nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipí nel letto di questa grande genitrice di biade e di eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poiché le cose sono cosí, non bisogna né allarmarsi, né illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione.


 
E Gramsci dai suoi scritti esce ancora vivo, lucido, ironico, tenero, disperato e insieme pieno di speranza per il futuro, con quell’intento pedagogico che dai primi anni della sua militanza non lo abbandonò mai, con cui cerca di educare attraverso favole, ricordi d’infanzia, raccomandazioni e consigli di lettura i figli lontani, in Russia con la moglie Giulia Schucht, Delio che poté vedere per solo pochi mesi e Giuliano, che non vide mai. Dal suo doppio carcere cerca tenacemente attraverso le lettere alla moglie e ai figli, alla madre, ai fratelli, alla cognata Tatiana, unici fili di contatto possibile, di tenere insieme i suoi affetti recisi.
 
[Lettera alla cognata Tatiana del 19 maggio 1930]
 
Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c’è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo, ecc. ecc.; – era già stato da me preventivato e come probabilità subordinata, perché la probabilità primaria dal 1921 al novembre 1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. Quello che da me non era stato preventivato era l’altro carcere, che si è aggiunto al primo ed è costituito dall’essere tagliato fuori non solo dalla vita sociale, ma anche dalla vita famigliare ecc. ecc.


 
Nel ricordo lontano della sua vita di bambino nelle campagne aspre della Sardegna, il sogno della famiglia perduta rivive nella laboriosa famiglia di ricci, mamma, papà e tre riccetti che collabora alla raccolta delle mele una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna
 
 

da ⇨ Igelkottens träd [1987]
di Mari Marten-Bias Wahlgren

L’albero del riccio
di Antonio Gramsci
da ⇨ L’albero del riccio

 

Caro Delio,
      mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagianni, cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc. ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno. Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri, dell’uccello tessitore e dell’orso, e su altri animali ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa ecc. ecc. Mi pare che tu conosca la storia di Kim, le novelle della jungla e specialmente quella della foca bianca e di RikkiTikkiTawi?
   Ti bacio.

ANTONIO


 
I bambini sono le prime vittime dei regimi dittatoriali, che tendono a plasmare le loro menti. Per non farli diventare piccoli automi plagiati, devono essere educati all’eguaglianza e alla libertà, devono imparare l’indipendenza di giudizio, a separare bene e male e ad avere principi morali saldi. Le favole rappresentano una percezione del mondo e come allegorie della realtà, servono a Gramsci per spiegare ai suoi bambini lontani la vita come se fosse un gioco. Il topo e la montagna è nella tradizione delle fiabe a catena che derivano spesso da filastrocche destinate a essere cantate, con una serie di elementi che si accumulano, finché la catena non si scioglie, risolvendosi e ripetendo il percorso in senso inverso. Il ciclo della speculazione capitalistica sarà contrastato dal topo, che concepisce un futuro, ancora attuale e disatteso “vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
 

Il topo e la montagna
da ⇨ L’albero del riccio

il-topo-e-la-montagna

[ illustrazione di Maria Enrica Agostinelli
per ⇨ l’edizione Editori Riuniti – 1966
]

      Carissima Giulia,
      puoi domandare a Delio, da parte mia, quale dei racconti di Puskin ami di piú. Io veramente ne conosco solo due: Il galletto d’oro e Il pescatore.
      Vorrei ora raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante.
      Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano.
      Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte. Il bambino, non avendo latte, strilla, e la mamma che non serve a nulla corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e la campagna arida vuole l’acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e l’acqua si disperde: vuole il maestro muratore; questo vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà i pini, querce, castagni ecc. Cosí la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto il nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura. Insomma il topo concepisce un vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
      Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi l’impressione dei bimbi.
      Ti abbraccio teneramente.

ANTONIO


 
Giulia Schucht a Mosca con i figli Delio nato nel 1924 e Giuliano nato nel 1926
Giulia Schucht – Julca – a Mosca con i figli
Delio nato nel 1924 e Giuliano nato nel 1926

David Ojstrach in ⇨ Légende Op. 17
di ⇨ Henryk Wieniawski [1835-1880]
[ suonato da Giulia Schucht nel 1918 al Concerto di Capodanno
a Mosca, a Lefortovo, nell’edificio dell’ex scuola di Alekseev
]


Il celebre scrittore sovietico Aleksander Serafimovicˇ diede una descrizione molto vivace delle impressioni ricavate dall’esecuzione di Giulia sul quotidiano Izvestija del 6 gennaio:
«[…] All’estremità del palcoscenico si avvicina timida una ragazza, con un vestito bianco e nero, un violino in mano e un dolce viso di fanciulla che chiede alla vita: “Che cosa sei? Che cosa nascondi?” Stringe il violino e lentamente, piegando in maniera strana e leggera il braccio avvolto in una manica trasparente, solleva l’archetto, mentre io abbasso lo sguardo. Eh, ha fatto male a scegliere la Légende… Si deve tenere conto del pubblico, non capiranno: comincerà lo strofinar di nasi, la tosse… Ha sbagliato… me ne stavo accigliato e con gli occhi bassi, e in quel secondo dalla scena si svolge lentamente verso quel mare umano un filo argentino e melodioso, ininterrotto, simile a tratti a una voce umana, ora è appena percettibile, sul punto di spegnersi, ora si raddensa in un lamento di petto emesso da un contralto basso, si svolge e spegne tutti i suoni, dominando.
E io levo lo sguardo…
Avete mai visto il mare quando è di vetro?
Vi rimangono sospese le nubi dimenticate, e vi si riflettono le montagne, e la riva, e il volo lontano di un gabbiano bianco.
Avete mai sentito ottomila persone che trattengono il fiato?
Ecco cosa dice il canto di questa ragazza dai capelli corvini, cosa dice da sotto il lungo, infinito archetto.
Cosa?
Dice che esistono gioia e amarezza, ed esiste un passato, e un futuro ignoto, velato di filamenti turchini…
La ragazza ha portato la sua mirabile arte, la sua opera; l’hanno accolta con cura e ora hanno ringraziato.
E io ho guardato felice i volti eccitati.».

in La storia di una famiglia rivoluzionaria
MIA NONNA GIULIA
di Antonio Gramsci jr. pag 62-63
Editori Riuniti [2014]


 
JUlca
Julca
Gramsci conobbe Giulia Schucht [1894-1980] insieme alla sorella Eugenia nel 1922, durante il ricovero nella casa di cura di Serebrjanyj Bor, Bosco d’Argento, vicino a Mosca. Dopo un breve legame con Eugenia, ricoverata per una paralisi alle gambe, rimane folgorato da Giulia. La famiglia Schucht di origini tedesche, con forte tradizione antizarista è amica di vecchia data di Lenin. Sono tornati in Russia allo scoppio della Rivoluzione, dopo lunghe peregrinazioni in esilio, tra Svizzera, Francia e Italia, dove Giulia studia violino all’Accademia di Santa Cecilia di Roma e dove si fermerà la terza sorella Tatiana, laureata in Scienze Naturali, che sarà accanto a Gramsci nei lunghi anni di prigionia e di malattia. Le difficoltà in cui si dibatte il paese pesano anche sugli Schucht, che vivono in estreme ristrettezze economiche. Dopo la nascita del primo figlio Delio, in un unico momento sereno, Giulia e Antonio vivranno alcuni mesi a Roma, ma l’aggravarsi della situazione italiana induce il ritorno a Mosca. Giulia aspetta il secondo figlio, Giuliano. Antonio non lo conoscerà mai, ne mai più dopo l’arresto rivedrà Giulia. Il rapporto epistolare proseguirà fra alti e bassi. Antonio lamenta spesso i lunghi periodi di silenzio di Giulia, ma ignora che dopo il ritorno a Mosca la sua salute, già fragile, si è incrinata, soffre di epilessia e di continui esaurimenti nervosi, di cui non vuole far sapere nulla al marito, già in una situazione così difficile.
 

18 aprile 1927

Mia carissima Julca,
      riprendo a scriverti, dopo tanto tempo. Ho ricevuto solo pochi giorni fa due tue lettere: una del 14 febbraio e l’altra del 1° marzo e ho pensato tanto tanto a te; ho proprio fatto un inventario di tutti i miei ricordi e sai quale immagine m’è rimasta piú impressa? Una delle prime, di tanto tempo fa. Ricordi quando sei ripartita dal bosco di argento, dopo il tuo mese di vacanze? Io ti ho accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. Ci eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi e avevo avuto l’elettricità dei gatti quando tu suonavi Beethoven. Cosí ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la tua borsa da viaggio cosí pittoresca. Qual è adesso il mio stato d’animo? Ti scriverò piú a lungo le prossime volte (domanderò di scrivere una doppia lettera) e cercherò di descriverti gli aspetti positivi della mia vita di questi mesi (gli aspetti negativi ormai sono dimenticati); vita interessantissima, come puoi immaginare, per gli uomini che ho avvicinato e le scene alle quali ho assistito. Il mio stato d’animo generale è improntato alla piú grande tranquillità. Come posso riassumerlo? Ricordi il viaggio di Nansen al Polo ? E ricordi come si svolse? Poiché non ne sono molto persuaso, te lo ricorderò io. Nansen, avendo studiato le correnti mari ne ed aeree dell’Oceano Artico ed avendo osservato che sulle spiaggie della Groenlandia si ritrovavano alberi e detriti che dovevano essere di origine asiatica, pensò di poter giungere o al Polo o almeno vicino al Polo, facendo trasportare la sua nave dai ghiacci. Cosí si lasciò imprigionare dai ghiacci e per 3 anni e ½ la sua nave si mosse solo in quanto si spostavano, lentissimamente, i ghiacci. Il mio stato d’animo può paragonarsi a quello dei marinai di Nansen durante questo viaggio fantastico, che mi ha sempre colpito per la sua ideazione, veramente epica.
      Ho reso l’idea? (come direbbero i miei amici siciliani di Ustica). Non potrei renderla in modo piú breve e sintetico. Dunque non preoccuparti per questo lato della mia esistenza. Invece, se vuoi che io ti ricordi sempre con tenerezza (scherzo, sai!), scrivimi a lungo e descrivimi la tua vita e quella dei bambini. Tutto mi interessa, anche le minuzie. E mandami delle fotografie, ogni tanto. Cosí seguirò anche con gli occhi, lo sviluppo dei bambini. E scrivimi anche di te, molto. Vedi, qualche volta, il signor Bianco? E vedi quel curioso tipo di africanista che una volta mi promise un fritto di rognoni di rinoceronte? Chissà se si ricorda ancora di me; se lo vedi parlagli di questo fritto e scrivimi le sue risposte; mi divertirò un mondo. Sai che non faccio altro: pensare al passato e riandare tutte le scene e gli episodi piú buffi; ciò mi aiuta a passare il tempo, qualche volta proprio rido di cuore, senza neanche accorgermene. Cara, Tania mi annunzia altre tue lettere; come le attendo!
      Saluta tutti i tuoi.
      Ti voglio molto bene.
      

ANTONIO

      Tania è proprio una bravissima ragazza. Perciò io le ho dato parecchi tormenti.


 
La nave rimarrà incagliata fra i ghiacchi. In seguito a una campagna antifascista internazionale di protesta Gramsci, che non si piegò mai a chiedere la grazia, nel ’35 avrà la libertà condizionale per motivi di salute, sarà trasferito in clinica prima a Formia e poi a Roma. Otterrà la piena libertà il 21 aprile del 1937, ma il corpo sfibrato dalla malattia, la tubercolosi ossea che lo affliggeva fin da bambino, aggravata dalle privazioni della detenzione, cederà solo pochi giorni dopo, il 27 aprile.
 

L’esperienza di «Nazione Indiana» nella storia del web letterario italiano

Le parole e le cose rilancia un lungo ed esaustivo articolo/saggio di Andrea Lombardi, uscito sul numero 19 dell’«Ulisse» dal titolo Forme e effetti della scrittura elettronica. Nei commenti si sta sviluppando un’interessantissima discussione.

L’esperienza di «Nazione Indiana» nella storia del web letterario italiano

Ma «Nazione Indiana» risulta l’esperienza cruciale del web letterario italiano anche per altri motivi. Non solo il blog degli ‘indiani’ è stato capace di costituirsi come fulcro del dibattito online e di costruire intorno ad esso una comunità, ma nel percorso che va dalla sua fondazione alla scissione del 2005 si sono manifestate tutte le peculiarità, positive e negative, tipiche dello spazio letterario del web.

 
 

“Vivo, sono partigiano.” ANTONIO GRAMSCI[22 gennaio1891-27 aprile 1937]

In conclusione: il mondo è grande e terribile e complicato, e noi stiamo diventando di una saggezza che diventerà proverbiale.

Lettera a Giulia Schucht
del 18 Maggio 1931

di Orsola Puecher

 
“Vivo, sono partigiano.” scrive Antonio Gramsci l’11 febbraio 1917, quasi cent’anni fa, e in questo imprescindible sillogismo, in questo cogito ergo sum fra vivere, essere vivo e partecipare, parteggiare nella vita della πολις, in questa esistenza politica, in questa politica esistenziale, sta in nuce il primo seme della futura Resistenza. Nel proto partigiano Gramsci, una condanna a morte lunga undici anni, fra confino e carcere, ai quali resistette con le sole armi della parola e del pensiero scrivendo i 32 ⇨ Quaderni del Carcere, e il composito patrimonio delle ⇨ Lettere dal carcere, c’è lo stesso coraggio, la stessa forza morale di quegli uomini e donne che scelsero, che non furono ⇨ indifferenti, che si opposero alla fatalità della storia e davanti alla morte reagirono con lo stesso spirito vitale.
 


[le uniche rare immagini filmate di Antonio Gramsci
al IV Congresso dell’Internazionale Comunista
Pietrogrado e Mosca 5 novembre – 5 dicembre 1922
]

 

Camilla Ravera a Giuliano Gramsci

Roma 20 dicembre 1972

[…] Circa l’incontro di Gramsci con Lenin a cui accenni, e di cui desidereresti qualche particolare, non posso dirti molte cose. Gramsci si riferì spesso a quell’incontro nel corso delle lunghe conversazioni che io ebbi con lui durante la mia permanenza a Mosca, tra la fine dell’ottobre e la metà del dicembre 1922; ma sempre accennandovi in rapporto alle questioni politiche di cui in quel momento particolarmente ci occupavamo. Non ricordo, ad esempio, se mi disse la data precisa di quell’incontro, o altri particolari circa il luogo e il modo, che dovettero essere poco diversi da quelli dell’incontro con Lenin che nei primi giorni del novembre potemmo avere Bordiga ed io.
[…] Lenin era malato; i medici non permettevano che avesse lunghe conversazioni politiche.
[…] Io ero arrivata a Mosca con qualche anticipo rispetto alla data di inizio del congresso: il IV congresso dell’I.C. di cui ero delegata. A Mosca avevo ritrovato Gramsci, che dal maggio di quell’anno rappresentava il P.C.I. nell’Esecutivo dell’I.C. […] Pensavo di dare qualche aiuto a Gramsci, che ritrovavo in non buone condizioni di salute. Era stato gravemente malato, e ricoverato in una casa di cura dall’inizio dell’ottobre.
[…] Durante quelle nostre conversazioni Gramsci mi disse di aver espresso a Lenin il suo profondo dissenso con Bordiga, non soltanto sul problema dei rapporti con il Partito Socialista, ma sul giudizio del fascismo, della situazione italiana, delle sue prospettive, e sulla politica del Partito, settaria, chiusa, e in definitiva inerte e inadeguata alle esigenze del momento.
[…] “Lenin, mi diceva Gramsci, conosce le cose nostre assai più di quanto supponiamo”
[…] Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani.
[…] Ma ad interrompere quei discorsi tra me e Gramsci, giunse a Mosca la notizia della cosiddetta “marcia su Roma” e del governo instaurato in Italia da Mussolini; e arrivò a Mosca Bordiga portando di quei fatti la diretta testimonianza. […] Su di essi si manifestò la insuperabile diversità di pensiero politico esistente fra Gramsci e Bordiga: Bordiga sottovalutava le conseguenze dell’avvento fascista al potere; prevedeva per il nuovo governo la possibilità di una convergenza socialdemocratica; e si limitava a riaffermare la schematica e indifferenziata contrapposizione: Stato Borghese-Stato Proletario.
Lenin volle conoscere direttamente il pensiero di Bordiga sui nuovi avvenimenti italiani. […]Lenin ascoltò con evidente meraviglia le sue opinioni, rigide ed astratte; a cui indirettamente rispose poi nel suo discorso al Congresso, accennando agli insegnamenti che i comunisti italiani avrebbero dovuto trarre dalla propria esperienza in regime fascista.
[…] Forse, da quella conversazione avuta con Gramsci e dalla seguente con Bordiga, può essere derivata – in Lenin e nell’Internazionale – la decisione, presa dopo breve tempo che Gramsci, non rientrasse in Italia, ma si riavvicinasse al Partito, trasferendosi a Vienna, con un proprio ufficio, e là riprendesse la pubblicazione della rivista “L’Ordine Nuovo”, e quel lavoro verso i compagni che – sviluppato poi successivamente nell’azione politica in Italia – portò al superamento nel Partito del bordighismo, alla formazione di un nuovo gruppo dirigente; alla direzione politica di Gramsci, fino al suo arresto.

in La storia di una famiglia rivoluzionaria
APPENDICE / LETTERE
di Antonio Gramsci jr. pag 194-197
Editori Riuniti [2014]


 
L’8 novembre del 1926 il deputato comunista Antonio Gramsci, allora trentacinquenne, viene arrestato dalla polizia fascista.
Il Tribunale Speciale sentenzia “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare.
 
[Lettera alla madre del 25 aprile 1927]
 
La mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni. Non perché io non sia arcisicuro di rivederti e di farti conoscere i miei bambini (riceverai la fotografia di Delio, come ti ho annunziato; ma Carlo non te ne aveva consegnata una nel 1925? quando Carlo venne a Roma? e Chicchinu Mameli ti aveva dato uno scudo di argento che avevo mandato a Mea perché si facesse fare un cucchiaino? e una tabacchiera di legno speciale per te? — mi sono sempre dimenticato di domandarti queste cose), ma perché sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla né la mia rettitudine, né la mia coscienza, né la mia innocenza o colpevolezza. È un fatto che si chiama politica, appunto perché tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipí nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipí nel letto di questa grande genitrice di biade e di eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poiché le cose sono cosí, non bisogna né allarmarsi, né illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione.


 
E Gramsci dai suoi scritti esce ancora vivo, lucido, ironico, tenero, disperato e insieme pieno di speranza per il futuro, con quell’intento pedagogico che dai primi anni della sua militanza non lo abbandonò mai, con cui cerca di educare attraverso favole, ricordi d’infanzia, raccomandazioni e consigli di lettura i figli lontani, in Russia con la moglie Giulia Schucht, Delio che poté vedere per solo pochi mesi e Giuliano, che non vide mai. Dal suo doppio carcere cerca tenacemente attraverso le lettere alla moglie e ai figli, alla madre, ai fratelli, alla cognata Tatiana, unici fili di contatto possibile, di tenere insieme i suoi affetti recisi.
 
[Lettera alla cognata Tatiana del 19 maggio 1930]
 
Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c’è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo, ecc. ecc.; – era già stato da me preventivato e come probabilità subordinata, perché la probabilità primaria dal 1921 al novembre 1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. Quello che da me non era stato preventivato era l’altro carcere, che si è aggiunto al primo ed è costituito dall’essere tagliato fuori non solo dalla vita sociale, ma anche dalla vita famigliare ecc. ecc.


 
Nel ricordo lontano della sua vita di bambino nelle campagne aspre della Sardegna, il sogno della famiglia perduta rivive nella laboriosa famiglia di ricci, mamma, papà e tre riccetti che collabora alla raccolta delle mele una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna
 
 

da ⇨ Igelkottens träd [1987]
di Mari Marten-Bias Wahlgren

L’albero del riccio
di Antonio Gramsci
da ⇨ L’albero del riccio

 

Caro Delio,
      mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagianni, cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc. ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno. Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri, dell’uccello tessitore e dell’orso, e su altri animali ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa ecc. ecc. Mi pare che tu conosca la storia di Kim, le novelle della jungla e specialmente quella della foca bianca e di RikkiTikkiTawi?
   Ti bacio.

ANTONIO


 
I bambini sono le prime vittime dei regimi dittatoriali, che tendono a plasmare le loro menti. Per non farli diventare piccoli automi plagiati, devono essere educati all’eguaglianza e alla libertà, devono imparare l’indipendenza di giudizio, a separare bene e male e ad avere principi morali saldi. Le favole rappresentano una percezione del mondo e come allegorie della realtà, servono a Gramsci per spiegare ai suoi bambini lontani la vita come se fosse un gioco. Il topo e la montagna è nella tradizione delle fiabe a catena che derivano spesso da filastrocche destinate a essere cantate, con una serie di elementi che si accumulano, finché la catena non si scioglie, risolvendosi e ripetendo il percorso in senso inverso. Il ciclo della speculazione capitalistica sarà contrastato dal topo, che concepisce un futuro, ancora attuale e disatteso “vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
 

Il topo e la montagna
da ⇨ L’albero del riccio

il-topo-e-la-montagna

[ illustrazione di Maria Enrica Agostinelli
per ⇨ l’edizione Editori Riuniti – 1966
]

      Carissima Giulia,
      puoi domandare a Delio, da parte mia, quale dei racconti di Puskin ami di piú. Io veramente ne conosco solo due: Il galletto d’oro e Il pescatore.
      Vorrei ora raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante.
      Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano.
      Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte. Il bambino, non avendo latte, strilla, e la mamma che non serve a nulla corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e la campagna arida vuole l’acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e l’acqua si disperde: vuole il maestro muratore; questo vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà i pini, querce, castagni ecc. Cosí la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto il nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura. Insomma il topo concepisce un vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
      Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi l’impressione dei bimbi.
      Ti abbraccio teneramente.

ANTONIO


 
Giulia Schucht a Mosca con i figli Delio nato nel 1924 e Giuliano nato nel 1926
Giulia Schucht – Julca – a Mosca con i figli
Delio nato nel 1924 e Giuliano nato nel 1926

David Ojstrach in ⇨ Légende Op. 17
di ⇨ Henryk Wieniawski [1835-1880]
[ suonato da Giulia Schucht nel 1918 al Concerto di Capodanno
a Mosca, a Lefortovo, nell’edificio dell’ex scuola di Alekseev
]


Il celebre scrittore sovietico Aleksander Serafimovicˇ diede una descrizione molto vivace delle impressioni ricavate dall’esecuzione di Giulia sul quotidiano Izvestija del 6 gennaio:
«[…] All’estremità del palcoscenico si avvicina timida una ragazza, con un vestito bianco e nero, un violino in mano e un dolce viso di fanciulla che chiede alla vita: “Che cosa sei? Che cosa nascondi?” Stringe il violino e lentamente, piegando in maniera strana e leggera il braccio avvolto in una manica trasparente, solleva l’archetto, mentre io abbasso lo sguardo. Eh, ha fatto male a scegliere la Légende… Si deve tenere conto del pubblico, non capiranno: comincerà lo strofinar di nasi, la tosse… Ha sbagliato… me ne stavo accigliato e con gli occhi bassi, e in quel secondo dalla scena si svolge lentamente verso quel mare umano un filo argentino e melodioso, ininterrotto, simile a tratti a una voce umana, ora è appena percettibile, sul punto di spegnersi, ora si raddensa in un lamento di petto emesso da un contralto basso, si svolge e spegne tutti i suoni, dominando.
E io levo lo sguardo…
Avete mai visto il mare quando è di vetro?
Vi rimangono sospese le nubi dimenticate, e vi si riflettono le montagne, e la riva, e il volo lontano di un gabbiano bianco.
Avete mai sentito ottomila persone che trattengono il fiato?
Ecco cosa dice il canto di questa ragazza dai capelli corvini, cosa dice da sotto il lungo, infinito archetto.
Cosa?
Dice che esistono gioia e amarezza, ed esiste un passato, e un futuro ignoto, velato di filamenti turchini…
La ragazza ha portato la sua mirabile arte, la sua opera; l’hanno accolta con cura e ora hanno ringraziato.
E io ho guardato felice i volti eccitati.».

in La storia di una famiglia rivoluzionaria
MIA NONNA GIULIA
di Antonio Gramsci jr. pag 62-63
Editori Riuniti [2014]


 
JUlca
Julca
Gramsci conobbe Giulia Schucht [1894-1980] insieme alla sorella Eugenia nel 1922, durante il ricovero nella casa di cura di Serebrjanyj Bor, Bosco d’Argento, vicino a Mosca. Dopo un breve legame con Eugenia, ricoverata per una paralisi alle gambe, rimane folgorato da Giulia. La famiglia Schucht di origini tedesche, con forte tradizione antizarista è amica di vecchia data di Lenin. Sono tornati in Russia allo scoppio della Rivoluzione, dopo lunghe peregrinazioni in esilio, tra Svizzera, Francia e Italia, dove Giulia studia violino all’Accademia di Santa Cecilia di Roma e dove si fermerà la terza sorella Tatiana, laureata in Scienze Naturali, che sarà accanto a Gramsci nei lunghi anni di prigionia e di malattia. Le difficoltà in cui si dibatte il paese pesano anche sugli Schucht, che vivono in estreme ristrettezze economiche. Dopo la nascita del primo figlio Delio, in un unico momento sereno, Giulia e Antonio vivranno alcuni mesi a Roma, ma l’aggravarsi della situazione italiana induce il ritorno a Mosca. Giulia aspetta il secondo figlio, Giuliano. Antonio non lo conoscerà mai, ne mai più dopo l’arresto rivedrà Giulia. Il rapporto epistolare proseguirà fra alti e bassi. Antonio lamenta spesso i lunghi periodi di silenzio di Giulia, ma ignora che dopo il ritorno a Mosca la sua salute, già fragile, si è incrinata, soffre di epilessia e di continui esaurimenti nervosi, di cui non vuole far sapere nulla al marito, già in una situazione così difficile.
 

18 aprile 1927

Mia carissima Julca,
      riprendo a scriverti, dopo tanto tempo. Ho ricevuto solo pochi giorni fa due tue lettere: una del 14 febbraio e l’altra del 1° marzo e ho pensato tanto tanto a te; ho proprio fatto un inventario di tutti i miei ricordi e sai quale immagine m’è rimasta piú impressa? Una delle prime, di tanto tempo fa. Ricordi quando sei ripartita dal bosco di argento, dopo il tuo mese di vacanze? Io ti ho accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. Ci eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi e avevo avuto l’elettricità dei gatti quando tu suonavi Beethoven. Cosí ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la tua borsa da viaggio cosí pittoresca. Qual è adesso il mio stato d’animo? Ti scriverò piú a lungo le prossime volte (domanderò di scrivere una doppia lettera) e cercherò di descriverti gli aspetti positivi della mia vita di questi mesi (gli aspetti negativi ormai sono dimenticati); vita interessantissima, come puoi immaginare, per gli uomini che ho avvicinato e le scene alle quali ho assistito. Il mio stato d’animo generale è improntato alla piú grande tranquillità. Come posso riassumerlo? Ricordi il viaggio di Nansen al Polo ? E ricordi come si svolse? Poiché non ne sono molto persuaso, te lo ricorderò io. Nansen, avendo studiato le correnti mari ne ed aeree dell’Oceano Artico ed avendo osservato che sulle spiaggie della Groenlandia si ritrovavano alberi e detriti che dovevano essere di origine asiatica, pensò di poter giungere o al Polo o almeno vicino al Polo, facendo trasportare la sua nave dai ghiacci. Cosí si lasciò imprigionare dai ghiacci e per 3 anni e ½ la sua nave si mosse solo in quanto si spostavano, lentissimamente, i ghiacci. Il mio stato d’animo può paragonarsi a quello dei marinai di Nansen durante questo viaggio fantastico, che mi ha sempre colpito per la sua ideazione, veramente epica.
      Ho reso l’idea? (come direbbero i miei amici siciliani di Ustica). Non potrei renderla in modo piú breve e sintetico. Dunque non preoccuparti per questo lato della mia esistenza. Invece, se vuoi che io ti ricordi sempre con tenerezza (scherzo, sai!), scrivimi a lungo e descrivimi la tua vita e quella dei bambini. Tutto mi interessa, anche le minuzie. E mandami delle fotografie, ogni tanto. Cosí seguirò anche con gli occhi, lo sviluppo dei bambini. E scrivimi anche di te, molto. Vedi, qualche volta, il signor Bianco? E vedi quel curioso tipo di africanista che una volta mi promise un fritto di rognoni di rinoceronte? Chissà se si ricorda ancora di me; se lo vedi parlagli di questo fritto e scrivimi le sue risposte; mi divertirò un mondo. Sai che non faccio altro: pensare al passato e riandare tutte le scene e gli episodi piú buffi; ciò mi aiuta a passare il tempo, qualche volta proprio rido di cuore, senza neanche accorgermene. Cara, Tania mi annunzia altre tue lettere; come le attendo!
      Saluta tutti i tuoi.
      Ti voglio molto bene.
      

ANTONIO

      Tania è proprio una bravissima ragazza. Perciò io le ho dato parecchi tormenti.


 
La nave rimarrà incagliata fra i ghiacchi. In seguito a una campagna antifascista internazionale di protesta Gramsci, che non si piegò mai a chiedere la grazia, nel ’35 avrà la libertà condizionale per motivi di salute, sarà trasferito in clinica prima a Formia e poi a Roma. Otterrà la piena libertà il 21 aprile del 1937, ma il corpo sfibrato dalla malattia, la tubercolosi ossea che lo affliggeva fin da bambino, aggravata dalle privazioni della detenzione, cederà solo pochi giorni dopo, il 27 aprile.
 

THE REVENANT [2015] Purché sia acqua

[ lezioni americane ] – in Spotlight vengono denuciate senza mezzi termini le violazioni dei religiosi sui corpi di bambini – nessuno può dirsi innocente ⇨ nel “teatro del mondo” di The Hateful Height – e la vendetta porta all’autodistruzione e all’estremo – forse inutile – sacrificio ugualmente in The Revenant – ma è proprio sui corpi fisici degli attori – infrangendo la levigata – la patinata idealizzazione di una bellezza perfetta – che ci arriva una lezione di cinema – di vita e di etica dell’arte – di senso profondo – Daisy di Janet Jason Leigh è “bellissima” per tutto un film nella sua bruttezza ricoperta di graffi – lividi e sangue&vomito – persino Charlize Theron in un frenetico e visionario Mad Max: Fury Road – rasata a zero con un braccio ridotto a moncherino lotta contro dei tiranni freaks e deformi e conclude il film pesta e con un occhio semichiuso – Brie Larson in Room senza trucco – trasandata e fragile – è prigioniera con il suo bambino nella stanza maleodorante dove è stata rinchiusa per anni dal suo rapitore – e anche in The Martian tipica storia americana in cui per “la gloria della nazione” un cosmonauta viene salvato in extremis dopo essere stato abbandonato su Marte – Matt Demon si trasforma in un buon selvaggio sporco – barbuto e puzzolente che coltiva patate fra i suoi escrementi – Leonardo Di Caprio arranca strisciando martoriato di ferite – fra fango e sangue e acqua – solo nella maestosa terribile bellezza della “natura rossa” – grugnendo ogni tanto qualche parola sconnessa – nè più nè meno dell’orsa che lo ha aggredito riducendolo nel fin di vita da cui dovrà tornare “redivivo” – lo stesso girare questo film diventa per il cast una specie di “via iniziatica” – di prova di coraggio e di sopravvivenza – e sicuramente arriva a investire delicati meccanismi emotivi negli attori prima e nel pubblico di conseguenza – ed è proprio da questa sfera di rimandi emozionali che partono gli appunti di Anna Tellini su The Revenant attraverso Tarkovskij e Rubèn Gallego e l’Ivan Il’ič di Tolstoj – [ Orsola Puecher ]


 

 
di ⇨ Anna Tellini

Prologo

Dialogando fitto col proprio tumore, un regista apre il suo ultimo film con
 
un uomo e un bambino che innaffiano un albero morto.
 
Una sequenza di “Sacrificio” che non mi ha dato scampo, e per decenni mi ha scavato dentro.

Antefatto

Tarkovskij ero – molto faticosamente – riuscita a farlo venire nella mia università a parlare di “Nostalgia” (allora in fase di montaggio) e del suo cinema, ma, come spesso capitava coi russi, mi trovai ad ascoltarlo profetare. Sul declino ineluttabile dell’Occidente, orfano di spiritualità, in primo luogo: un piccolo-grande “scontro di civiltà” ante litteram?
 
L’uditorio, all’epoca, non potè tollerare che qualcuno, per di più venuto da una terra di barbari, si ponesse con fare così sprezzante, e l’incontro si trasformò in un ring.
 
Fu allora che toccai con mano il potere vero della traduzione: l’interprete ero io, e – omettendo se necessario, smussando con generosità – riuscii a far rispettare perlomeno i codici del gioco.



 
Dal documentario-saggio di Chris Marker
Une journée d’Andrei Arsenevitch [1999]

 

Atto I

Sono io? Sì, sono io.
 
Dalla vecchia cassetta, insondabilmente non smagnetizzata, la mia voce mi ritorna tranquilla: parole scandite ad arte, dizione esemplare, tono di chi sa il fatto suo. Le mie riserve istrioniche soccorrono il pre-coma emotivo che mi fiorisce dentro.
E’ un giorno del 1983, l’aula magna della mia facoltà è strapiena, ed io sto per giocarmi l’onorabilità, se mai ne ho avuta una: Tarkovskij ha cominciato a parlare…

Atto II

Sono io? Sì, sono io.
 
Oggi – qualche giorno fa.
Nessun aplomb – vero o interpretato, stavolta. Accavallo e scavallo le gambe, assetate di fuga. Mi copro il viso – gli occhi però no.
Mi afferro la nuca – come a sostenermi.
Davanti a me, una fila di adolescenti imperturbabili mi attesta i numerosi gap generazionali sopravvenuti.
Un’orsa ha fatto irruzione sullo schermo Flagranza di artigli.

 
1orsa 2orsa
3orsa 4orsa

Hugo Glass ne è squarciato. Ora è una bambola inerme. Ma urla gorgoglia si contrae
in un vasto supplizio di disintegrazione.
Squarci trionfanti a scoprire ossa e interni grovigli. Evidenza scandalosa del soffrire.
Sangue secrezioni umori poco ostensibili. Nulla ci viene risparmiato.
Sto guardando un film, che – fatto per me ben più micidiale – deve molto a Tarkovskij.
Con un anacronismo per me saturo di tempo e imperioso quanto la marmellata di susine che aveva catapultato il tolstojano Ivan Il’ič ai giorni della sua infanzia, “Revenant” di Iñárritu mi rimaterializza ormai ben labili assenze come la fu Unione Sovietica e un regista con essa in irrimediabile rotta di collisione. E ogni cosa si permea di emozioni, e tutto riprende corpo, sensorialità e peso.
Pensare che sto solo guardando un film – anche se deve molto a Tarkovskij.
La stessa ossessione dell’acqua. Acqua ghiacciata, sgocciolii, acqua violenta dal cielo. Alito che si condensa.

 
 
 
 


Un’acqua forse neanche trasparente si fa strada aggressiva tra radici nodose, ribolle, e noi siamo lì, vicinissimi, anche se magari non sappiamo dove, la vista ingombrata dai vapori.
Il peso dell’acqua e la fatica di affrontarla.
Acqua che qualche volta salva, ma più che altro espone. E poi trascina un corpo già abbondantemente trafitto ai suoi aguzzini finali.
Onirici quasi, in essa appariranno degli alci, immagini creaturali sì, ma qui soprattutto cibo che sfuma alla presa, prima che alla vista.
Acqua che disseta, e che nasconde.
Acqua che ostacola, oggetto intrattabile che obietta e che resiste. Epperò da attraversare: durezza e rischio.
Densità e vischiosità. Astuzia dell’acqua.
Doti trasformative, contenitive: ostensione velata di corpi e presenze ambigue, di creature che non appartengono più del tutto al mondo di sopra.
Malinconia dei corpi.
Altri occhi, più sapienti dei miei, hanno nel frattempo scandito a regola d’arte i debiti di “Revenant” con Tarkovskij, inquadratura per inquadratura. Per me è stato più semplice, a dirmelo è stata la memoria del corpo.

 

 
Vicissitudini del corpo del protagonista. Hugo Glass striscia. In ⇨ un video di anni fa, anche Rubén Gallego striscia, e lo fa con consumata leggerezza, e lo fa con un’abilità preclusa ai più, in una sorta di visione orizzontale del mondo. Come in un’inquadratura fedele all’acqua.
E le immagini si moltiplicano, come in un’arcana, e molto privata, liturgia della resurrezione.

 

Epilogo

 
Una volta a casa, resuscito la cassetta sopravvissuta a traslochi e peripezie di varia portata, un terremoto incluso, e mentre ascolto, ritrovandola dentro di me, la voce di un Tarkovskij redivivo che riprende a profetare, mi preparo una minestra: calda, fluida, rassicurante, ad essa, penso, lo stomaco, anche se un po’ contratto, non si opporrà.
Un cibo-bambino, come quella marmellata di susine che aveva accompagnato gli ultimi giorni di Ivan Il’ič, consigliere di Corte d’appello.

 

CONNESSIONI
(a mo’ di poscritto)

 
Come in un gioco di imprevedibile assonanza, alle spalle de La morte di Ivan il’ič (1882-1886) di Lev Tolstoj, e di Bianco su nero (2002), sorta di autobiografia di Rubén Gallego, possiamo, forse, azzardosamente vedere due eventi lontani – e non solo nel tempo -, ma di eguale, e inaudita, corrosività.
Se nel 1881 l’assassinio di Alessandro II, zar di tutte le Russie, non commosse il “grande vecchio”, ne rese però irreversibile la conversione mistica, l’insofferenza per la follia dell’abituale, per l’inerzia del buonsenso nella vita quotidiana.
Dal canto suo, Gallego approfitterà del disordine generale innescato dalla perestrojka per fuggire dall’ospizio dov’era rinchiuso, tornando dai mondi a parte – istituti per disabili, centri chiusi, centri segreti – dove di volta in volta lo avevano internato in attesa della morte prevedibile per chi, come lui, era marchiato da un handicap grave. Nel suo caso, una paralisi cerebrale alla nascita: anche se, come rivendicherà una volta libero, “con l’indice della sinistra posso scrivere al computer, nella destra ci si può infilare un cucchiaio e mangiare normalmente” [Adelphi 2004, p. 131].
Niente di tutto questo, va da sé, nell’esistenza un tempo addirittura brillante di Ivan Il’ič, non fosse che essa ci viene data retrospettivamente dal punto di vista della sua morte, a sua volta raffigurata dall’interno , dal punto di vista della coscienza del morente. E allora grado a grado tutto si sgretola nei toni della menzogna e del disvalore. E’ qui che, mano a mano che Ivan Il’ič sprofonda nelle vicissitudini del corpo, la marmellata di susine, madeleine proustiana ante-litteram, anche se di materia più dimessa, viene dolorosamente ad evocare in lui, con la memoria dei sapori, tutta una serie di ricordi dell’infanzia, la bambinaia, il fratello, i giocattoli…
((Uno dopo l’altro gli passavano davanti agli occhi i quadri del suo passato. Cominciava sempre col vedere quelli dei tempi più prossimi ed era poi ricondotto ai più lontani, a quelli della sua infanzia e in quelli si fermava. La marmellata di susine nere che ora gli davano da mangiare gli rammentava le susine crude, quelle susine francesi, tutte grinzose, della sua infanzia, quel loro sapore particolare, e la saliva che gli veniva in bocca quando arrivava al nocciolo: e questi ricordi dei sapori evocavano tutta una serie di ricordi di quel tempo: la bambinaia, il fratello, i giocattoli. «No, non ci devo pensare… fa troppo male», diceva fra sè Ivan Ilijc e di nuovo tornava al presente.))
 

THE HATEFUL EIGHT Quentin perché hai tagliato la parte di CEASER The CAT?

snowy
 
di Orsola Puecher

Uno SNOWY DAY fra le montagne del Wyoming. La musica di Ennio Morricone, angosciosa, inquieta, che pulsa nel gelo. Violini stridenti, un flusso di fagotti bassi e cupi. Un clima sempre incerto e sospeso.

“Tarantino non mi ha dato alcuna indicazione specifica su cosa volesse – dice Morricone – Mi ha solo menzionato l’importanza della neve.”

Una lunga seguenza iniziale dedicata alla statua di un Cristo in croce, affine alle icone russe di Andrej Rublëv di Tarkovskij, solitario nel bianco, con un enorme carico di neve, sulle spalle, sulla testa, grave come il peso della vendetta occhio per occhio dente per dente, senza appello e perdono, che attraversa tutto il film.

crocefisso

PRIMO PIANO SERGIO LEONE
VOLTO DI GESU’
Un primo piano estremo di un VOLTO DI LEGNO INTAGLIATO DI GESU’
Si parte sul volto di Gesù e LENTAMENTE SI ZUMMA VIA… per rivelare una statua molto antica. E’ un Gesù di legno intagliato su UNA CROCE DI PIETRA SCOLPITA conficcata nella neve. La statua sembra che sia lì da centinaia di anni prima dei padri pellegrini. E’ come se i Vichinghi fossero saliti su una montagna in Wyoming, avessero scolpito una croce da una pietra, intagliato una figura del salvatore da un tronco, l’avessero piantata nella neve, e poi avessero ripreso il mare verso la Norvegia. L’estetica della statua rivela un’origine slava. La figura di Gesù con il suo corpo magro, spigoloso, assomiglia più a una crocifissione di Ivan il terribile di Eisenstein, che al salvatore hippy del cattolicesimo.
Ma la cosa principale che il pubblicò noterà, è che si è formato un intero blocco di neve sulla sezione trasversale della croce. Come due pile di neve. Una posizionata sulla cima della croce. E l’altra posizionata sulla cima della testa di Gesù. ((dallo script della sceneggiatura originale di Quentin Tarantino: http://twcguilds.com/wp-content/uploads/2015/12/H8_SCRIPT_CleanedUp_Final1.pdf))



 

VENDETTA
Né muore Vendetta, se pure dorme un poco,
perché nell’inquietudine si finge la quiete.
E il sonnecchiare è una comune astuzia del mondo.
((REVENGE
Nor dies Revenge although he sleeps a while;
for in unquiet, quietness is feign’d,
and slumb’ring is a common wordly wile.
))
Thomas Kid Spanish tragedy [1582-1592]
Act III Scene XV

 
JODY DOMERGUE
La regola del gioco qui è la pazienza… ((JODY DOMERGUE
The name of the game here is patience… ))
Q. Tarantino The Hateful Eight [2015]
Act V I quattro passeggeri

 

tarant 1

globe

tarant 2

 

O.B. l'Innocente
O.B. l’Innocente
Quattro personaggi di un ottetto fatale, gli hateful eight, ognuno a suo modo pieno d’odio e, forse per questo davvero odioso, per due lunghi capitoli, nel paesaggio algido e nevoso del Wyoming, sono inseguiti da una maledetta tempesta di neve che gli sta attaccata al culo da 3 ore. Sono in viaggio sulla diligenza guidata da O.B, personaggio simpatico, affidabile, senza odio alcuno, esentato, ma ancora per poco, dal destino inevitabile dell’ottetto. Alla fine raggiungeranno gli altri quattro personaggi, anch’essi odiosi e pieni di odio per motivi intrinsechi, o concatenti a quelli dei primi quattro, e arriveranno così al palcoscenico elettivo dello spettacolo teatrale di cui tutti sono protagonisti, la Merceria di Minnie.

Minnie

La Merceria di Minnie è un sacco di cose ma la sola cosa che non era, era una merceria. ((ibidem))

Si entra in scena solo da La Comune, in gergo teatrale l’entrata sul fondale dal centro del palcoscenico. La Comune qui è una vecchia porta con la serratura rotta, inchiodata da due pezzi di legno, che ad ogni ingresso vanno schiodati a calci e poi inchiodati di nuovo, perché il vento del blizzard, la tempesta di neve, finalmente arrivata, non la riapra. Sì è o chiusi dentro o chiusi fuori. Chiusi sempre e comunque.
Il luogo è reso palcoscenico dalla riprese in 70mm SUPER CINEMASCOPE FRAME di ⇨ THE OLD GLORIOUS PANAVISION, che rende l’inquadratura larga e teatrale, con i personaggi sempre presenti contemporaneamente nel campo lungo nei vari punti della scena, bar, cucina, camino, letti, tavoli e tavolini vari, pianoforte, sempre visibili all’occhio di chi sta al di là della quarta parete e del sipario aperto sulle azioni.
Tutto è di legno, il pavimento, le pareti, il soffitto a capriate. Dietro le piccole finestre il bianco che, all’avvicinarsi della notte, vira al blu della luce della neve. All’interno illuminazione calda di camino, candele da ribalta, lampade a petrolio. Come nella lignea scena unica di un elisabettiano Globe Theatre qui si concentreranno gli odi, le passioni e le pazienti vendette di The Hateful Eight, l’American tragedy di Quentin Tarantino senza vincitori, saranno tutti vinti, e senza eroi, sono tutti ciascuno a suo modo dei gran bastardi, nessuno senza peccato.
 

CORO Ma perdonate, signori miei, gl’ingegni bassi e pedestri che hanno ardito portare un tanto soggetto su questo palco indegno. Può quest’arena da galli contenere i campi sterminati di Francia? o possiamo noi stipare in questa “O” di legno anche i soli cimieri che atterrirono l’aria di Agincourt? Perdonateci! e come uno sgorbio può rappresentare un milione in poco spazio, così consentite a noi, zeri di questo conto immenso, di agire sulle forze della vostra fantasia.

Enrico V
W. Shakespeare
Atto primo, Prologo
traduzione di Masolino D’Amico nell’Introduzione di
Scena e parola in Shakespeare Einaudi, 1974


 
Capitolo Uno
Ultima tappa per Red Rock
 
Capitolo Due
Figlio d’un cane
 
Capitolo Tre
La merceria di Minnie
 
Capitolo Quattro
Domergue ha un segreto
 
Capitolo cinque
I quattro passeggeri
 
Ultimo Capitolo
Uomo nero, bianco inferno

 
I cinque capitoli e finale, come i cinque atti della tragedia classica e le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione quasi completamente rispettate. Purificazione catartica dello spettatore attraverso le scene violente con sangue a secchiate ed espedienti horror tanto chiaramente riconoscibili e iper realistici da essere spesso sonoramente comici. allegoriaNell’inverno del nostro scontento, in una tempesta che, come in Re Lear, nello sconvolgersi della natura mutua il caos e il disordine dei sentimenti e delle passioni dei personaggi, le pulsioni di vendetta e morte, l’incrinarsi delle gerarchie sociali, si dipana l’allegoria di un microcosmo western di deprecabili personaggi rinchiusi in uno stesso spazio per un po’ tempo, finché la loro natura non li porta ad auto distruggersi, per rappresentare in filigrana il macrocosmo della società americana con la sua violenza, la natura di una nazione costruita su una guerra continua e costante e i suoi atavici contrasti razziali, coloniali e di gender, fra legalità, profondamente venata di illegalità, e illegalità.
Non manca nulla. Ognuno può non essere ciò che sembra e allearsi con chi meno si prevede.
Una fantomatica lettera di Abramo Lincoln scritta al Maggiore Warren, che termina con la frase:

La vecchia Mary Todd mi chiama, quindi credo sia ora di andare a dormire.

commuove i cuori incalliti, per la sua domestica quiete, per quella adombrata dimessa pace casalinga, che gli inquieti protagonisti non raggiungeranno mai.
Abbiamo il Maggiore Warren della cavalleria nordista di Samuel L. Jackson, nero, degradato e cacciato perché ha massacrato 100 prigionieri bianchi, cacciatore di teste che nella consegna di catturare i ricercati vivi o morti sceglie sempre e solo la seconda opzione, il Chris Mannix di Walton Goggins, rappresentante dei Confederati razzisti e futuro sceriffo di Red Rock, il Joe Gage di Michael Madsen cowboy classico alla John Wayne, il rappresentante della Legge John Ruth di Kurt Russell, detto il Boia perchè consegna solo prigionieri vivi per un regolare processo e si gode la regolare impiccagione, abbiamo chi trasgredisce a questo Ordine nella Daisy Domergue della grandiosa Jennifer Jason Leigh, l’inglese che ha colonizzato l’America nell’Oswaldo Mobray, vero boia di professione, forse, di Tim Roth, il messicano che rappresenta la natura colonialista del nuovo stato nel senor Bob di Demián Bechir, il vecchio generale confederato Smithers di Craig Stark che ha massacrato un battaglione di soldati neri, la Minnie di Dora Gourrier che ha come insegna della sua Merceria VIETATO L’INGRESSO AI CANI E AI MESSICANI, e last but not least il fratello vendicatore di Daisy Jodi Domergue di Channing Tatum. Per non parlare di Ceaser the Cat del Gatto Soriano Rosso.

 
Il Boia e Daisy
 

boia e daisy

Il TIZIO NELLA CARROZZA è un ruvido uomo bianco del genere uomo di legge, con un dannato cappello nero e dei baffi da tricheco sul labbro superiore.
 
Questa un tempo graziosa SIGNORA BIANCA (forse prima del viaggio. o forse anni fa) indossa un vestito un tempo grazioso e un un sorriso un tempo sexy sotto un pesante cappoto invernale da uomo. La sua faccia è una collezione di tagli, lividi e graffi, Perché durante il viaggio con L’UOMO CON I BAFFI DA TRICHECO ha preso un sacco di pugni e spinte. ((ibidem))


 
Maggiore Warren

maggiore Warren

L’UOMO NERO è più anziano. Un tipo astuto alla LEE VAN CLEEF, con la testa pelata, capelli grigi ai lati, baffi ben curati, alto e magro. Indossa i pantaloni blu scuro dell’uniforme della CAVALLERIA AMERICANA, con la riga gialla da un lato della gamba dei pantaloni, infilati negli stivali neri d’ordinanza da cavallo della Cavalleria. La camicia e la biancheria non sono d’ordinanza e sono indossati per comodità, stile e caldo, inclusa una lunga sciarpa di lana grigio antracite.
Ma il pesante cappotto scuro invernale è il CAPPOTTO INVERNALE DA UFFICIALE con le mostrine da ufficiale strappate via.
In cima alla pelata porta un fighissimo CAPPELLO DA COWBOY non d’ordinanza preso chissà dove dopo la guerra. ((ibidem))


 
mannix

straniero

PIANO AMERICANO DELLO STRANIERO SULLA STRADA
Sta di fronte a O.B., alla carrozza e ai cavalli. Ha in mano una lanterna che il vento fa oscillare, è un uomo dall’aspetto abbastanza inaffidabile, sulla trentina con i denti marci e a dire il vero con un cappotto invernale sbrindellato.
 
Tagliando direttamente al TITOLO DEL CAPITOLO seguente, questo PIANO AMERICANO in 70 millimetri di un nuovo personaggio suggerisce che questo nuovo personaggio è un vero e proprio FIGLIO DI UN CANE.
 
La voce dello Straniero etichetta questo nuovo personaggio come uno straniero che viene dal Sud. ((ibidem))


 
bob

Bob il messicano

E in questa spaventosa tempesta, UN UOMO con un cappottone invernale e un cappello esce dalla porta davanti di Minnie e va verso la carrozza. Solo quando si avvicina, i passeggeri all’interno scostano le tendine dei finestrini della portiera della carrozza.

UOMO
[parlando con un
accento ispanico] ((ibidem))


 
joe

cowboy

JOHN RUTH
Cosa stai scrivendo amico?
 
IL TIZIO COWBOY
La sola cosa di cui sono qualificato a scrivere
 
JOHN RUTH
Che cos’è?
 
IL TIZIO COWBOY
La storia della mia vita.
 
JOHN RUTH
Stai scrivendo la storia della tua vita?
 
IL TIZIO COWBOY
Ci puoi scommettere.
 
JOHN RUTH
E io ci sono?
 
IL TIZIO COWBOY
Ci sei appena entrato. ((ibidem))


 
oswaldo

oswaldo

UNO, un BIONDO UOMO INGLESE che indossa un vestito spezzato da uomo d’affari, si alza in piedi quando vede un uomo o una donna entrare nella stanza.
 
Parla con accento inglese.
 

BIONDO UOMO INGLESE
Diamine una donna
In questo bianco inferno?
(A Domergue)
Devi essere congelata, poverina. ((ibidem))

 
Il Biondo Uomo Inglese è un pochino dandy. Non un grandissimo dandy, solo uno piccolino. ((ibidem))


 
generale

generale

JOHN RUTH
(al Veterano)
Salve veterano

 
Il Veterano indica la mostrina del grado sulla sua uniforme. Diversamente dal Mag. Warren i gradi da ufficiale del Veterano non sono stati strappati via dall’uniforme.
 

VETERANO
Generale.
 
JOHN RUTH
(rispettosamente)
Generale.
 
VETERANO
Lei è una Iena. ((ibidem))


 
E il gatto?
[finalmente è venuto il suo momento]

 
caesar the cat

Un gatto, un bel soriano rosso, nel film appare solo per brevi istanti: seduto placidamente su una botte della cucina di Minnie si guarda intorno curioso e vago, come solo i gatti sanno essere. Nella sceneggiatura originale invece ha un bel nome, CEASER The CAT, una via di mezzo tra l’augusto Cesare e chaser, l’inseguitore, e ben due scene da protagonista, che sono state brutalmente tagliate.
La prima si svolge nel seminterrato sotto le assi del pavimento, che tanta importanza ebbe in Bastardi senza Gloria e che prelude a ferali avvenimenti ad esso connessi anche in questo caso. Avrebbe avuto il compito di creare una certa attenzione alla cantina, il sottopalco si direbbe sempre in gergo teatrale, della Merceria di Minnie, non di poco conto nello sviluppo della trama. Per non parlare poi di quella sua eventuale magica apparizione nella scena finale, poco prima delle due ultime battute del film. In un ritorno della pace che per alcuni sarà presto quella eterna, spunta questo unico elemento vitale miagolante e affamato, come solo i gatti sanno essere, che avrebbe potuto aprire un piccolo, flebile, spiazzante segnale di una qualche speranza, just a bit of one, nel nero della Tragedia. Quentin perché hai tagliato la parte di CEASER The CAT? Che errore… sarebbe stato un finale strepitoso, a dir poco, e che ti sarebbe di certo valso l’Oscar.

1 caesar the cat

MINNIE
(CONTINUANDO)
Charly vai là sotto e prendi
quel topo morto. Non voglio che puzzi
tutto il locale. Portati Ceaser.

Charly prende una scopa e un GATTO SORIANO di nome CEASER. Va fino a una botola nel pavimento che porta in cantina. Mette giù il gatto sul pavimento. CEASER Il GATTO è molto eccitato. Lui lo sa cosa c’è in cantina.
Quando lasciano che Ceser cacci in cantina, è il momento più felice della vita felina di CEASER.
Charly solleva la botola nel pavimento.
Ceaser scatta come una freccia.
Sentiamo sotto le tavole del pavimento il trambusto dei topi terrorizzati che scappano e del gatto che li cattura e li uccide.
Dopo che CEASER ha attirato l’attenzione dei topi, Charly scende in cantina, afferando in fretta la scopa.
Poi sparisce nel pavimento, lo sentiamo gridare ai vermi;

CHARLY
Sloggiate Piccoli bastardi!
Figli di puttana!
Si sente la scopa menare colpi in giro. ((ibidem))

2 caesar the cat

Proprio allora CEASER The CAT che doveva essere rimasto nascosto per tutto quel tempo, finalmente decide che da Minnie l’agitazione si è considerevolmente calmata, e salta sul letto, raggiungendo i due uomini.
E’ affamato e fa dei miagolìi affamati ai tizi.
Il Mag. Warren guarda il gatto.
 

MAG. WARREN
E tu da dove vieni? ((ibidem))


 
 

GERMAINE TILLION “Le Verfügbar aux Enfers” Ravensbrück [inverno 1944-1945]


[ per i sottotitoli click on sub ]
da Germaine Tillion à Ravensbrück
di David Unger [2008]

di Orsola Puecher

Germaine Tillion in Algeria
Germaine Tillion in Algeria
Germaine Tillion [ Allègre, 30 maggio 1907 – Saint-Mandé, 19 aprile 2008 ] lavora come etnologa nel Sud dall’Algeria fra il 1934 e il 1940. Tornata in Francia si impegna subito fra le file della Resistenza. Arrestata nel 1942, deportata a Ravensbrück nel ’43, ne uscirà dopo la liberazione del campo nell’Aprile del ’45. Proseguirà poi i suoi studi e le spedizioni in Africa del Nord e in Medio Oriente come Direttrice dell’École pratique des hautes études, impegnandosi nella conservazionde della memoria dei crimini del Nazifascismo, contro la guerra d’Algeria e per i diritti delle donne. Nella parabola della sua lunga vita attraversa i drammi del ‘900 da lucida e razionale testimone della storia del secolo, perché “fare uso della ragione umana è qualcosa che è un bisogno, ma un bisogno è una forza“. Alla razionalità intellettuale unisce una visione ironica delle cose, uno humor imprescindibile, che le scintilla acuto nello sguardo e nel sorriso: “anche nelle situazioni più tragiche, si può ridere fino all’ultimo minuto. E’ un elemento rivivificante“. germaine tillion Come nelle due curiose fotografie che la ritraggono bambina, ma abbigliata da accademica in erba, in toga e tocco con un gran librone davanti, Germaine sa inforcare gli occhiali analitici e le lenti della ragione, ma senza perdere mai quel sorriso, ancora uguale dopo quasi 100 anni, che le solleva gli angoli della bocca e le fa brillare gli occhi all’idea che il venerdì 13, data del suo arresto, sarebbe per antonomasia “un giorno che porta fortuna” e che “oggi dio è buono con i coccodrilli“, come nella storiella comica che le viene in mente in quel momento drammatico, in cui due africani sono incerti se attraversare il fiume Niger infestato di coccodrilli, nel dubbio se, dato che “Dio è buono”, buono lo possa essere con loro, permettendogli di arrivare sani e salvi sull’altra riva, o invece non lo possa magari essere con le bestiacce, lasciando che li divorino, mentre nuotano.
1940 Germaine con la madre Émilie Cussac
1940 Germaine con la madre Émilie Cussac
A Ravensbrück il 30 gennaio 1944 sarà internata anche la madre di Germaine Émilie Cussac [1876-1945], scrittrice, storica dell’arte, redattrice con il marito Lucien Tillion [1867-1925], giudice di pace, di alcune Guides bleus per l’editore Hachette. Verrà uccisa con il gas il 2 marzo 1945 perché anziana e inadatta al lavoro. Il campo di Ravensbrück, costruito nel 1938 per ordine del Reichsführer delle SS Heinrich Himmler a 90 km da Berlino, vicino al lago Fürstenberg/Havel, sulle rive malsane di una palude, era un campo di concentramento solo femminile, con prevalenza di detenute politiche, i triangoli rossi; non ci furono camere a gas fino al gennaio del 1945, c’era solo un forno crematorio, un secondo viene costruito alla fine del ’44. Le internate lavoravano per la Siemens, per una fabbrica tessile, c’era una sartoria, un laboratorio di calzoleria, di pellicceria. Molte venivano mandate in altri campi, laddove occorreva mano d’opera. Tante donne arrivavano con i loro bambini, eliminati subito o morti in breve tempo per inedia, o incinte, costrette ad abortire, o ad assistere all’annegamento dei neonati, in un secchio, subito dopo il parto. Nella Revier, l’infermeria, si curavano solo le più giovani e robuste per rimandarle al lavoro. Su alcune soprannominate Kaninchen, le conigliette [da laboratorio] venivano praticati terribili e spesso mortali esperimenti “scientifici”, inoculando in ferite procurate chirurgicamente sulle gambe i germi della cancrena gasssosa, con il pretesto di trovare una cura per i soldati feriti al fronte.
 

Quel mondo di orrore ci appariva anche come un mondo di incoerenza, più terrificante delle visioni di Dante e più assurdo del gioco dell’oca.

Germaine Tillion
Ravensbrück
[Édition du Seuil, 1972, 1988]
Fazi Editore [2012]
[pag. 274]

 
Ma fin dai primi momenti, superata la sensazione di morte e il terrore per questa specie di altro mondo incomprensibile, Germaine Tillion indaga sul funzionamento del campo, riuscendo a individuare il meccanismo economico in atto, “perché il fatto di comprendere un sistema, anche un sistema che vi schiaccia” è una forma di resistenza morale e spirituale.
 

Comprendere un meccanismo che vi schiaccia, dimostrarne razionalmente gli ingranaggi, rappresentarsi nel dettaglio una situazione apparentemente disperata, aiuta moltissimo a trovare sangue freddo, serenità e forza d’animo. Niente è più spaventoso dell’assurdo. Con questa caccia ai fantasmi sapevo di aiutare moralmente le migliori di noi.

[ibidem pag. 193]

 
Le “esecuzioni economiche (gente sfinita a morte dal lavoro per la Germania“, si affiancano e si sovrappongono alle “esecuzioni politiche (nemici della Germania)“.
 

Un certo proprietario di terreni incolti di nome Himmler rendeva a un tal Himmler, capo della polizia, il servizio di liberarlo definitivamente dai suoi nemici. In cambio, l’Himmler capo della polizia forniva, a tempo indefinito, all’Himmler proprietario dei bei dividendi sotto forma di bestiame umano, per sostituire quello che lui consumava a ritmo accelerato. Che meraviglioso utilizzo di terreni incolti e paludosi per un capitalista: dove non cresce niente basta installare un campo di concentramento ed ecco una vera e propria miniera d’oro!

[ibidem pag.191]

 
E l’analisi del meccanismo diventa anche strumento di verità e di memoria per il futuro.
 

Poi c’era la nostra indignazione, l’ardente desiderio che essa ci sopravvivesse, che una tale mole di crimini non diventasse un “crimine perfetto”. Era già piuttosto chiaro che ben poche di noi sarebbero sopravvissute. Questo pensiero della verità da salvare mi ha ossessionata fin dal giorno del mio arrivo a Ravensbrück.

[ibidem pag.193]

 
E Germaine sopravvive.
 

Se sono sopravvissuta lo devo soprattutto al caso, poi alla rabbia, alla volontà di rivelare quei crimini e infine, all’impegno delle mie amiche, perché avevo perso la voglia di vivere.

[ibidem pag.25]

 
All’inizio dell’Aprile del ’45 300 francesi vengono evacuate dalla Croce Rossa internazionale, ma le prigioniere NN, Nacht und Nebel, come Germaine ne sono escluse. Tuttavia un po’ più avanti, in seguito a dei negoziati fra il diplomatico svedese Folke Bernadotte e Heinrich Himmler, nel suo delirante progetto di sopravvivere a Hitler trattando la resa, fu permesso a un altro gruppo di detenute francesi, di cui Germaine questa volta fece parte, di essere evacuate dalla Croce Rossa svedese.
 

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Il 24 Aprile, su dei pullman bianchi furono condotte a Padborg in Danimarca e poi in ospedale a Göteborg, fra ali di folla festante.
Nel dopo guerra Germaine Tillion inizia a scrivere le sue testimonianze. Viene scelta dalle associazioni delle deportate francesi per assistere, come unica osservatrice consentita dal tribunale inglese, al primo processo sul campo di Ravensbrück, che ha luogo ad Amburgo nel Dicembre 1946.
 
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Durante le sospensioni delle sedute, la sala si svuotava, e io restavo a guardarli in silenzio, sopraffatta dal dolore di fronte a quegli esseri che avevano fatto tanto male e che ora, allineati a qualche metro da me, dovevano rispondere di quelle migliaia di assassinii, compiuti a sangue freddo su delle donne indifese.
[…]
Si può chiamare odio quel dolore cupo, troppo accorto per non includere una straziante compassione?
[…]
Loro erano lì, ben vestiti, curati, puliti: dignitosi. Un dentista, dei medici, un ex tipografo, delle infermirere, qualche modesto impiegato. Nessun precedente penale, studi normali, infanzia normale…
Gente comune.

[ibidem pag.124-125]

 
Nella fretta della partenza dal campo Germaine dimentica un piccolo libretto un po’ squinternato, non rilegato, vergato con una bella scrittura regolare, metodica e ordinata.
 
le verfugbar aux enfers

[ disegno di France Audoul ]

 
Un’amica lo trova e riesce a riportarglielo. Lei lo chiude in un cassetto. E là resterà dimenticato fino alla terza edizione di Ravensbrück, nel 1988, in cui sono riportati alcuni stralci. E’ il manoscritto di Le Verfügbar aux Enfers, la piccola operette revue scritta da Germaine nell’Inverno 1944-1945, nascosta in una cassa da imballaggio di cartone dello scalo merci del campo, con la carta e le penne rubate da un’amica che lavorava negli uffici amministrativi. Tre atti, il terzo rimasto incompiuto, che descrivono con graffiante ironia, spesso vero e proprio humor nero e con un’epica vagamente brechtiana, la vita delle Verfügbar, le “disponibili”, l’ultimo gradino delle lavoratrici del campo, che, nascondendosi dopo l’appello, non venivano inviate ai vari laboratori, ma restavano disponibili per i lavori più umili e pesanti di scavo, sterro, spianamento con un rullo delle strade, pulizia delle latrine. Faticavano al freddo per dodici ore, con l’orgoglio di non prestare la loro opera al Reich, alle sue merci e ai suoi commerci. Una durissima forma di segreta protesta e di sabotaggio. Il soggetto dell’operetta è un ipotetico Naturalista che descrive in una specie di conferenza scientifica l’animale Verfügbar, la sua fisiologia, la sua vita, i suoi usi e costumi, il tutto alternato a canzoni sulla musica di arie d’opera e operetta, motivi famosi negli anni ’30, da Strauss a Bizet, da J’ai perdu mon Euridice di Gluck, alla Chanson triste di Duparc, le Roy d’Is di Lalo, Ciboulette di Hahn, ma con altre parole, frutto spesso di un’ opera poetica collettiva. Con il vantaggio di poter esser cantate durante le marce, o il lavoro, senza che SS e sorveglianti ne capissero i testi in francese, pesantemente accusatori e antinazisti. La piccola opera non verrà mai rappresentata, ma passa di mano in mano clandestinamente. Si cantano le sue canzoni. Viene letta in segreto alla sera nelle baracche, con la compiacenza di qualche capo blocco. La sola forza delle parole riesce a evocare immagini e sogni in un luogo che voleva togliere ogni possibilità di sognare immagini e parole. Il piccolo libro di Germaine porta avanti la sua missione dissacratoria e vivificante, per contrastare la tendenza ad assopire il proprio spirito fino ad accelerare la morte del corpo. “Ridevamo… ridevamo.“, ricorda Germaine. Ridevano di loro stesse, della magrezza, della fame, della nostalgia della vita di prima, della paura della morte e delle botte, della ottusa cattiveria dei loro carnefici. Ridevano catarticamente per uccidere di risate la paura e la morte. Un po’ come fu con ⇨ Brundibár di Hans Krása nel campo di Terezin.

In questi ultimi anni Le Verfügbar aux Enfers è stata rappresentata in Francia in molte versioni, ⇨ qui una integrale a Nantes, ma ho scelto di proporre alcuni estratti di una messa in scena della regista Danielle Stéfan, che mi è sembrata molto fedele allo spirito del testo, musicalmente semplice con pochi strumenti, non orchestrale. Una grande lavagna nera sullo sfondo raccoglie frammenti di testo e di voci, di segni. Il Naturalsita è interpretato da una delle deportate, come avrebbe potuto verosimilmente essere, il gruppo delle donne raggiunge una coralità molto intensa. I momenti di umorismo e di commozione compongono un mosaico indivisibile. E’difficile rappresentare cinematograficamente o teatralmente un campo di concentramento, il rischio della retorica, di un certo fastidioso bozzettismo stereotipato, dell’estetica del dolore e di una visione edulcorata sono sempre in agguato.

Ho tradotto le scene dal testo Germaine Tillion Une operette a Ravensbrück Édition de la Martiniere [2005], che, con alcune piccole varianti, sono riscontrabili nello spettacolo teatrale.

Non ci sono troppe parole in più da dire di fronte a queste scene, di fronte a “Mi hanndo detto che bisogna resistere“, cantata del Coro delle giovani e delle vecchie Verfügbar, ascoltando la canzone siparietto da rivista delle Nacht und Nebel, o il commovente canto della Speranza che brilla in segreto nel cuore di Marguerite, o la lunga rabelaisiana lista di pietanze solo immaginate della gita gastronomica, o l’assalto del dolore dei ricordi della vita di prima con la certezza autoillusoria di tornare presto a casa. L’universo concentrazionario acquista nuove sfacettature della sua complessità istituzionale, ma soprattutto di quella umana, perché non si allontani nella tenebra della Storia e del Tempo che sfugge via la memoria della sofferenza di ogni singola voce e del suo sacrificio. Queste donne sono ancora qui con noi. La forza di questo testo così raro e inconsueto riprende vita in ogni singola parola e nota, lasciando al sorriso, certo molto amaro, il compito di asciugare le lacrime.
 

Quando l’ultimo campo di concentramento tedesco ha aperto le sue porte, quell'”altro mondo” ha cessato di ergersi fisicamente nello spazio reale per porsi tra i fantasmi della “dimensione storica”, ma li raggiungeva senza bagagli, nudo come i suoi morti.

[ibidem pag.274-275]

 


 
Le Verfügbar aux enfers ((Une opérette à Ravensbrück, le verfügbar aux enfers
Marseille [France]: le Gyptis – 08-02-2011
regia di Danielle Stéfan
arrangiamento musicale Alain Aubis
scene di Christian Geschvindermann
costumi di Virginie Breger
luci di Nanouk Marty
coproduzione Femmes et Résistance, Théâtre Gyptis à Marseille, Théâtre Antoine Vitez d’Aix-en-Provence… [et al.] ; con le cantanti Amandine Buixeda, Alice Mora, Murielle Tomao… [et al.]
con Magali Braconnot [violino] e Aurélie Lombard [fisarmonica] ))
Germaine Tillion
UNE OPERÉTTE A RAVENSBRÜCK
Edition de la Martinière [2005]

 
Atto I Primavera [pag. 36-38]

Il naturalista Vi presento Nénette, giovane Verfügbar, dell’età di quindici giorni… Che cosa facevi nella tua vita precedente?
Nénette Ero presidente di una filiale della Società Protettrice degli Animali, per la Liberazione dei Canarini…
Il naturalista Ed è per questo che sei qui?
Nénette Ho anche una marito che è stato generale di divisione…
Il naturalista Questa, è una ragione…
Nénette Questa è la ragione… la sola ragione. [Pausa] Infine… resti del tutto fra di noi. [Canta]

[opera collettiva]
Avevo una grande casa, ((cantata sulla scala diatonica e poi sull’aria della Carmen di Bizet ⇨ L’amour est un oiseau rebelle))
dove nascondevo senza precauzione,
ebrei dai nasi troppo lunghi,
e gente di tutte le condizioni…
C’erano anche delle armi
cadute per caso da un aereo…
Non sapevo che cose ne sarebbe derivato…
E’ forse per questo che sono qui…

[Va a prendere per mano Lise. 25 anni, alta, bionda]
Facevi una vita da vagabonda
tre volte al giorno cambiando nome,
annotando senza permesso
falsi documenti e biglietti
ornatii di belle fototessere
per gente senza fissa dimora…
Ma tutto andava di male in peggio…
E’ forse per questo che tu sei qui…

[Entrambe si voltano verso Titine, 40 anni,
bruna, aveva un piccolo caffé vicino a Perpignon
]
Lei portava al di là dei monti
dei giovani ragazzi rudi e buoni
che sfuggivano agli ordini teutonici
per non costruire armi.
Dividevano anche la loro razione
di pane bigio e salsiccia…
Lei non diceva nulla a suo marito…
E’ per questo forse che è qui.

[Tutte e tre si girano verso il coro.]
Voi facevate per dei birboni
una quantità di commissioni.
Passavate i vostri migliori filoni
a degli eroi senza pretese,
che facevano saltare dei camion
dei piloni e delle stazioni…
Un giorno il colpo non è partito…
E’ forse per questo che voi siete qui.

[Il resto del coro viene in avanti e canta.]
Andavamo da Nantes a Mentone
per un messaggio di Londra…
Fornivamo di grossi cannoni
i partigiani in rivoluzione,
di plastico e grafite
che facevano saltare mucchi di case
Noi ci dicevamo “occhio non vede, cuore non duole”…
E’ forse per questo che siamo qui.

 


 
Atto I Primavera [pag. 43-46]
 

Il naturalista Nel secondo periodo della sua vita, detto multicellulare (vale a dire, intendiamoci, molti corpuscoli per una cellula e non molte cellule per un corpuscolo), i segnali di intelligenza aumentano: gioca a briscola, comunica con l’esterno e migliora sensibilmente la sua alimentazione, fino ad allora costituita principalmente da torsoli di cavolo e semi di zucca…
Arriviamo al terzo e ultimo periodo, Romanvillese e Compiegnuanese. Nel corso di questo periodo (per altro facoltativo) l’animale dà dei segni di gaiezza, di socialità, dimostra un certo gusto per i colori chiari, i pigiama fantasia e anche talvolta ingrassa (fatto che merita di essere menzionato).
Questo periodo è interrotto brutalmente dall’agitazione prenatale, che comincia con un appello generale e numerosi insulti…

Coro delle giovani Verfügbar. [Cantano.] ((sull’aria della canzone ⇨ Sans y penser))
Mi hanno detto “bisogna resistere”…
Ho detto “sì” quasi senza pensare…
E’ così che su un treno della linea del Nord,
Mi hanno caricata, guardata a vista, e senza fatica,
E quando il treno si è fermato,
non mi hanno chiesto il biglietto…
Ma malgrado il piacere delle novità
avrei proprio voluto scappare…

 
Coro delle vecchie.
Ascolta! Giovane Verfügbar,
l’aria che i prigionieri
cantano sulla strada…
E’ su quest’aria, vedi,
che tu mi sei apparsa…
La notte cade già
soffocando i tuoi passi sul suolo ghiacciato.
Cani e guardiani abbaiano.

 
Coro delle giovani.
Mi hanno detto… non mi hanno detto niente.
E non ho potuto nemmeno dire sì.
Attonita e pesta, uscendo dal furgone,
ho sentito per prima cosa degli insulti..
Ho visto poi i nostri guardiani,
avevano dei frustini in mano…
Malgrado la differenza dei vocabolari,
ho capito subito cosa ci vorrebbero fare!

 
Coro delle vecchie.
In una grande sala ghiacciata,
ti hanno spogliata,
poi ti hanno dato un numero…
Poi ti hanno fatto star ferma
per ben acclimatarti,
eppure non hai pianto…

 
Coro delle giovani.
Per prima cosa hanno preso i gioielli,
la valigia e la borsa di cuoio rosso,
le piccole provviste, il pezzetto di salsiccia,
la camicia e i pantaloni…
Credevo che mi avessero preso tutto,
e speravo che fosse finita…
come un bambino neonato mi hanno spogliato
ed è allora che mi hanno rasato!

 
Coro delle vecchie.
Hanno preso i tuoi capelli
per legare mozzi,
lavorerai,
non mangerai…
Quando non ce la farai più,
ti finiranno,
ti bruceranno.
E il tuo grasso ancora servirà…

 


 
Atto I Primavera [pag. 69-70]
 

Il naturalista Dal punto di vista giuridico e amministrativo, la situazione della Verfügbar è tutto tranne che chiara.
Un triangolo nero [con accento marcato] Lavora, los, schnell, aufzehrin…
Il coro [con disinvoltura]… me ne frego.
Triangolo Nero Ti mandiamo ai trasporti….
Il coro [con aria decisa] Io non parto con i trasporti.
Triangolo nero [impressionata] Perché?
Il coro Perché sono del blocco 32…
Triangolo Nero Perché sei del blocco 32?
Il coro Perché sono N N:
Triangolo nero Cosa vuol dire N N?
Il coro Vuol dire che non parto con i trasporti.
Triangolo nero Ma perché sei N N?
Il coro Perché sono del blocco 32. [grande silenzio meditativo]
Triangolo nero N N questo vuol dire sicuramente qualcosa…
Il coro Certo… Vuol dire Nacht und Nebel, notte e nebbia…
Il coro [canta]

Non sappiamo cosa pensare ((sull’aria ⇨ Je ne suis pas ce que l’on pense, je ne suis pas ce que l’on dit dall’operetta Trois Valsee di Oscar Strauss))
Non sappiamo cosa dire
Il segreto della nostra esistenza
La Gestapo non l’ha svelato…

 


 
Atto I Primavera [pag. 70-72]
 

Il naturalista La Verfügbar da prova di una grande ingegnosità per la trasformazione e l’utilizzazione di tutto ciò che le capita sotto mano. La famosa canzone ben conosciuta dai letterati:

Ho un cane che urla tutto il tempo ((sull’aria della canzone ⇨ Un canne e des gants))
e una donna che fa altrettanto.
Amo la strada e il Cordon Bleu

E’ stata certamente scritta per un lontano antenato della Verfügbar, che riesce a procurarsi al Bekleidung, il piatto piano e l’attizzatoio necessari per l’igiene…

Per lavarmi le zampe
Non ho che un piatto piano.
Mi pettino con un attizzatoio.
Mi lavo la faccia quando piove.

Bene…. cantiamo…

Che m’importa! Io sono elegante!
Ho un bastone; oui, Madame !
Che m’importa! Io sono elegante!
Ho un bastone e dei guanti

Oltre allo spirito organizzativo di cui arriveremo a parlare la Verfügbar non ha che tre risorse fisse…
Nénette …la sveltezza, la furbizia
Il Naturalista… e l’appello delle carte rosa…
Il coro Non dimenticate qualcosa signor naturalista…
Il naturalista [con aria di superiorità.] Non è mia abitudine… di che cosa si tratta?
Il coro Indovinate, signor naturalista…
Il naturalista Vediamo un po’… è grosso, è pesante… aiutatemi…
Il coro E’ molto grosso, molto grande e non occupa alcun posto… ed è leggero, leggero, leggero come una Verfügbar a cui non resta che un “giorno-sindaco”…

Marguerite [Si alza e canta.]
Nel mio cuore c’è una stella ((sull’aria di ⇨ Dans ton coeur dort un claire de lune di Duparc))
che mi inonda con i suoi raggi
e brilla nei miei occhi pallidi,
e risplende sotto i miei stracci…
I grandi muri allora spariscono,
il mio paese mi appare all’improvviso
sotto il suo bel cielo pieno di tenerezza…
I suoi baci saranno per l’indomani,
e’ la Speranza che la mia anima nasconde,
sfidando i mostri infernali,
sorride quando la loro voce è infuriata…
sotto il frustino,
e sotto la sferza si leva più in alto…
 
Un canto molto dolce, pieno di allegria,
sale dal mio corpo smagrito.
Dolce Speranza
calma il mio sconforto
sempre così pesante sotto questo cielo grigio!

 


 
Atto II Estate [pag. 88-93]
 

Titine Ho fame!
Nénette Anch’io…
Havas Bene! Andiamo a pranzo? Tocca a te Titine…
Titine Eravamo ad Avignone…
Rosine Partivamo in auto al mattino, non troppo tardi…
Marmotte Nemmeno troppo presto… le levatacce tremando e le corsette notturne nella notte livida sono finite, finite… Non prenderò mai più un treno di mattina e se non ce ne sarà che uno al giorno, resterò a casa…
Rosine Partiamo in auto, al mattino non troppo presto…
Marmotte Va bene!
Rosine Verso mezzogiorno arriviamo a Gordes per pranzo…
Marmotte No, verso le undici…
Rosine Perché le undici?
Marmotte Ho fame e mi annoia aspettare fino a mezzogiorno per mangiare…Visto che sono libera, avrò ben il diritto di pranzare alle undici, mi sembra?
Rosine [Molto conciliante] Ma tu non avrai fame prima. Ti ricordi che hai fatto colazione da Dédé di Avignone che ti ha offerto una enorme scodella di cioccolata, con burro, pane abbrustolito, biscotti alla marmellata e un plum cake…
Marmotte [vacillando] Credi?
Rosine [con fermezza] Ne sono sicura!
Marmotte Allora alle 11 e mezza…
Rosine Ve bene. La specialità di Gordes è la selvaggina. Ordineremo pernice arrostita su canapé di pane al burro, paté di lepre con insalata, e un sufflé alla marmellata…
Marmotte Come? Niente entré, niente antipasto? E il pesce? E la verdura?
Rosine Questa non è la specialità di Gordes… se vuoi puoi prendere degli champignon alla greca come entré…
Havas Questo sarebbe piuttosto un antipasto…
Marmotte Per una volta passi; con una bella insalata di pomodori e cetrioli, per finire un formaggino di capra… E come vino?
Il coro [in coro] Châteauneuf-du-Pape…
Marmotte Ma l’abbiamo già bevuto ieri…
Rosine Appunto, ci abbiamo preso gusto.
Marmotte E dopo?
Rosine [cantando.]

1. Abbiamo fatto buon viaggio, ((sull’aria ⇨ Nous avons fait un beau voyage da Ciboulette di Reynaldo Hahn))
Disdegnando auto e treni,
Un tubo come unico bagaglio,
sempre verso ovest, viaggiamo…

Abbiamo degustato
del burro e del paté,
della panna di Normandia,
e del formaggio a Brie…
A Riec assaporato
Molluschi e ostriche belon
Benedicendo Mélanie
e la sua tavola ben imbandita…

2) Abbiamo fatto un bel viaggio,
fermandoci a ogni piè sospinto,
e gustando in ogni villaggio
del buon vino e dei buoni pasti…

Mangiammo con gioia
il fois gras di Strasburgo
e quello d’Aquitania,
poi la quiche lorraine…
sulla costa atlantica,
abbiamo cenato con l’astice…
Il Riesling rende poetici
al Trois-Tetes, a Colmar…

3. Abbiamo fatto un bel viaggio
in tutti i graziosi angoli della Francia…
IL sorriso su tutti i visi
facendo gioiosamente bisboccia…

Abbiamo degustato
Tutte le specialità:
A Vire il salame,
a Nizza la ratatouille
a Aix i calisson
A Lione il salsiccione
Madleinette a Commercy,
Bergamotti a Nancy…

4. Abbiamo fatto un bel viaggio
folleggiando nei dintorni,
riparandoci all’ombra
sognando dall’alba al tramonto…

Con del Romanée
abbiamo pranzato
con lesso alla bourguignonne
prosciutto di Bayonne
gratin dauphinois
e polli di Bresse,
oche di Rouen,
prugne di Agen.

5. Abbiamo fatto un bel viaggio
sedute al bordo dell’acqua
ascoltando sotto il verde fogliame
il vento frusciare fra le rose.

Gustando presso l’Admiral
il suo pomodoro provenzale,
A Bar le marmellate,
All’Aisne una frittura,
la trota in riva al Gave
e del miele a Uriage,
champagne a Èpernay
vino rosso a Bordelais

6. Abbiamo fatto un bel viaggio
visitando città e musei…
e lasciando l’auto in garage,
per le strade abbiamo bighellonato.

Abbiano assaporato
gallette imburrate
e sidro schiumante
molto famoso ad Haras …
abbiamo paragonato
senza poterci pronunciare
l’acqua vite di Cognac
e quella d’Armagnac…

 


 
Atto II Estate [pag. 102-105]

 
Nénette Rosine cantaci qualcosa…
Rosine Non ne ho cuore…
[Silenzio.]
Lulu de Belleville Ho sognato di mamma stanotte…
Bébé Ero nel giardino di mio nonno. Raccoglievo delle prugne…. Quando mi sono svegliata e mi sono vista qui, non ho potuto impedirmi di piangere…
Havas Ho visto bene che avevi una faccia strana stamattina…
Marmotte E’ sempre al risveglio che è più dura…
Havas Si è tutte rammollite dalla notte, si è ritrovata la propria anima di prima e si vedono con i nostri veri occhi tutti gli orrori del campo… e poi in fretta si ritrova la propria corazza…
Lulu de Colmar Bisogna sempre tenerla sotto mano…
Lulu de Belleville Io no mi abituerò mai.
Havas Non bisogna abituarsi. Abituarsi è accettare. Noi non accettiamo, noi subiamo…
Lulu de Belleville Non avrei mai creduto di rimpiangere la prigione.
Marmotte E’strano: per le cose veramente terribili non si piange.
Lulu de Belleville Quando mi hanno arrestata, non ho versato una lacrima e quando mi hanno interrogata nemmeno…
Nénette Ti hanno picchiata?
Lulu de Belleville Eccome! Botte, non il bagno… Ma ho dovuto lo stesso passare tre mesi in infermeria, dopo. Hanno arrestato Papà, ma non mamma. Era nel ’41. Nel ’43 l’avranno arrestata, e forse anche il mio fratellino, che ha 6 anni…
Nénette Quando mi hanno detto che mio figlio era stato fucilato, non sono riuscita a piangere. E’ 6 mesi dopo quando ho riconosciuto la sua scrittura sull’etichetta del mio pacco, a Fresnes quando ho capito che era vivo e libero… non ho potuto più fermarmi.
Lulu de Belleville Un giorno alla Siemens, ho pronunciato il nome del più piccolo dei miei fratelli, così, senza pensarci…. Mi sono messa a piangere, non riuscivo più a fermarmi…
Titine Dite, signora Nénette, saremo a casa per Natale?
Nénette Ma naturalmente!
Hava Di quale anno?
Titine Non si deve scherzare su questo.
Havas Nel ’42, già, eravamo così sicure a Fresnes…
Marmotte Com’è lunga!
Titine Ma cosa fanno gli Americani! Ma cos’è che fanno? Che mi venga un colpo… metterci tutto questo tempo…
Lulu de Belleville Se mai avessi un innamorato a New York, sta sicura che non gli darei un appuntamento davanti a una stazione del metrò… Ne ho abbastanza di stare in piedi!
Nénette In una sala da tè ben riscaldata, con una bella poltrona, del porto e un mucchio di piccoli pasticcini…
Lulu de Belleville Preferisco quelli grossi!
Nénette Dovrai spiegarlo al tuo americano…
Havas La conversazione devia…
Marmotte E’ sempre così…
Titine E’ troppo dura; siamo stanche dopo tutto…
Bébé Voglio la mamma…
Marmotte Avrai la tua mamma… Ancora un po’ di pazienza…
Bébé Ma quando? Prima di Natale?
Havas Certo! Che domanda! Torneremo a casa l’11 novembre…
Titine Se me lo dici tu, ci credo.


 
*Le immagini di Germaine Tillion sono state prese dal sito ⇨ www.germaine-tillion.org, la pagina del manoscritto da ⇨ http://bpsgm.fr/temoignage-jacqueline-hourcabie/, i footage dal documentario ⇨ Ravensbrück Concentration Camp.
 

NOTE

 

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