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translation

by H. Rackham

“But I must explain to you how all this mistaken idea of denouncing pleasure and praising pain was born and I will give you a complete account of the system, and expound the actual teachings of the great explorer of the truth, the master-builder of human happiness. No one rejects, dislikes, or avoids pleasure itself, because it is pleasure, but because those who do not know how to pursue pleasure rationally encounter consequences that are extremely painful. Nor again is there anyone who loves or pursues or desires to obtain pain of itself, because it is pain, but because occasionally circumstances occur in which toil and pain can procure him some great pleasure. To take a trivial example, which of us ever undertakes laborious physical exercise, except to obtain some advantage from it? But who has any right to find fault with a man who chooses to enjoy a pleasure that has no annoying consequences, or one who avoids a pain that produces no resultant pleasure?”

de Finibus Bonorum et Malorum

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Appunti sulla valutazione come pratica scolastica e sociale.

di Giorgio Mascitelli

Si narra che quando Walter Benjamin vide bocciato il suo fondamentale lavoro sul dramma barocco tedesco per il concorso di libera docenza all’università di Francoforte, uno dei commissari commentò che non esisteva una libera docenza in intelligenza. Non so se questo aneddoto corrisponde al vero, ma indubbiamente ha una sua verosimiglianza nell’evidenziare una mentalità di valutazione strettamente formalizzata per non dire angusta.

Naturalmente non occorre tirare in ballo esempi così illustri per incontrare errori di valutazione anche marchiani nella pratica scolastica. Uno dei più frequenti è l’assegnazione di un quesito o di un compito sproporzionati  rispetto al tempo a disposizione o alla lunghezza  richiesta nella risposta. Si tratta di un errore che rivela di solito nel docente una mentalità orientata alla richiesta di studio mnemonico o di un’acritica e asettica riproduzione di determinate abilità e che dunque non tiene in considerazione nessun tempo per la rielaborazione, ma solo per la riproduzione meccanica di quanto appreso.  Un altro errore di valutazione molto frequente è quello dell’implicazione  oggettiva: data l’affermazione A, il docente si aspetta che lo studente enunci l’affermazione B perché ritiene che A implichi oggettivamente B, ma tale rapporto di implicazione è molto meno evidente logicamente di quanto l’insegnante creda o addirittura è evidente solo in una prospettiva soggettiva.

Vi sono poi errori dovuti a vere e proprie superstizioni corporative come la credenza che l’insegnante severo sia più bravo di quello ‘buono’ oppure che l’emotività nei ragazzi durante una prova sia dovuta alla cattiva coscienza di chi non ha studiato molto. Insomma nell’attività della valutazione gli errori possibili sono molti. Le risposte che nella scuola italiana si sono date a questo rischio sono legate alla moltiplicazione delle prove di valutazione e dei valutatori. Se il giudizio di uno studente è affidato a parecchie prove e parecchi valutatori, il rischio di errore diminuisce e si stempera notevolmente.  Si tratta naturalmente di misure che hanno una loro efficacia empirica, ma che  certo  hanno poca utilità per trarne qualche pubblicazione scientifica su qualche rivista universitaria di pedagogia o di economia.

Quando queste pratiche sono state messe in atto si pensava che la valutazione fosse più un’indicazione di lavoro nel processo di apprendimento che un giudizio definitivo e i voti fossero degli indicatori numerici e non dei misuratori di oggettive quantità. In altri termini  voti come otto e  sei indicano un rispettivamente un raggiungimento buono e minimo degli obiettivi prefissati in maniera del tutto tendenziale e modificabile, ma senza esprimere un effettivo rapporto quantitativo come quello che intercorre tra otto e sei chili di patate.

Oggi si assiste a una tendenza opposta, promossa dalle organizzazioni economiche internazionali come l’OCSE e in Italia rappresentata dalle prove INVALSI, in base alla quale si cerca di ottenere una valutazione ritenuta oggettiva sulla base di dati numerici certi e assunti come effettivi equivalenti quantitativi del grado di preparazione di ogni alunno.  Questa tendenza si fonda sull’uso di un solo tipo di prova, il test a risposte multiple, popolarmente noto come quiz con crocette, che ha il vantaggio di presentare una correzione inoppugnabile ( c’è solo una risposta giusta su quattro proposte) e facilmente convertibile in numeri certi.

Il difetto maggiore, da un punto di vista didattico, di tale tipologia di prove è che sollecitano solo alcuni generi di abilità e conoscenze: in particolare vengono trascurate quasi completamente quelli che si chiamano, nel linguaggio specialistico, abilità di sintesi e rielaborazione che sono considerate le più alte e le più significative nella pratica didattica e che potremmo chiamare nel linguaggio comune le capacità critiche.  Altri difetti sono che anche in prove strutturate così è possibile incorrere nella formulazione dei quesiti in alcuni degli errori di valutazione che ho citato sopra, e che favoriscono una didattica volta all’apprendimento di una reazione meccanica allo stimolo anziché all’approccio alla complessità. Anche il fatto che nella valutazione di questo tipo di prove sia impossibile valutare la gravità dell’errore compiuto rende difficile quel lavoro di recupero e correzione che è centrale nell’attività didattica.

Nonostante questi evidenti limiti, i quesiti a risposta multipla hanno un loro valore nel testare alcune abilità a patto che siano inseriti in un contesto plurale di prove. Oggi invece essi  vengono proposti, non tanto all’interno della scuola, ma alla società come l’unico indicatore oggettivo della qualità della scuola stessa. In una situazione del genere è ovvio che l’uso esclusivo di queste prove rappresenta una banalizzazione dei processi di valutazione, che costituisce un errore molto più grave di qualsiasi altro errore della valutazione.

Vorrei sottolineare che questa  non è una questione tecnica interna  per addetti ai lavori perché un simile modello di valutazione presuppone un’idea della scuola e della valutazione stessa che hanno un interesse generale. L’idea che una presunta oggettività della valutazione sia l’obiettivo principale da raggiungere anche a costo di una sua eccessiva semplificazione e a detrimento di una serie di pratiche didattiche tipica di una buona scuola presuppone alcune idee sulla funzione della scuola stessa. Innanzi tutto presuppone che la finalità della scuola sia quella di esprimere una valutazione assoluta sullo studente anziché offrire una serie di saperi e abilità; a sua volta ciò implica che la scuola debba contribuire a determinare una selezione nella società; inoltre si basa anche sull’errata convinzione che i processi di apprendimento siano entità misurabili quantitativamente; infine che il valore educativo principale, se non unico,  da trasmettere sia quello della competitività ( come evidenziato dal fatto che si pone al centro dell’attività scolastica la valutazione e segnatamente un tipo di valutazione che è particolarmente affidabile per formulare punteggi come in una gara sportiva).

Si tratta di idee non certo nuove, ancorché presentate sotto la speciosa immagine della valutazione oggettiva e dunque equa, ma la ripresentazione di idee ottocentesche sotto un vestito ipermoderno non è certo un fatto inedito in questi nostri tempi. I rischi maggiori connessi con l’affermazione di questo tipo di valutazione paiono  invece essere la riformulazione dell’intero processo educativo sotto il segno esclusivo della ricerca della prestazione e la marginalizzazione di  quegli aspetti relativi non solo alla formazione complessiva della personalità dell’individuo, ma anche all’autonomia nell’uso delle conoscenze acquisite che restano gli obiettivi principali di una scuola non asservita.

Amputazioni prolungate

di Arben Dedja

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Aquila bicipite

Quando nei Balcani il quinto Stato in soli tre anni, appena dichiarata l’indipendenza, adottò come bandiera un’aquila bicipite (nonostante i colori dell’aquila e lo sfondo), la pazienza dello Stato albanese giunse al limite e, con una lunga e dettagliata nota di protesta indirizzata a tutte le più importanti istituzioni internazionali, chiese d’urgenza il non riconoscimento delle suddette bandiere giacché plagiavano spudoratamente quella albanese, questa nota fu presa in seria considerazione nelle relative sedi, anche se la loro possibilità di intervenire nella politica interna dei neo-Stati era limitata, cosa che produsse una nuova ondata di delusione verso le istituzioni internazionali in Albania e, parallelamente, una forte ondata di nazionalismo pan-albanese, con la nascita di gruppi e forze politiche dalle proposte più strane, parte delle quali suggerivano, per esempio, un ampio attacco diplomatico, non solo verso gli Stati con un’aquila bicipite nella loro bandiera, ma anche verso quelli con un’aquila con due, una sola, o senza nessuna testa nel loro stemma statale (Stati per niente trascurabili come l’America, la Russia, la Germania, ma anche molti altri fuggiti alla nostra attenzione). Un altro partito, un po’ più realista, propose dal canto suo (e la Galleria nazionale delle Arti lo seguì al volo bandendo un concorso in concomitanza con la Festa Nazionale), per modificare graficamente l’aquila bicipite della nostra bandiera in coerenza con le nuove sfide del tempo, in modo tale che comunque si mantenesse superiore alle altre, di ritoccare la forma e le dimensioni del becco uncinato e degli artigli, mentre le proposte più estreme in quest’ambito arrivarono a chiedere la riammissione nella nostra bandiera dei fasci littori insieme con la stella rossa partigiana, che di sicuro avrebbero dato all’aquila un’arma in più nella sua superbia verso le altre, cosa che naturalmente comportò la formazione di analoghi movimenti nazionalisti negli altri Stati Balcanici, che cominciarono anche loro a fare modifiche alle loro aquile, cosa che portò come conseguenza che una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite disponesse la creazione a tempi brevissimi di una task force con il compito di monitorare in tutte le cerimonie ufficiali dell’ONU, ma anche in senso più lato in qualsiasi cena di lavoro, meeting, cerimonia di Olimpiadi, ecc… le bandiere Balcaniche con aquila bicipite, in modo tale da non lasciarle mai capitare, per un maligno gioco del destino, insieme nelle vicinanze, ma sempre divise una dall’altra da almeno 15 bandiere di altri stati; in caso contrario, il rischio che le aquile (che per di più erano bicipiti) bisticciassero, si azzuffassero, litigassero, combattessero, era molto, ma molto alto, con minaccia imminente che le stesse bandiere si riducessero reciprocamente a brandelli, rendendo così possibile l’inizio di un nuovo conflitto di dimensioni imprevedibili in quest’area ancora calda del pianeta.

 

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Posate

Dalle ricerche nell’Archivio Centrale di Stato, vengono scoperti ogni giorno nuovi e drammatici fatti del tempo della dittatura come, ad esempio, le storie assai dolorose dell’esproprio dei ricchi commercianti nei primi anni che seguirono la seconda guerra mondiale, quando le messe popolari, incitate dal Partito, partecipavano spesso alle rappresaglie, anche se i commercianti pagavano regolarmente le tasse da capogiro imposte dallo Stato e, in casi particolari, era il Ministro degli Interni, con quei suoi metodi, che si occupava di qualcuno come, ad esempio, il caso dei fratelli Xinxo da Coritza ai quali, oltre ad altre ricchezze, fu sequestrata la cifra record di 2.029.734 cucchiai d’argento nascosti nelle fondamenta della loro casa; un numero di cucchiai mai riscontrato prima nei Balcani, fratelli che subirono un tragico destino: il più grande spirò dopo 12 giorni di atroci torture inflittegli dagli ufficiali del Ministero degli Interni, senza riuscire a ricavare alcun indizio di altre ricchezze nascoste chissà dove; mentre il più giovane, dopo la perdita del fratello e l’ancora più grave perdita dei cucchiai, uscì di senno, passando il resto dei propri giorni in manicomio. Molti anni dopo, era il 1975, grazie ad annose e scrupolose osservazioni, il meteorologo della città, che aveva notato la preferenza dei fulmini a cadere sul tronco ormai tutto raggrinzito di un melograno dall’altro lato della strada e lontano dalla casa una volta degli Xinxo, piuttosto che sulla grandiosa quercia lì vicina, scoprì, informando all’istante gli organi competeneti che lo insignirono, poco prima della sua morte, con la medaglia di “Gran Cavaliere”, tra le radici di quel melograno, sette botti piene della frastornante quantità di 2.029.733 coltelli d’argento della famiglia Xinxo, ormai estinta, causando involontariamente una piccola rivoluzione nella vita quotidiana di quella tranquilla gente di provincia, la quale, allora come oggi, segue con particolare attenzione tutti gli scavi per le fondamenta di qualsiasi nuovo immobile e, ancora più attentamente, l’ordine celeste dei lampi sopra la città. Cercano le tracce della frastornante quantità, mai riscontrata prima nei Balcani, di 2.029.734 forchette d’argento nascoste chissà dove e di un coltello, d’argento anche quello, sotterrato in tutta fretta insieme alle forchette.

 

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Organo

Lo trovarono a Orosch, nella kulla* di Gjon Kol Ukaj, l’organo della Chiesa di Shirgj, costruita nellVIII secolo, proprio dove il fiume Boiana, dopo la Grande Curva, si amplia per scorrere poi per sempre in mare. Il raro organo, registrato con il numero 117 nei cataloghi vaticani, era dato per perso quando la verità venne a galla. Rimaneva un mistero com’era stato possibile trasportare fin su in montagna quella massa da 500 oka**, rubata forse con altre ricchezze della Chiesa nell’anno 1967. Considerare che potrebbero averla trasportata in barca su per il fiume, sembrava ugualmente assurdo che immaginarla portata con i cavalli tra i sentieri, ma Gjon Ukaj ce l’aveva nella sua kulla e diceva di ricordare da sempre di averla avuta lì. I vicini (anche se la casa più vicina si trovava a più di 200 metri di distanza) testimoniarono che per anni, nella notte di Natale, o quando fulmini si scaricavano nella parte est del valico, si sentivano arrivare dalla kulla dei suoni prolungati e gravi come lamenti. C’era come qualcuno che suonava il corno. Quando le teste di cuoio circondarono la kulla, costruita senza malta e mattoni, con pietre non levigate legate con fil di ferro, secondo la tradizione delle montagne albanesi, molto simile al modo di costruzione della Chiesa di Shirgj, cosa che dimostrava palesemente la continuità culturale illiro-albanese in questa terra; quando strinsero, dunque, l’assedio per prendere in consegna l’organo che gli Ukaj avevano chiaramente dichiarato di voler difendere fino all’ultimo sangue, notarono che quell’organo fungeva da sostegno al tetto della kulla, mentre la canna principale, lunga circa 16 piedi, tutta in abete nero, che una volta vibrava di musiche celesti, serviva da canna fumaria.

 

*La casa fortificata delle montagne albanesi, a forma di torre, di tre piani e di vaste dimensioni, adatta alle esigenze di grandi famiglia patrilineari.

**Vecchia unità di peso tra 1 kg e un quarto e 1 kg e mezzo.

 

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Estratti da Arben Dedja, Amputazioni prolungate (Besa 2014)