Döner, Finder, un ragazzo indiano, un filosofo

di Davide Orecchio

spiaggia

Un ragazzo indiano
È arrivato in spiaggia un ragazzo indiano e piangeva. Piangeva avanti e indietro sul bagnasciuga senza pace. Poi s’è appoggiato a una roccia e anche lì senza pace piangeva. Gli si avvicinano in molti e chiedono: «Perché piangi? Cosa ti è successo?» E lui spiega che ha perso il portafogli col guadagno della giornata (i parei venduti, le pistole ad acqua, i racchettoni). Duecento euro c’erano dentro. «Mi è caduto in mare! Era in tasca, ora non c’è più!» E piangeva. Due ragazzini hanno preso maschera e boccaglio e si sono buttati a cercare. Un altro ragazzo s’è tuffato a cercare. Il mare era pieno di chi cercava il portafogli del ragazzo indiano che intanto piangeva. Le madri non riuscivano a consolarlo. Figurarsi le nonne e le zie, o bagnanti di passaggio. Dopo un’ora tutto sembra perduto. Dal mare nessuna notizia. Il ragazzo piange e si lamenta col timbro del condannato a una sventura che cresce oltre il momento del portafogli smarrito. Forse prevede ritorsioni e violenze per il guadagno che manca; e piange. Finché il ragazzo che s’era tuffato ritorna gridando: «L’ho trovato!», e gli porge il portafogli bagnato marrone e il ragazzo indiano in lacrime abbraccia il ragazzo, e le madri e le nonne e le fidanzate abbracciano i due ragazzi, e tutta la spiaggia sollevata commenta: «Ah, meno male che l’ha trovato!» Poi il ragazzo indiano corre felice verso le scale, va via, ma una voce maschile lo ferma: «La prossima volta legalo bene!», e lui con gli occhi che ridono risponde: «Sì, sì».

Döner
Guardavo nella tv d’una monocamera berlinese il documentario Berlin Stunde Null (Berlino ora zero). Solo bombe sull’ex città di pietra, gli sfollati, le smorfie, i soldati sovietici. Il vicino di casa suonava una chitarra flamenca. Al governo dominava incontrastato il Kebab. Il costituzionale ma di prossimità rionale neppure scalfito dalla minoritaria opposizione di Würstel o aringhe Kebab era davvero un monarca che amava abbrustolirsi e lasciarsi masticare e inghiottire. Del Kebab troppo crudo dicevi «Roh!» e andavi oltre per la Quest, la Recherche del ben cotto democratico al servizio del popolo Döner Kebab. S’è mai visto un dominatore nel cui dominio sta il farsi mangiare? Di solito il dominatore divora. Attorno alla copula del pasto berlinese s’invertivano invece l’oggetto e il soggetto. La città s’apriva ai desideranti Kebab. Il desiderante non aveva vincoli etici. S’organizzavano persino seminari su Trockij nel ben lanciato inchiodato mondiale da Kreuzberg a Coyoacán stenditoio. Il simile a un Mitterand succulento con yogurt e cipolla Döner Kebab consentiva e sussumeva trockismo, bucharinismo, anarchia, la socialdemocrazia di acciughe e Falafel, l’ambientalismo di Moussaka e peperoni. Una ragazza di Bilbao s’addormentava sul futon dopo aver contato il salto di cento Kebab. Clonato per la democrazia del desiderante il Kebab era plurimo, risorgeva dalla masticazione. L’esito dell’ora zero novecentesca era un tollerante e lascivo seppure illuminista sempre consenziente al pasto dei nudi Kebab che girava sul Gyros e «non tramonta mai il sole», mi disse, «sul mio regno. Che è anche il tuo. Basta che lo desideri. Mangiami».

Finder
finderCalcolo di aver posseduto sette computer primari. Il più vecchio dei file, Tesina.doc, storicizzato in un’era che precede l’avvento di Berlusconi e la morte di mia madre, ha compiuto sei traslochi e ancora “è”.

Destato da ricerche distratte del Finder, a volte affiora Tesina.doc. Ventun’anni d’età. Il dormiente. Parla una lingua morta. A quali ingranaggi s’affida? Solo con Open Office accetta il dialogo. Nello stupore del mio schermo Tesina.doc es-plo-de. Affiora la lingua di qualcuno. Un ragazzo? Qualcuno prova a farsi capire. Incespica in uno stile che a me non interessa e promette:

«Esaminerò questo aspetto predominante della teoria di Humboldt attraverso la lettura dei suoi due scritti politici principali, le Idee per un saggio sui limiti dell’attività dello Stato e il Memoriale per una costituzione corporativa, cercando di evidenziare le differenze tra di essi, visto che furono elaborati in fasi molto diverse della vita dell’autore, ma anche i caratteri comuni ad entrambi e, su tutto, l’impostazione di Humboldt, la sua visione del mondo e della società, già pienamente dispiegata nelle Idee, che lo condusse poi ad alcune scelte che si direbbero consequenziali espresse nel Memoriale».

***

Esaminerò — questo predominio — attraverso — la visione — del Memoriale — le Idee – che si direbbero — predominanti — comuni — dispiegate — le differenze e i limiti — di Humboldt il saggio — ma in buona costituzione — predominante — egli — di carattere — autore.

Tesina.doc non dice se nacquero di notte, le righe. Se accanto dormiva un gatto. Se accanto dormiva una madre. Se era giorno, un disco dei Nirvana suonava. A Roma s’attendeva Zooropa. È di cattivo gusto mettere ChiEro di fronte a ChiSono, senz’avvertire. Solo Finder è capace di simili gaffes. L’idiota ostinazione di Finder lo porterebbe a scovare cadaveri, se nell’hard disk ve ne fossero. [ Nell’hard disk ci sono cadaveri e Finder li troverà ] Finder trova senza volere, persino. Non autorizzato. Si dice che a prescindere da Search, Finder scovi. Di tutto. Neanche più parla con Spotlight. Non ha bisogno che Spotlight l’inneschi. Finder è il disseppellitóre. Ha lo scafandro. Usa l’ossigeno della mia lingua, vent’anni e più in punto doc, in lettere e txt; ma quando l’espira m’intossica. Io intossico me, con la mediazione di Finder. L’io cadaverico lingua di ieri avvelena l’io odierno.

Finder sa me. Ha catalogato migliaia di volte — me. È il capitano dei backup. È il mastro di chiavi di Storage. Storage ha un padrone, ed è Finder. “Me” sta diventando .me. “Io” diviene .io. Infinitamente ChiSono risveglia ChiEro (dalla cuccia di Tesina.doc).

Finché entra Logout.

Un filosofo
– Insomma, come l’hanno denazificato quel tipo?
– Con la lavanda gastrica. Ha rigettato tutto il veleno. Un colore, un odore… Quasi corrodeva il tubo di plastica.
– E poi s’è calmato?
– Dal suo angolo miagolava: «Si vede che sono guarito? Dottore, il certificato! Posso aver figli? Mi autorizza a sposarmi, a figliare? È vero che non trasmetterò nulla? Che non è ereditario? Me lo prometta».
– E il dottore?
– Scuoteva la testa. «Non posso promettere», ha detto. «L’odio e il dolore infettano. Chi sbaglia propaga errori. Non posso promettere».
– Un uomo saggio.
– Quasi piangeva. Un filosofo.

i morti – una compilation

di manuel micaletto

john pilson

il rumore degli autocicli in manovra, quando nella sequenza di un parcheggio a più fiate si soffermano, dedicano il peso a un’area circoscritta e sotto sfrigolano, oppressi, i coriandoli dell’asfalto, che squama. a suo modo, riferisce.

congratulazioni stampanti. ok anche telefoni SIP in guisa di saponetta, con la scocca lucida. ma certo la particolare grammatura, nonchédimeno porosità, delle plastiche in dote alla maggiorpiù delle stampanti, le favorisce e così si distinguono primissime, nel volgere dei tempi, in quantità di anni ragionevoli, consone all’umana durata, nell’assumere quel colore, quel tono ambrato caratteristico delle rovine. (altrimenti, toner).

nelle macchinine (e già dire OK è dire poco) più modeste, ad esempio quelle di stanza nel buio, incistate nelle uova di cioccolato, le cui quali ruote per loro neppure è stata prevista, in sede progettuale, una chance di rotazione, oppure sì ma la realizzazione è scadente al punto di bloccarle al loro perno, in queste macchinine i refusi, le eccezioni che la plastica muove allo stampo, le sbavature, gli sticker SPEED, RACE, 85 (o altri numeri che garantiscono velocità elevate), così pure i fanali da applicare o preapplicati spastici (cfr. gelati tartarughe ninja, che una volta separati dall’involucro rivelano una configurazione facciale tradita a tutte le altezze, la delusione di un raffaello trisomico): in queste, la serialità ben disposta all’errore. in queste, nessuna redenzione. kinda (&kinder) related.

l’invincibile certezza di pancarré nell’aula vuota, tirata a lucido dal personale ATA, con l’alcol fucsia e volatile che dai banchi sale, entra a forza nelle narici ancora disposte secondo i ritmi del sonno.

la natura modulare delle grandi catene, che tendono a ricreare la stessa esperienza in diversi luoghi, mantenendo simili le proporzioni, identiche le stazioni radio (spesso proprietarie), concedendo qualche leggera variazione all’offerta commerciale (edizioni speciali): offrendo un corner di familiarità certa e garantita, un ricovero, una zona sanata dalle novità, dove lo spazio tutt’intorno dirama le sue differenze. al puntuale proposito, impossibile tacere del plurititolato team AUTOGRILL, che ancora conserva il suo solidissimo primato: trattasi, gli autogrill, di elementi modulari (se non modulari, frattali, riproduzioni in scala) inseriti a distanze regolari nell’ambiente modulare per definizione, l’autostrada: perciò, essi risultano cari alle divinità.

l’orario 16 tra 24 del giorno, che si lascia attraversare senza attrito, tra tutti il più docile. recando, del vuoto, le sembianze.

la visione di supermarket inabitati, lo schieramento delle merci, i prodotti installati alle latitudini più frequentate dall’umano sguardo e dall’umana attenzione, nel convesso dell’orario feriale, a più mai nessuno rivolti, fuor di competizione, che vivono una tregua. bravi yogurt, alla grande merendine, beate conserve lucide nel buio appena smentito dalle luci di emergenza.

l’unico modo di intraprendere le cose, che nonostante tutti gli sforzi e i tentativi di rimozione resta: avvalendosi di un’epica povera, da spot BMW.

il rumore consueto del mondo, le stringhe casuali del traffico che avanza in impressioni continue di scooter, autobus, accelerazioni, velocità congrue alla legge o che la legge eccedono, secondo cadenze variabili ma dando l’impressione di un loop, dove la ripetizione trova varie sedi: 1) a livello microscopico: alcune sequenze sono ribadite, opel corsa, xmax, 156. tra una sequenza identica e la stessa, identica, ma ancora, possono intercorrere alcuni minuti, possono intercorrere gli anni. indifferentemente. 2) a livello macroscopico: ma ad un ordine di grandezza troppo grande per poter assistere, nel volgere di un’umana partecipazione al mondo et alle sue vicende, ad un’intera esecuzione dello spartito. 3) per certo. 4) seguenti.

nelle gallerie, il finestrino che smette di filtrare LA TOSCANA, capovolge il vettore della visione, facendo leva sul buio in attuale versamento, e ti restituisce la faccia spettrale e tua, installata tra altre nell’ambiente di uno scompartimento, nel distretto di un vagone, nell’andare a linee di un treno. altrimenti irrelate.

il di cui prima sottofondo del mondo sovrascritto dal phon che, avendo (dai pleonastici capelli) estromesso l’acqua come si conviene, ed essendo perciò giunto a piena cessazione del suo esercizio, di nuovo lascia campo agli effetti audio abituali, che però non si manifestano subito, ma solo dopo un certo lasso di tempo, come se il rumore che fino a poco prima li aveva rimpiazzati avesse scavato, al loro interno, una nicchia, un vuoto, avesse ricavato una distanza, che abbisogna di essere colmata per ripristinare il contatto. archiviata sotto: situazione di sicura connivenza.

la verità, www.jumpy.it sempre nei nostri cuori.

stipulare una salda amicizia et a bruciapelo con le miniature dei legionari X fretensis, le ceramiche inappetibili dietro le vetrine, i loghi di alcune case automobilistiche asiatiche, i palloncini promozionali e non, le luci dei cancelli automatici, quelle accennate dei citofoni, i vecchi NPC che guardano il mare sul promontorio di VERDEAZZUPOLI (e se interrogati, questo e non altro riferiscono), non esistendo, forti della beatitudine che da una simile condizione deriva. Avvertirne, adempiendo al proprio tempo, nelle alterne fasi dell’esserci, la vicinanza più prossima, e mite.

applausi i POLARETTI. meglio ancora in forma flebo, invece che solida, lockati nel loro astuccio, pari ai pennarelli (prima dell’uso), con i colori a cresere, ordinati. barre di uranio, iridescenti, in condizione di luce favorevoli. non è negoziabile.

in certa misura, i tatuaggi a tempo delle merendine, egregi trasferelli, ed emeriti. appena dapprima applicati tirano la pelle e brillano, ma in un tuttavia subito cominciano a gravarsi della polvere, anneriscono, somigliano a formazioni cancerose, sicché la finestra temporale in cui puoi vantare un pinguino sul braccio è risicatissima, mentre quella della malaria sèguita nei giorni. nello stesso subito o dintorni, peraltro, si dilatano, crepano, vanno alla deriva come la PANGEA, espongono i propri pixel come immagini low-res sottoposte ad un’implacabile azione di zoom. non scompaiono ma si scompongono a puzzle, assecondando le texture epitiliali, rivelandole. resta una frattura. qui, piena complicità.

nel preciso quando di mario kart che ti vede – per effetto degli ENVIRORMENTAL HAZARDS o di un corretto impiego, da parte degli avversari, degli ITEMS abilitati alla morte e alla sua distribuzione – consegnato al vuoto, sia detto vuoto più o meno consueto, più o meno imprevisto: non necessariamente un telefonatissimo baratro RAINBOW ROAD, con le curve che piegano a precipizio sui pianeti, senza barriere a contenere la corsa, a scongiurare la partecipazione di KOOPA al niente siderale che tutto intorno insiste, e preme; ma anche i vuoti hardcore, quelli ignoti perfino ai level designer, i vuoti che naturalmente scaturiscono in assenza di progetto, laddove la pianificazione langue, cui ottieni accesso per tramite di una serie di eventi sfortunati et esclusivi (che cioè mirano all’esclusione), la deflagrazione di una BOB-OMB che ti ribalta la vita e la riporta al suo normale incedere orizzontale proprio nel momento in cui un GREEN-SHELL muove ciecamente nel tuo slot e di nuovo ti costringere ad avvitare l’aria, fino a che non superi una recinzione apparentemente invalicabile (neppure può essere considerata, propriamente, una recinzione, dato che non si pone come elemento di separazione tra due luoghi distinti, ma come semplice limite all’azione) ed ecco che fai quell’esperienza di un vuoto inedito, un vuoto inatteso, che esiste in virtù di te e te soltanto, e delle circostanze che ti hanno condotto fino a quell’oltre cinetico il quale da bravo è l’esito di un sistema chiuso di regole, una rosa esauribile di possibilità, che tuttavia collide al suo interno, si inventa, esce da sé come KOOPA ora differisce il tracciato, deposto nell’abisso che presto vorrà restituirlo, estraneo ai radar del conflitto.

gli stormi che agiscono in torsione contro lo schermo del cielo, davanti ai dead pixel del pirellone. hoc modo comunicando un’attesa, mentre in background un’intera città esprime uno schema, esegue il suo script, si riduce alla consistenza di uno screensaver (di giorno: proliferazione di volumi poligonali, a saturare il campo visivo; di notte: una striscia braille, o una scheda perforata, con la luce che evidenzia i buchi).

le insegne dei bar, in prospettiva, che l’una all’altra si sommano, e dritto al cuore portano un comeché di trafittura.

vicende relative all’acqua, specie in atteggiamenti concentrici, nei wallpaper di default.

l’alluminio leggero, sonoro (assumendo, per ipotesi, un urto), dei cartelloni recanti impressi i gelati, opportunamente associati ai rispettivi prezzi, spesso arbitrariamente corretti tramite l’applicazione di appositi talloncini adesivi, oppure presenti solo a chiazze, o assenti del tutto. l’azione erosiva che il sole, con sorprendente facilità, opera sui pigmenti che accendono il colore originale, il quale nelle intenzioni e negli effetti rende l’intero roster desiderabile (al biscotto di più). questa azione, va notato, non incontra resistenza alcuna da parte dei soggetti presi in esame. facilmente, dei gelati indicati, nessuno è poi disponibile all’acquisto, specie nei casi più nostalgici, cfr. SANSON: trattasi di pure installazioni. essi cartelloni sono lo strumento più accurato e sensibile di cui disponiamo per la misurazione della qualità dei bar che li ospitano: vere et proprie cartine tornasole: tanto più il colore difetta, tanto meglio high rated sarà il bar. di lato: somigliano a quel compasso che è la morte, quando gira attorno al suo perno. (una partnership? certo che a dire, dice).

anomalie sui palinsesti sportivi, oscillazioni delle quote, strani segni tra le partite della coppa di danimarca e la seconda divisione norvegese, addirittura minuscoli geroglifici incisi tra l’AALBORG BK e il DROGHEDA UNITED, qualcosa come le coordinate criptate di un tragitto spaziale e fantastico.

al tavolino di un bar switchare, nell’immaginazione, la telecamera: come in FIFA14, visuale a volo d’uccello. il tavolo è allora quella puntina che fissa un tempo al sughero del giorno.

(da una raccolta di prossima uscita per EDB. immagine: john pilson, interregna, 2007.)