Azzurro a nessuno

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di Federica Di Blasio

Cassiopea – Mia cara, niente squarci e niente sentimentalismi oggi.

Lira – Forse dovrei solo allontanare la mia mano dal viso e l’occhio dall’unghia di melograno. Distinguo l’elemento triste e tragico nel momento in cui spalle si stagliano all’orizzonte.

Cassiopea – Non vorrei essere amica – di nessuno – ma solo progettare giocattoli sociali. Non vorrei nemmeno una cassetta delle lettere ma lettere nuove e mie.

Lira – Del sangue non amo quel sapore ferroso.

Cassiopea – Nella mia lista di odi incresciosi, ne pescherò uno e griderò altisonante – finché un timpano non sarà perforato e l’allarme non alzerà un sopracciglio. Continua a leggere Azzurro a nessuno

les nouveaux réalistes: Claretta Caroppo

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Lovematic

di

Claretta Caroppo

 

Lavoro in una lavanderia a gettoni, di quelle che in uno stanzone contengono grandi lavatrici, otto per la precisione, tre da cinque chili, tre da sette chili e due da nove chili, più quattro asciugatrici. Il funzionamento è semplice: si inseriscono le monete in un distributore e si preme il tasto corrispondente alla lavatrice che si vuole utilizzare, si aggiungono poi detersivo e ammorbidente negli appositi scomparti, si preme il tasto di avvio. Il candeggio dura normalmente quarantacinque minuti, più tempo se si lava a 90 gradi. Le lenzuola andrebbero lavate a 90 gradi, a meno che non siano di seta o colorate, in quel caso vanno lavate a 40 gradi, con la bustina trattieni colore. La mia funzione è semplice, me ne sto seduto otto ore nella stanza attigua a quella della lavanderia e sono a disposizione tutte le volte che i clienti hanno bisogno di aiuto. A volte può capitare che i macchinari si inceppino, oppure che salti la luce, peggio ancora che il distributore in cui si inseriscono i soldi non fornisca il resto. Il cliente deve soltanto premere un tasto rosso e luminoso sotto la scritta Servizio Assistenza e la mia voce fuoriesce dall’altoparlante; il più delle volte i problemi si risolvono senza che io mi sposti dallo stanzino alla sala con le lavatrici, perché ormai conosco molti trucchetti per far funzionare le mie macchine. Non mi piace leggere durante il lavoro né sfogliare le riviste di cucina come Anna, la mia collega che fa il turno al mattino.

 

Passo le ore a fissare dalle telecamere la gente che si sussegue a fare le lavatrici, spero che sbaglino temperatura, gioisco quando scorgo qualcosa di rosso tra le lenzuola bianche e mi aspetto le facce deluse o incazzate dal bucato rosa, quando gli abiti si rimpiccioliscono, si infeltriscono, si smaterializzano, mi ipnotizzo a guardare come tutte quelle persone trascorrono il tempo dopo aver avviato il lavaggio o l’asciugatura. La sera, prima di chiudere, metto insieme la biancheria che è rimasta nelle macchine o che è caduta per terra, raccolgo tutto in una cesta di vimini per gli abiti smarriti. Il mio paradiso dei calzini è fatto di pois, righe, marchi Renato Balestra o Achille, a cui si aggiungono mutande di pizzo, mutande con gli animaletti, mutande a vita bassa, mutande contenitive, perizomi elasticizzati, culotte, ferretti, bottoni. I ferretti e i bottoni sono il nemico numero uno delle lavatrici, se si staccano dai reggiseni o dalle camicie sono costretto a piegarmi bocconi e a pulire i filtri e poi devo lavarmi le mani a lungo per togliermi di dosso quell’odore misto di laguna e pozzanghera. La maggior parte delle persone che usa le nostre lavatrici attende in religioso silenzio che le macchine abbiano finito di adempiere al loro dovere, se si annoiano giocano a Ruzzle, oppure chiamano gli amici con il cellulare, ma non riesco a capire cosa gli raccontino, perché c’è questa idiozia per cui riprendere con la telecamera è legale, ascoltare no. Per questo mi sento molto solo nella mia stanzetta, perché nessuna voce mi fa compagnia. I più giovani si annoiano ad aspettare. Lasciano la lavatrice a girare senza padrone per quarantacinque minuti, escono e attraversano la strada diretti al bar più vicino a prendere un caffè, ritornano quando tutto è finito, azionano l’asciugatrice ed escono a prendere un altro caffè, anche se l’asciugatrice ci mette appena otto minuti a terminare il ciclo. Qualcuno l’ho sorpreso a rubare le mutandine alle ragazze, o a mettere direttamente nell’asciugatrice i vestiti già lavati e bagnati che cadevano per terra e che venivano sollevati assieme alla polvere e alle macchie che si trasferivano dal pavimento alla loro massa umida. Chissà perché le persone sono più sporche se pensano di non essere viste.

 

Le peggiori clienti sono le ragazze che fanno le intellettuali, quelle che nell’attesa del lavaggio portano con sé un libro da sfogliare sedute sulle nostre panche e che, secondo me, leggono per finta. Purtroppo la telecamera non ha lo zoom e quasi mai riesco a scorgere i titoli di quei testi, ma mi immagino che i russi vadano per la maggiore e mi domando come diamine sia possibile leggere Dostoevskij con il rumore delle lavatrici in funzione, con il caldo asfissiante, l’aria consunta, il campanello che trilla ogni volta che qualcuno entra o esce dalla stanza e che io ho comprato e montato affinché la nostra lavanderia possa essere riconosciuta come quella con la suoneria divertente.
Ogni martedì, subito dopo pranzo, arriva un vecchietto molto alto; deve essere vedovo, credo infatti sia stato sposato a lungo, perché cammina come qualcuno che per anni è stato abituato ad andare in giro accompagnato, che ha fatto da sostegno alla camminata di un altro essere umano, mi immagino una moglie ammalata, minuta, con i capelli raccolti in una treccia da rifare ogni mattina. Mentre aspetta che la lavatrice abbia terminato il lavaggio, si muove su e giù per la stanza e ogni tanto si appoggia il braccio sinistro vicino al gomito destro, tocca una mano immaginaria di cui sente la mancanza; indossa tutti i martedì sempre gli stessi abiti: pantaloni di fustagno marroni, gilet grigio con lo scollo a V, una camicia a scacchi con piccole righe beige e grandi righe blu; le volte in cui non passeggia si addormenta su una panca con la testa reclinata, la bocca aperta, il mento lasciato cadere indolente, le braccia incrociate sul ventre piatto e io resto ad osservarlo dalla telecamera, mi aspetto che non si risvegli più, lo vedo sussultare al suono del campanello e non morire mai.

 

Il secondo martedì di Aprile sono saltato dalla sedia insieme a quel vecchietto dalla panca della lavanderia, il suono all’entrata è divenuto straziante quando è arrivata mia madre con un trolley gigante, blu elettrico, dozzinale, che doveva essere davvero pesante per come lo ha gettato per terra. Ha scelto la lavatrice con il carico da nove kg e l’ha riempita tutta, senza fare una selezione tra il cotone, la lana, la seta, e mi sono chiesto se anche quando ero piccolo lavasse tutto indistintamente a 30 gradi, se fosse per questo che i miei calzini di spugna erano sempre un po’ giallini sulle punte e sui talloni. Mia madre si è seduta accanto al vecchio e hanno parlato ininterrottamente per quarantacinque minuti, per via di quella cosa dell’illegalità non ho potuto sentire cosa si sono detti, ma hanno riso, e si sono fermati per qualche secondo ad ascoltare un rumore, o una voce, chissà, che credo provenisse da fuori. Sono stati fermi come se avessi premuto il tasto pausa alla telecamera da cui potevo vederli. Non ho aspettato di scoprire che cosa mia mamma avrebbe tirato fuori dalla lavatrice, da lì avrei potuto capire molto, ma mi sono distratto immaginando che il vecchio le avesse chiesto quelle cose banali che le persone si domandano appena si sono conosciute e che lei gli avesse mentito dicendogli che figli non ne aveva, o che erano morti, o criminali. Avrei voluto sentire che cosa si erano detti, e poi sarei voluto entrare nella stanza insalubre e vischiosa della lavanderia e dire ‘Piacere, sono Carlo, il figlio della signora. E sono vivo e non sono criminale e questo lavaggio glielo regalo’. E poi andare via, lasciarli in quell’imbarazzo e nel frattempo girarmi una sigaretta e accenderla per la prima volta nello stanzino dove è vietato fumare, chiamare il mio responsabile e chiedergli di cambiare zona, città, di assegnarmi ad un’altra lavanderia.

 

Tutte le lavatrici hanno un nome, all’inizio avevo attribuito a ciascuna un numero, ma alcuni numeri mi piacciono più di altri, mentre i nomi per me sono tutti uguali e non volevo che la manutenzione della 7 o della 3 fosse più accurata di quella della 8 o della 4. Le lavatrici piccole si chiamano Donna, Jenni, Betty, Sasha, quelle medie Zerlina, Violetta, Manon, le più grandi Novita e Felicita senza accento, che di per sé mi pareva un elemento di disparità, mentre anche così si capisce benissimo la gioia che ho provato quando ci sono state portate dal magazzino dalla sede centrale. Le asciugatrici non hanno un nome, non se lo meritano, fanno quello che dovrebbero fare il sole o il vento, anche se in questa città non ci sono né sole né vento; le asciugatrici sono per persone che non sanno aspettare, che quel giorno in particolare vogliono mettere un vestito in particolare, ed io non le capisco, perché anche gli abiti, come i nomi, alla fine sono tutti uguali, l’ho imparato in questi sei anni e mezzo di lavanderia a gettoni, me lo ricordo ogni volta che guardo il cesto della biancheria smarrita.

Comprensibilità / incomprensibilità in poesia

[Questo testo è nato da una discussione svoltasi sul sito  “Poliscritture”. Ed è stato poi lì pubblicato come pezzo autonomo. Lo ripropongo molto volentieri su NI.]

di Massimo Parizzi

Per me questa discussione è stata tutta interessante. Ma riguardo a un tema in particolare, la “comprensibilità/incomprensibilità” in poesia, vorrei cercare di dire qualcosa su questioni che, stranamente, mi sembra non siano state toccate. Scusate se comincio con ricordi personali.

Un incontro determinante per il mio futuro (e tuttora il mio presente) fu, tra i 16 e i 17 anni, cioè nel 1966-1967, quello con un gruppo di pittori, scrittori e “teatranti” che in quegli anni aprirono a Milano una “galleria-teatro-laboratorio” dal nome Il Parametro e fecero uscire per due numeri una rivista omonima. I pittori erano astrattisti geometrici. Gli scrittori guardavano a Beckett (poi si sarebbero innamorati, loro e anch’io, dello strutturalismo) e componevano testi di parole e frasi esatte, sonore e misteriose. Continua a leggere Comprensibilità / incomprensibilità in poesia

Il colonialismo, Montanelli, i nonni fascisti, la memoria

dialogo fra Igiaba Scego e Paolo Di Paolo
(da «Il Garantista» 25.6.2014)

montanelli

Mentre Carlo Lucarelli ambienta il suo ultimo romanzo Albergo Italia (Einaudi) nell’Eritrea di fine Ottocento, il grande rimosso del colonialismo italiano torna a farsi sentire in Roma negata (Ediesse), che Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somala, ha scritto cercando i luoghi di Roma segnati dalle antiche imprese africane. Il fotografo Rino Bianchi la accompagna fissando spazi che ogni giorno percorriamo senza sapere, senza ricordare. L’impegno di Scego e Bianchi è la memoria, è riportare alla luce tracce anche dolorose del remoto e ottuso sogno imperialista. A un certo punto del racconto spunta anche Indro Montanelli, fondatore di quel «Giornale» che proprio oggi compie quarant’anni. Montanelli era stato in Africa da volontario fascista nella campagna del 1936. Negli anni Novanta polemizzò a lungo con lo storico Angelo Del Boca sull’uso dei gas (Indro li negava, Del Boca dimostrò con i documenti che furono usati). Sui nonni colonialisti dialogano in questa pagina Igiaba Scego e lo scrittore Paolo Di Paolo, che ha appena pubblicato Tutte le speranze. Montanelli raccontato da chi non c’era (Rizzoli), una rilettura personale della vita del grande e discusso giornalista.

IGIABA SCEGO
Howa Tako per me era la donna raffigurata sui cento scellini somali. Una donna con un bimbo issato sul grembo e una grinta rabbiosa che incitava i popoli alla rivolta. Ricordo che da bambina ero affascinata da questa donna che emergeva dal sole con in mano gli strumenti della resistenza. Howa aveva riempito il mio immaginario di piccola ribelle e con un certo orgoglio dicevo sempre a mia madre «Da grande voglio diventare come lei». Quando non spuntava fuori da una banconota, Howa come per magia si issava potente su un piedistallo altissimo e bianchissimo. Era la mia statua preferita a Mogadiscio, quando ancora c’era la mia Mogadiscio, quando ancora c’erano le statue, prima della guerra. Mi piaceva il suo guntino che lasciava scoperta una spalla, il foulard leggero che le copriva la testa e quella folle corsa che caratterizzava il suo mondo. Poi però il mio sguardo di bambina si fissava su quella freccia che Howa aveva conficcata in petto. Non era una freccia di Cupido purtroppo, ma qualcosa che l’avrebbe presto portata alla morte. Howa era lì, a pochi metri dal teatro nazionale di Mogadiscio, a testimoniare la sua lotta contro il colonialismo. Di lei lo scrittore Nurrudin Farah dirà che stava compiendo un jihad contro gli invasori italiani quando è morta.

Howa Tako, figura mitologica (si sa molto poco di lei) e storica insieme (perché sono tutti concordi sulla sua reale esistenza e su quella morte atroce) per me è sempre stato un monito a combattere le discriminazioni e le pratiche coloniali ovunque fossero. Una nonna ideale, una donna forte, come lo erano in tante. Però in Italia di questa forza delle donne dell’Africa Orientale si è sempre saputo poco. Domina l’immaginario la faccetta nera, la donna facile, sempre in offerta, «una cosa che serve al maschio bianco quando ha bisogno carnale» come sottolinea lo scrittore coloniale Mitrano Sani nel suo Femina Somala, 1934. E qui il pensiero mi corre alla dodicenne Fatima moglie provvisoria di Indro Montanelli. Una moglie da colonia «regolarmente comprata» insieme ad un cavallo e un fucile per la modica spesa di 500 lire come ci teneva a precisare l’Indro Nazionale. Ad Enzo Biagi dirà durante un’intervista riferendosi alla sua sposa bambina «a dodici anni quelle lì erano già donne». Dirà di lei che era docile, un animalino e che per accontentarla «io li misi su un tuqul con dei polli». Quello che mi ha sempre colpito, e non solo in Indro Montanelli, ma in genere degli italiani in colonia è questa sorta di rigenerazione maschile di cui parlano spesso, come se l’Africa intera fosse un enorme Viagra naturale. Lo stesso Montanelli pur rendendosi conto dell’astoricità dell’impresa coloniale italiana dirà che «ebbi due anni di vita all’aria aperta, bella, di avventura, in cui credetti di essere un personaggio di Kipling». Ma quelli che per lui furono anni bellissimi, sono anni – e ce lo ricorda Angelo Del Boca nella sua monumentale opera Gli Italiani in Africa orientale – di odio, strage, genocidio. Anni di popolazioni gassate, donne stuprate, deportazioni coatte. Oggi di questa storia in comune si ricorda poco. Non viene studiata a scuola, non viene reso patrimonio nazionale. Forse è ora che l’Italia cominci a studiarla la storia del colonialismo, perché è proprio dagli errori del passato che forse si potrà costruire un futuro di speranza. Un futuro dove finalmente potremmo essere una Repubblica fondata sull’amore, la conoscenza reciproca e il rispetto dell’altro.

PAOLO DI PAOLO

C’è un video su YouTube, estratto da una trasmissione Rai con Gianni Bisiach del 1969: Montanelli racconta la sua avventura coloniale, con un tono in effetti un po’ spiccio e un po’ tronfio. Quando racconta della sua sposa ragazzina – «regolarmente comprata dal padre» – lo fa con un sorriso troppo lieve, che gli si spegne sulla labbra quando dal pubblico una giovane donna lo accusa di maschilismo e di violenza. Indro balbetta, ripete che in Africa era diverso, ma non convince. Interessanti sono i commenti odierni sotto il video (peraltro postato da una trentenne): è, come sempre, una gragnuola di insulti, di improperi, «pedofilo», «porco», «fascista». A difendere il giornalista sono in pochi, ed è comprensibile: l’avventura nel ’36 con la dodicenne non è difendibile. Ma queste reazioni un po’ isteriche, tipiche della Rete, ci dicono quanto sia sommerso il nostro passato coloniale. I fantasmi che abitano le coscienze di generazioni di francesi o di portoghesi non abitano le nostre.

L’impresa fascista in Abissinia passa troppo spesso – ha ragione Igiaba Scego – per una qualunque allegra scampagnata. Ma se lei, che ha cercato dentro Roma le tracce di questo passato, ha nell’eroina Howa Tako una nonna ideale, a molti di noi tocca fare i conti con i nonni reali. Quanti affrettati detrattori dell’Indro colonialista ignorano di avere rami del proprio albero genealogico implicati in quello stesso passato? Il punto è questo: non sappiamo niente. Abbiamo alle spalle nonni e bisnonni fascisti volontari e involontari: parlo del mio, classe 1918, andò in Africa anche lui, e tornò – diceva mia nonna – che era irriconoscibile. C’è ancora da esplorare questo paesaggio di nonni fascisti, c’è ancora da fare i conti sul serio, con le loro speranze sbagliate,con i loro inciampi coloniali, machisti, bellicosi, violenti. Invece si ha sempre l’impressione, in un certo discorso pubblico, che tutti abbiano avuto nonni partigiani. Magari! Si può cambiare look, ma è difficile cambiare gli avi. Siamo ancora in tempo per riaprire un discorso differente, meno preoccupato, meno affannato dall’emettere sentenze – facili, in fin dei conti – e più profondo di qualunque condanna. Non è nemmeno questione di assolvere, per carità, ma – una buona volta – di capire. Senza quest’ansia ridicola di sentirsi puri, giusti, migliori a posteriori. Ricordo l’onestà con cui Carlo Lizzani, maestro di sinistra, ricordava, seduto nel salotto di casa sua, il suo entusiasmo di ventenne per Mussolini. E ricordo con emozione la lettura dell’unico libro, o uno dei pochissimi, che abbia tentato di fare i conti in modo diverso con quel passato scomodo: Accanto alla tigre di Lorenzo Pavolini, nipote del gerarca. La dedica del romanzo è: «Ai padri». E l’incipit suona così: «Non sapevo che mio nonno fosse un gerarca fascista fucilato a Dongo e appeso a testa in giù a piazzale Loreto».

La prospettiva più onesta e più utile da cui partire sempre: «Non sapevo». Non occorre neanche troppo il sensazionalismo alla Pansa, che forse ha qualcosa di nevrotico, e così non occorrono spalti e rispettive tifoserie. I tribunali da cui si giudica, in un senso o nell’altro, il passato hanno sempre qualcosa di posticcio, quando non di retorico («Pazzi che dicevate mai più, presto, riditelo» esclamava Beckett). Vorrei invece andare incontro a mio nonno, a Montanelli, ai nonni in un luogo in cui guardarli in faccia senza l’assedio degli applausi o dei fischi.

les nouveaux réalistes: Alessandro Zannoni

 

Genesi di un principe azzurro

di

Alessandro Zannoni

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Sono figlio di quella che una volta veniva chiamata pettinatrice.
Ho trascorso gran parte della mia infanzia nel negozio di mia madre circondato da donne di ogni età, ceto sociale e bellezza. Coccolato da tutte, amato da molte, promesso sposo di alcune. Mi sono sempre sentito un privilegiato, quasi un prescelto, come un semidio o una roba del genere.
Vivrai tra le donne e imparerai a conoscerle, ne amerai quante più potrai, godrai dei frutti della loro terra etc etc…
Ero un bambino felice e un futuro radioso mi aspettava, perché dentro quelle quattro mura colorate di rosa antico ho imparato tutto sulle donne, tutto quello che bisogna sapere per farle sentire amate e felici, comprese, protette, complete.
Ho imparato tutto direttamente alla fonte, mentre ascoltavo le lamentele sui mariti e i fidanzati, mentre i caschi sparavano rumorosa aria bollente e mia madre acconciava certe cofane che mi sembrava sempre un miracolo della fisica, e le sue aiutanti limavano e pitturavano unghie di mani che faticavano a stare ferme mentre le donne parlavano. Sembrava che facessi altre cose, che non badassi a loro, che fossi troppo piccolo per capire o per interessarmi alle dinamiche più importanti dell’equilibrio del mondo e della vita stessa, invece ascoltavo eccome; magari non capivo proprio tutto ma ascoltavo e incameravo, inconsciamente, nozioni che mi sarebbero state utili più avanti. Crescendo ho imparato a conoscere le donne anche dalla posta del cuore di Cosmopolitan, che sul tavolino delle riviste non mancava mai, leggendo le richieste di auto di ragazze inesperte o di mogli disperate, e le risposte illuminanti di una entità femminile onnisciente.
Oggi credo proprio che tutti gli uomini dovrebbero trascorrere i primi dieci anni di vita nel negozio di una parrucchiera, lo penso davvero. Tra uomo e donna le cose andrebbero meglio, di certo.
Ripensando alla mia infanzia tra tutta quella bellezza di cosce nude di prime minigonne e camicette sbottonate, di magliette scollate e culi insaccati in jeans stretti, di tacchi alti e calze velate e reggicalze e gonne lunghe con gli spacchi e bocche con rossetti pesanti e occhi truccati e sopracciglia curate e ascelle ancora orgogliose di peli, ripensando a tutta quella bellezza che ammiravo e che sarebbe diventata poi il mio campo da gioco e d’amore – ripensandoci, adesso – posso confessare che esisteva una nuvola, unica ma enorme, che offuscava quel mio radioso futuro, e che mi angustiava parecchio: il principe da fotoromanzo.
All’epoca ero molto preoccupato, non c’è niente da ridere.

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I fotoromanzi erano la vera letteratura pop degli anni ’70/’80. Le clienti, tutte, erano avide lettrici di quelle storie a fotogrammi dove si coronavano sogni romantici di amori difficili. Il problema era che, in quelle storie così moderne, veniva alimentato il mito del principe azzurro. Liberazione sessuale o meno, quello era un mito troppo radicato nella loro visione della vita, era il punto debole attaccabile di un super eroe perfetto, l’ostacolo fatale dopo un percorso netto. Io ricordo gli sguardi di quelle donne di ogni età, e ne ricordo perfettamente ogni espressione, mentre sfogliavano quelle storie. Riconoscevo, in quegli occhi e nei respiri trattenuti, la voglia di essere le protagoniste di quegli amori, di quei baci, di quell’epica azzurra. L’amore era il loro sogno, il desiderio primo di tutte quelle donne. Ma non ero io quello che glielo avrebbe fatto assaporare, non ero io che bramavano e sognavano, quello per cui avrebbero lasciato il marito o il fidanzato in macchina ad aspettare fuori dal negozio di mia madre. Ennò.

Il principe azzurro dei loro sogni era Franco Gasparri.

Moro, alto, ben fatto, bellissimo. Non c’era nessun altro attore da fotoromanzo che gli tenesse testa. All’apice della fama, Franco menava pure Alain Delon, anche se aveva la erre moscia – cosa di cui chiedeva sempre scusa al pubblico.
Avrei dovuto odiarlo, come da copione, perché due capibranco non possono coesistere, ma segretamente mi era simpatico, anche se era più bello di me, e parteggiavo per lui in ogni fotoromanzo in cui appariva.francogasparri64 Pure Brunetta, la ragazza che lavorava da mia madre, bella mora con due tette generosissime, stravedeva per lui. Per lui e Boninsegna. Brunetta tifava l’Inter. Anche sua sorella Nicoletta tifava Inter, ma le piaceva Bordon. Ricordo che partivano i mercoledì di coppa con i loro fidanzati e seguivano la squadra dovunque. Non capivo, dall’alto dei miei pochi anni, come potessero, quei ragazzi, permettere alle fidanzate di andare a vedere giocatori di cui erano palesemente innamorate, e di cui tenevano spudoratamente i poster in camera. A volte Brunetta, quando tornava da qualche vittoriosa trasferta europea, diceva che forse Bonimba era più bello di Franco Gasparri, ma la cosa durava solo un giovedì, perché poi il venerdì tornava a sospirare sulle pagine dei fotoromanzi insieme alle clienti. A volte Brunetta mi diceva che da grande mi avrebbe sposato, nonostante Franco Gasparri e Roberto Boninsegna, e se mi lavavo i capelli in negozio era lei che me li asciugava, e questo era sicuramente un segno d’amore. Ma devi sbrigarti a crescere, concludeva. Io guardavo mia mamma per vedere se aveva sentito, come a farle intendere che stava a lei aiutarmi in quell’impresa, e mia madre ogni volta rideva e faceva sì con la testa, e diceva sempre chissà che fila di donne ci sarà che ti vorranno sposare. Io mi gonfiavo di orgoglio maschio, ché pure le clienti facevano sì con la testa e le davano ragione e mi sorridevano, e Franco Gasparri mi sembrava meno pericoloso, e certe volte ho pensato pure che saremo diventati amici e che ci saremo divisi equamente le fidanzate, perché i grandi uomini sono pure generosi.
Di regola gli ultimi colpi d’asciugatura li facevo seduto in poltrona, tre cuscini sotto il sedere e la testa dentro al casco, perché quell’aggeggio mi faceva sentire un po’ astronauta che in quel periodo erano molto di moda, con i capelli che volavano dentro lo scafandro bollente che puzzava di plastica bruciata, mentre tenevo in grembo un fotoromanzo e guardavo Franco che baciava la belloccia di turno, la baciava con la bocca tenca e gli occhi chiusi, e pensavo che un bacio così, alla Brunetta, chissà quando glielo avrei dato.

 

 

 

les nouveaux réalistes: Ivan Ruccione

Chiedi alle ceneri

di
Ivan Ruccione

Urna cineraria per alcolisti
Urna cineraria per alcolisti

Sono ancora rincitrullito dalla sbronza solenne di ieri sera, penso seduto a tavola, ma i filetti di manzo li ho cucinati alla perfezione. Tu ben cotto ed io al sangue. Tu una porcheria ed io burro, in pratica. Quante volte, quante cazzo di volte ti ho spiegato che il filetto non è un taglio che va fatto ben cotto ma oh!, nada, ben cotto l’hai sempre voluto.

Mamma non c’è, mamma fa il turno di notte, penso, papà. Meglio così. Voglio cenare con te. Io e te soli.

Vorrei riuscire a parlarti senza vergogna. Senza la paura del tuo silenzio, la paura del tovagliolo che pieghi e nascondi sotto il bordo del piatto quando qualcuno o qualcosa ti delude. Non vorrei parlarti e poi vedermi annegare nella profondità delle rughe sulla tua fronte quando non sai cosa dire.

Le parole da dirti sembrano appiccicate alle corde vocali come bandiere a mezz’asta bagnate fradice.

– Hai visto che figuraccia, l’Italia? – dico riempiendo i bicchieri. – Comunque quel bastardo di Suarez l’hanno squalificato per nove giornate con la nazionale, mi pare, più quattro mesi di allontanamento da ogni attività calcistica. Prandelli al Galatasaray, cinque milioni l’anno per tre anni. Io e te qui con un filetto ogni tre mesi.

Sorrido. Poi brindo e faccio roteare il vino dentro il bicchiere. Lo porto alle labbra, bevo un sorso. Staccandomi espiro nel vetro, col naso.

– L’ho tradita, – confesso decisamente a papà, appoggiando sulla tovaglia il bicchiere. Penetro coi rebbi della forchetta nella carne e affondo la lama del coltello.

– Cazzo pà, l’ho tradita. Ho tradito Giulia – dico sommessamente, pucciando nella salsa al pepe verde il tocco di filetto infilzato nella forchetta.

Mi ha svegliato mamma verso le undici quando ha sbattuto le ante della finestra e ha urlato: Gesù Cristo! Senti, senti che puzza di alcol!

Poi ho sentito la tapparella arrotolarsi rabbiosamente con due soli colpi di corda. Dopo il secondo strattone c’è stata una botta mostruosa che mi ha fatto trasalire dallo spavento. L’ha rotta, ho pensato, le è rimasta in mano la corda e mo la tapparella si schianta giù.

Ha preso il catino rosso dei panni che avevo messo accanto al letto e mi ha colpito tre volte. Alzati, cretino!, ha detto con tono schifato.

Schiudendo le labbra ho sentito l’odore del gin. Mi sono alzato e per un attimo sono rimasto immobile sul bordo del letto.

Ubriacone!, ha detto mamma uscendo dalla stanza, con lo stesso tono schifato.

Ho barcollato fino al bagno, ho abbassato la tavoletta e mi sono seduto. Ho appoggiato i gomiti sulle cosce. Con la mano destra ho sorretto la testa, con la sinistra ho spinto il coso all’ingiù e ho pisciato. Ho cominciato a ricostruire la serata. Sì, che fosse la festa di laurea di Giulia me lo ricordavo. Che fossimo a casa sua pure. È quando ho pensato a come e con chi fossi tornato a casa che…

– Mi hai visto. Tanto lo so che mi hai visto, – dico a papà col boccone davanti alle labbra.

Se solo non ci fossero stati i genitori di Giulia io avrei dormito da lei, con lei, penso col boccone ancora davanti alle labbra, non fossi stato così ubriaco non sarebbe successo, papà.

– Chi è?! Papà che importa “chi è”? È “chi sono?”, la domanda.

Mi ha portato a casa l’Errico, penso masticando la carne tenera come burro, sì l’Errico, lo conosci l’Errico, ma sì che lo conosci, abbiamo fatto asilo elementari medie insieme, l’Errico il figlio del meccanico di via Cavour, lui. Lui, quel mio amico là che ti avevo detto che aveva cambiato vita, che si era deciso di cambiare vita e l’immagine comune dell’amore. Ecco papà, lui, penso deglutendo.

– Mi hai visto? Papà fa’ qualcosa se mi hai visto! Batti un colpo per dire sì, fa’ qualcosa! Ti faccio schifo?

Certo che ti faccio schifo, penso mentre sorseggio nervosamente il vino rosso, mentre la mano e le labbra mi tremano, non come stanotte, no, stanotte non mi tremavano le labbra e le mani mentre io e l’Errico eravamo in macchina parcheggiati vicino casa, vicino alla rotonda dove stava la puttana che hanno ammazzato, no, non mi tremavano le mani mentre lo sentivo caldo e sodo e ritto nelle mie mani, non mi tremavano le mani mentre le sue labbra ansimavano nell’abitacolo, no, non mi tremavano le mani e le labbra come adesso, mentre sorseggio nervosamente il vino rosso, no, non mi tremavano le mani e le labbra mentre sentivo caldo e sodo e ritto e liscio il suo amore nelle mie mani, e poi caldo e sodo e ritto tra le mie labbra, no, stanotte non mi tremavano le labbra mentre aderivano al glande e la lingua  sulla corona, non mi tremavano le labbra e le mani, poi, in quel bagno agrodolce d’eccitazione.

– Mi hai visto papà? Di’ qualcosa! Ti faccio schifo? – dico, e poi prendo il mio piatto e il suo piatto e li butto nel bidone, e poi afferro mio padre, mio padre che non dice niente, mio padre che non può dire niente, mio padre che si fa portare in braccio in camera da letto, mio padre che dorme sopra il comodino, sempre accanto a mamma, mio padre che ha il cuore in cenere.

Giustizia per i nuovi desaparecidos

di Enrico Calamai

Immigrati a lampedusa
Immigrati a Lampedusa

(Igiaba Scego ci inoltra il testo dell’intervento di Enrico Calamai alla conferenza stampa che si è tenuta ieri, 10 luglio 2014, alla Camera. Calamai – ex diplomatico, durante gli anni dell’ultima dittatura argentina console a Buenos Aires, dove salvò centinaia di persone, e in seguito tra i fondatori del Comitato per la promozione e la protezione dei diritti umani – è membro del Comitato “Giustizia per i nuovi desaparecidos” che, durante la conferenza stampa, ha presentato un appello per la convocazione di un Tribunale Internazionale di opinione sui crimini perpetrati sulla pelle dei migranti viaggiatori. Qui potete leggere il testo integrale dell’appello: http://habeshia.blogspot.it. E questa è la mail del comitato: nuovidesaparecidos@gmail.com.)

E’ un fatto che negli ultimi settant’anni la comunità degli Stati ha elaborato un corpus giuridico in materia di promozione e tutela dei diritti umani, che è andato acquistando peso sempre maggiore nell’ambito del diritto internazionale. Ma è altresì un fatto che gli stessi Stati, nel loro elefantiaco funzionamento quotidiano, continuano a calpestarli. Ciò vale anche per le cosiddette democrazie avanzate del mondo occidentale e per la stessa Italia. E’ quanto accade, da troppo ormai, nei confronti di richiedenti asilo e migranti che, non dimentichiamolo, hanno anch’essi pieno titolo al rispetto dei loro diritti fondamentali e, in particolare, del diritto alla vita.

Furono gli albanesi i primi a subire increduli quel mix di astuzia, pregiudizio e forza che sarebbe culminato nell’affondamento di un loro barcone, con tutto il carico di umanità dolente, ad opera di una nave della nostra marina militare.

Ma sarebbe provenuta dal sud del mondo, attraverso l’altra sponda del Mediterraneo, mentre Bush senior vagheggiava di un nuovo ordine mondiale, la spinta che continuamente si rinnova e ancora spaventa l’Europa opulenta del nuovo millennio, al punto di farle annoverare l’immigrazione clandestina tra le principali minacce da cui difendersi, nell’ambito della politica di sicurezza comune. Ed è difficile, quando sono in alto mare o in mezzo al deserto, distinguere gli immigrati dai richiedenti asilo.

Intendiamoci, gli Stati hanno il dovere di difendere frontiere, coste e acque territoriali, specie in congiunture come quella attuale, caratterizzata da venti di guerra in Medio Oriente e ai confini dell’ex Unione Sovietica, hanno il diritto di dotarsi di leggi finalizzate al controllo dell’immigrazione, così come di stabilire accordi bilaterali con paesi di dubbia democraticità.

Da un punto di vista formale, senza entrare in questa sede nel merito dei singoli contenuti, ciascuna di queste attività normative o pattizie è lecita. Il problema sta nelle ricadute sui non cittadini che tali attività vengono ad avere nel loro insieme, quando a svolgerle di concerto sono tutti i soggetti regionali. Stiamo parlando dell’operato – anche omissivo – degli Stati europei, della stessa Unione Europea e della stessa NATO, da una parte, degli Stati africani di attraversamento, dall’altra. E, per contro, della difficoltà per un’opinione pubblica tuttora delimitata da confini nazionali, di arrivare a ricostruire il quadro complessivo.

Stiamo parlando di un combinato disposto che ha fatto del Mediterraneo e dello stesso deserto che ormai possiamo considerare come gravitante intorno, un immenso vallo, non dissimile nella sostanza dalla terra di nessuno che divideva le opposte trincee del fronte durante la I guerra mondiale, protetto da filo spinato, mine e spuntoni di ferro, per massimizzare il numero dei morti ad ogni tentativo di attraversamento. Ed è l’invalicabilità di questo argine che frantuma le ondate di disperati alla ricerca di una qualunque via di fuga, a costringerli a mettersi nelle mani degli scafisti, anzi, e dobbiamo dirlo con forza, è tutto questo che produce il lavoro sporco degli scafisti.

Non possiamo non dirci che è estremamente improbabile che un barcone possa sfuggire ai controlli incrociati continuamente in atto da parte di aerei, droni, satelliti, elicotteri, sofisticate apparecchiature radar, ecc. e che lo stesso accada per i gruppi che si avventurano nella traversata del deserto nella speranza di raggiungere il Mediterraneo. Non possiamo non dirci che esiste la possibilità almeno che vengano inquadrati, seguiti fin dall’inizio e lasciati a percorrere fino in fondo il loro calvario, nell’ambito di una strategia di deterrenza finalizzata a decimarne il numero, nell’impossibilità di sradicare del tutto il fenomeno.

La logica di quello che nei fatti è un aberrante dumping di vite umane sembra essere: ne colpisci uno, ne educhi cento o mille. Ma il fatto sorprendente è che anche se ne colpisci cento, continuano a tentare di arrivare perché privi di alternative, in fuga come sono da dittature, terrorismo, catastrofi ecologiche e miseria estrema e crisi troppo spesso da noi stessi provocate. E allora, ecco che il fronte viene spinto sempre più in là, fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento, dispersi nell’ambiente, impensabili e inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo.

Sono, in una parola, i nuovi desaparecidos, e il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in maniera che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere.

Ci dicono, adesso, che con Frontex e con Mare Nostrum vengono tutti salvati, e ben venga, ma non possiamo più illuderci, non possiamo più accettare che torni ad affiorare la sinusoide delle vittime con titoli come quelli apparsi in questi giorni: “Naufraga gommone, 70 dispersi” oppure “Nella barca a Pozzallo 45 morti”.

C’è, in tutto questo, qualcosa che rientra nella categoria dell’intollerabilità del diritto ingiusto, secondo la formula elaborata dal giurista tedesco Radbruch al termine della II guerra mondiale. Lo ha detto di recente, d’altronde, il nostro presidente del Consiglio: “l’Europa non può salvare le banche e lasciar morire madri e bambini”. Il che ammonta a riconoscere l’esistenza di responsabilità, salvo scaricarle sulle spalle altrui.

Di fronte a ventimila morti a noi sembra sia il caso di parlare di crimini di lesa umanità e, come cittadini italiani, ci aspettiamo altro che battute auto assolutorie all’inizio del semestre di presidenza europea. Con questo documento chiediamo al nostro Governo di intraprendere i passi necessari a smantellare la situazione di fatto e di diritto che è causa di tali crimini. E ci proponiamo di portare avanti un’attività d’inchiesta, affinché le eventuali responsabilità di quanto finora accaduto vadano chiarite e perseguite, con quella che dovrebbe essere l’unica, vera arma della civiltà: il diritto.

Chiediamo l’aiuto della stampa più qualificata per abbattere il muro di gomma dell’inconsapevolezza dell’opinione pubblica e avviare fin da subito un percorso di verità e giustizia. Dobbiamo interrompere questa catena infame, porre al più presto fine a un meccanismo che costantemente rimescola vittime e benessere, trasformandoci in collettività subalterna e silenziosa di una democrazia, che non può essere altro che forma vuota ove non accompagnata da autentico rispetto dei diritti umani.

“La ragione e i suoi eccessi”

Paolo Costa [Presento qui uno stralcio del capitolo introduttivo di La ragione e i suoi eccessi, uscito per la collana “Campi del Sapere” di Feltrinelli. Il suo autore, Paolo Costa, è un filosofo e si è occupato tra gli altri di Hannah Arendt e Charles Taylor. Ho letto il libro con interesse e passione, come non mi capita spesso con i lavori dei filosofi italiani contemporanei. a. i.]

di Paolo Costa

Introduzione

1.
Chiunque si occupi professionalmente di filosofia – più brutalmente: chiunque venga retribuito per “fare il filosofo” – sa che c’è un non detto che aleggia nell’aria quando si conversa con persone che non hanno nessun rapporto né professionale né episodico con la disciplina, Erving Goffman l’avrebbe definito uno “stigma”. È una domanda allo stesso tempo prevedibile e imbarazzante che suona più o meno così: “scusi l’ignoranza, ma che cosa esattamente fa un filosofo?” (Come in un film di Woody Allen, il suono delle parole conta meno dei sottotitoli che recitano: “che cosa fa di utile un filosofo?”) Continua a leggere “La ragione e i suoi eccessi”

les nouveaux réalistes: Anna Giuba

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il corpo sommerso e la lingua salvata

di

Anna Giuba

 

 

L’opaca impenetrabilità del corpo che noi avvertiamo e viviamo come la resistenza delle cose è, dunque, la precategorialità di cui parla Husserl, per il quale il corpo si dà come materia (impenetrabile, opaco, passivo) ma proprio nel suo essere tale è contemporaneamente una modalità del corpo-proprio di esperire la materia […] in me c’è dunque un’enigmatica qualità per cui la materia, costitutiva di me stesso, è — nel mio rapporto con le cose — il mio modo di esperire, la mia possibilità di vivere in mezzo all’oggettualità delle cose.
(F. Basaglia)



Nel novembre del 1993, una giovane donna sulla trentina fu portata da Parigi a Torino, una notte, in autostrada, in sole cinque ore. L’autista, neuropsichiatra, sosteneva si trattasse di “ideazione delirante”. Velocità media 200 km orari, paesaggi nudi come anime. La donna non sapeva altro se non di soffrire, ma manteneva la sua perfetta lucidità consueta. Chiedeva soltanto perché.
Una settimana dopo, venne ricoverata nel reparto psichiatrico dell’ospedale più austero e giallastro della sua città: rifiutava i farmaci. Sosteneva che le facevano perdere consapevolezza e immaginazione e li buttava nel cesso di casa. Chiedeva soltanto perché.
All’epoca, nel 1993, nei reparti psichiatrici era strana consuetudine accompagnare le diagnosi mentali con esami fisiologici: raggi x, esami ematici, etc. La giovane donna era piuttosto belloccia, e le fu riservato un trattamento particolare: fu aggiunta una visita ginecologica. Si chiese perché.
La visita si svolse in una stanza con grandi finestre opalescenti, che lasciavano filtrare luce, ma nascondevano le facce di quattro ginecologi chini sulle sue gambe spalancate. I quattro avevano altezze diverse, forme diverse, ma erano egualmente grigiastri. La giovane donna pensò ad un racconto di Kafka, ma non riusciva a ricordarne le parole esatte, perché il suo sguardo era fisso al soffitto, asciutto, senza acqua di sale. Gli occhi sbarrati chiedevano perché.
La visita durò un’ora esatta: la giovane donna ricordò soltanto i divaricatori di acciaio gelido nell’ano e nella vagina. Poi, tutto divenne opalescente come i vetri delle finestre. Scolorò. Non chiese più perché.
Per molti anni la donna non chiese nulla, fino a quando capì che per quella domanda sepolta così a lungo, non ci sarebbe mai stata una risposta, solo perché non era mai esistita una domanda.
Si chiese quando avrebbe potuto ricordare e dimenticare e ricordare e dimenticare e poi ancora ricordare e poi ancora dimenticare e poi morire. Poi si addormentò stanca, cullando la propria innocenza come fosse appena nata.

 

Vanno ascoltati, gli immigrati

di Simone Brioni

 

Questo articolo nasce in risposta a quello di Filippomaria Pontani apparso su Il Post. L’articolo di Pontani parte dall’assunto che occorra ‘raccontare gli immigrati’ dato che non lo si sta facendo bene, e quando lo si fa queste analisi ‘ricevono scarsa eco’.  ‘Raccontare gli immigrati’ sarebbe necessario per via dello stillicidio che si sta consumando sul Mediterraneo, pur essendo meno urgente della necessità di salvare gli immigrati dal mare. L’articolo propone inoltre di fare i conti con la memoria coloniale per poter davvero cambiare le modalità narrative dell’immigrazione adottate finora. Sono felice che la questione sia stata sollevata: pensare che il modo di raccontare la realtà possa contribuire a cambiarla, vuole porre l’immigrazione in un discorso più ampio, in cui non si parla solo di sbarchi, ma anche delle opportunità da parte di un immigrato o di un’immigrata di progettare una vita in un paese refrattario a riconoscere il suo capitale sociale, umano, e culturale ma pronto a sfruttare la sua potenzialità economica (e sto parlando dei discorsi che ascolto sull’autobus, non solo di ciò che leggo nei libri e nei quotidiani). Continua a leggere Vanno ascoltati, gli immigrati

Tre domande sulla scrittura (a Giulio Marzaioli e Andrea Inglese) 1

(Nell’ambito di una tesi dal titolo “Dalla prosa lirica alla prosa in prosa”, discussa da Marco Inguscio presso la facoltà di Lettere moderne presso l’Università del Salento, Giulio Marzaioli ed io siamo stati invitati a rispondere a tre medesime domande relativamente alla nostra esperienza di autori.
Pubblico di seguito lo stralcio della tesi con l’intervista a Giulio Marzaioli, cui seguirà quella mia. a. i.)

INTERVISTA A GIULIO MARZAIOLI

1) La prosa in prosa è scrittura della crisi. Siete d’accordo con una simile affermazione?

“Prose en prose” è una definizione che Jean-Marie Gleize ha coniato relativamente alla propria scrittura e che vuole significare un’inclinazione della sua opera verso l’oggettività, la documentazione, il taglio dell’inquadratura, la riduzione (o l’azzeramento) della fascinazione metaforica (tracciando così un confine rispetto alla poesia in prosa). Continua a leggere Tre domande sulla scrittura (a Giulio Marzaioli e Andrea Inglese) 1

Alcune frasi su Senza paragone di Gherardo Bortolotti, in buona parte non mie.

riou_1 di Andrea Raos

A cosa si riferisce il titolo di questo libro? Cosa, di preciso, è come, simile, affine, non diverso, diverso, non come, opposto, analogo, non proprio, distinto, dissimile, pari a, somigliante, differente, identico, paragonabile, non più di, impari a? Anche solo per stilare questa lista incompleta ho dovuto modificare più di una volta genere e caso, primo indizio dello slittamento / smottamento che di questo libro è l’unico, pericolante cardine.

Si immagini di porre di fronte alla coralità di Tecniche di basso livello (2009) un colossale, decostruente “[x è] quasi come se” – mancano, e non è un dettaglio, sia il soggetto che soprattutto la copula, il segno dell’esistenza. Allora si percepirebbe il respiro tragico di questa scrittura fittamente focalizzata sul non detto, l’inespresso, l’inafferrabile. Tutto il non concepito del mondo se ne ritrova potenziato e, al tempo stesso, recintato (non c’è niente di misticoineffabile in Bortolotti, per fortuna sua e di chi lo legge). “Recintato” nel senso di ricondotto alla realtà grammaticale dell’indicibilità al di fuori di ciò che in effetti si dice.

Uno degli “effetti di senso” più nefasti di tanta letteratura italiana, il parlare di un non meglio precisato “oltre” come se se ne stesse tacendo, si ritrova così messo fuori gioco, con una mossa tanto semplice quanto efficace.

In attesa dello “spazio esterno” (le astronavi che fugacemente appaiono in 11.01), al centro del mondo come Bortolotti ce lo espone si trova, presa in pieno da un fascio di luce nera, la realtà di un’assenza che non ha paragoni.

Gherardo Bortolotti, Senza paragone, Transeuropa, 2014, p. 64.

 

Cinque poesie

di Domenico Cipriano

Da Il centro del mondo, Transeuropa/Nuova poetica, 2014.

Cipriano, cover

La campagna (1-5)

1.

La staccionata resta fissa nello sguardo
si attarda a misurare la luce
il passo lento del veggente scruta il verde
e torna a mescolare il suono del fiume.
Siamo fatui e sorpresi da tanta calma, la notte non tarderà
ma il suono di chi non c’è si mimetizza all’aria.
Nuvole sui passi lascivi, le impronte
ci costringono a recuperare il senso della presenza:
ogni chiaroscuro e la sua ombra ci convincono
dell’eternità nascosta nelle cose.
Gli oggetti vivono nel pensiero e la musica
riprende le forme di involucri geometrici
il suo fiato è già regolare dopo l’affanno del divenire.

2.

Oggi assaporiamo il sole
tra giri di armonica e una tettoia da ricostruire
sulla casa che ondeggia ai bordi del fiume
tra i numerosi volti degli insetti
e le specie di pesci d’acqua dolce.
È come intrufolarsi nel sogno di qualcuno
che si conosce appena, liberarlo dagli incubi più profondi
e coglierne solo immagini salutari.
Un viaggio dentro il sogno che ci resta
da compiere ogni giorno
fino a che la disperazione non si piega
lasciandoci un segno del perdono.

3.

Cosa è stato delle tenebre
se ora sciogliamo tutto nella cenere
ovunque viaggiamo in spazi già vissuti,
tra il verde disteso della campagna
e le staccionate bianche che ridisegnano i contorni.
Lungo strade semideserte e disseminate di lampioni
versiamo il nostro vino che ci ha scoperti antichi
radicati alla orme scrostate nella terra
alla polvere che imprime il sole e al fango
che nasconde i vermi. Non è più tempo di agonia,
la mente ci rinomina, ci trasmette il senso di chi manca,
le loro storie camuffate nei segni impressi alle stagioni,
nel cambio degli umori all’albeggiare.

4.

Per ogni giorno di disperazione ricambiamo
con un brindisi alla memoria
perché ognuno è la prova della vita inimitabile,
ognuno rinnega il passato prima di colarci dentro.
Questa ciclica visione degli eventi
non torna mai veramente indietro
e siamo altro a ogni legaccio dell’esistenza
in ogni stanza dove anneghiamo la disperazione
o rivalutiamo la speranza. Un nuovo mondo,
una nuova esistenza per ogni parola pronunciata,
anche se riversiamo simili le croci nei cimiteri
e parliamo simili discorsi,
non restano i morsi non consumati, i volti dimenticati.

5. finale

Sono restato seduto dietro una panchina per anni
il cielo è rosso vermiglio e ricordo la tua pelle liscia
quando mi scorre il latte sulle guance.
La notte è un piedistallo e restiamo immobili solo io e te
con gli occhi che sono camaleonti
sotto la luce dei lampioni. Il verde condiziona il giorno
schiarendo le tonalità del cielo
ora che tutto è disteso e senza confini
non si vedono più le staccionate
e il buio serve solo a consolare.
Voglio consegnarmi alle distese della terra fertile
lontano dal mare che paradossalmente
è sterile ed esplora. Qui nulla ti riconosce e inganna
c’è un profumo di uva secca e muschio
una finestra per il sole, senza un confine netto
tra vivere e sperare.

les nouveaux réalistes: Stefania Hauser

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“I don’t like Mondays”

di Stefania Hauser

 

Il lunedì non è un giorno come un altro. Non che gli altri siano migliori, semplicemente il lunedì è noioso. Non so perché, ma lo penso da sempre. Di certo, lo penso da trentacinque anni e voglio sperare che a San Diego non ci sia una fottuta anima viva che l’abbia scordato. Anzi no, sono sicura, lo ricordano eccome: hanno costruito anche un monumento per non dimenticare.

Me l’hanno fatto ripetere sino alla nausea, raccontare per filo e per segno ogni secondo di quella mattina del 29 gennaio come se ci fosse granché da dire, poi, a parte che era lunedì e che dalla finestra della mia camera, come ogni giorno, potevo vedere quel mucchio chiassoso di bambini entrare a scuola, sempre gli stessi, sempre quel mucchio chiassoso di bambini delle elementari. Cosa avessero da dirsi, ogni volta, non l’ho mai capito. Forse nemmeno loro erano elettrizzati all’idea d’entrare in classe, altrimenti perché alle otto e venti erano ancora tutti fuori? A San Diego non fa mai freddo, nemmeno d’inverno, però ricordo che l’erba del prato era ghiacciata perché c’erano delle bambine che accarezzavano il prato con la stessa eccitazione con cui avrebbero toccato un istrice, se solo ne avessero mai visto uno. Io non amo gli animali, ma nemmeno li odio. Mi fanno schifo i topi: tutte dicono che qui ce ne sono ma io non ne ho mai visto uno. Scarafaggi, quelli sì: alle volte li schiaccio, altre ci gioco, altre ancora fingo di non vederli, dipende.

Ho perso il filo del discorso. Mi succede sempre, come se non potessi stare troppo tempo con lo stesso pensiero in testa. A scuola mi addormentavo, infatti. Però mi piaceva fare fotografie e ho anche vinto un premio. Adesso non ne faccio più, però sono molto brava a guidare un carrello elevatore e cose di questo genere. Non serve che lo dica, ma lo faccio lo stesso: so anche sparare. In vita mia ho avuto una sola arma, un fucile semi-automatico calibro 22, un regalo di mio padre per Natale. Avevo chiesto una radio e non me l’aspettavo proprio, anche perché quello stesso anno i servizi sociali avevano detto ai miei genitori che mi divertivo a prendere gli uccelli a pallettoni con una pistola ad aria compressa e a scuola mi avevano accusata di atti di vandalismo e furto con scasso. Dicevano anche che avevo tentato il suicidio, che ero depressa e che dovevo essere messa in uno di quegli ospedali psichiatrici, ma mio padre non gli ha creduto. Vivevo con lui, da quando i miei avevano divorziato. Io e mio padre siamo molto amici: mi viene a trovare tutti i sabati. Fa cinque ore di macchina, ogni volta. Nel 2001, quando il mio avvocato ha presentato la prima richiesta di libertà sulla parola, hanno messo agli atti che avevamo un rapporto malato: una mia dichiarazione in cui parlavo di sodomia. Resto in carcere. Di me e dei miei fratelli, a mia madre, non è mai interessato un granché. I vicini, invece, non facevano altro che impicciarsi e dicevano che molestavo i cani e i gatti del quartiere. L’ho già detto, io non odio gli animali.

I miei colori preferiti sono il rosso e il blu. Ecco perché il primo bersaglio è stato un bambino con un giubbotto blu. È stato facilissimo, avevo il mirino.

Non mi sono fermata: il Ruger ha un caricatore da dieci cartucce, al primo sparo si è ricaricato e ha armato il cane automaticamente, per cui tanto valeva continuare. L’impressione che ho avuto è che nessuno si fosse reso conto di cosa stava succedendo, però io a scuola l’avevo detto che avrei fatto qualcosa di sensazionale e che sarei finita in televisione.

Con il secondo colpo ho preso una bambina. Era davvero facile, sembrava di sparare a delle papere in uno stagno. Il lunedì ha iniziato a movimentarsi e i bambini a gridare. È uscito il preside, gli ho sparato. È uscito il custode, gli ho sparato. È arrivata la polizia: uno di loro si è precipitato dai bambini, ho sparato anche a lui.

Venti minuti. Trentasei colpi. Undici centri. Otto bambini, tre adulti. Due morti.

Avevo sedici anni ma mi hanno processato come un’adulta. Pena: da venticinque anni all’ergastolo. Ecco perché posso chiedere la libertà sulla parola.

Sono passati trentacinque anni. Non ricordo la sparatoria, ma so che sono stata io a sparare. Delle sei ore successive, sempre nella mia camera, ho parlato al telefono con qualcuno ma non ricordo cosa ho detto. Dicono che mi hanno chiesto il perché di tutto questo e che io ho risposto perché non mi piacciono i lunedì. Non sono così convinta d’averlo detto, invece mi ricordo d’avere detto che era stato divertente sparare ai bambini. Mi domando, poi, perché ci deve sempre essere un perché? Mi annoiavo, questo sì.

In carcere mi danno pastiglie per curare la depressione e l’epilessia: le prendo, non mi costa niente farlo.

Nel 2005, quando il mio avvocato ha presentato la seconda domanda di scarcerazione, è stata messa agli atti una mia nuova dichiarazione: il 29 gennaio avevo iniziato a bere birra già dalle sette della mattina e così, hanno tirato fuori il discorso della premeditazione. Durante il primo interrogatorio, ventisei anni prima, non ricordo d’averlo detto e dagli esami del sangue non risultava traccia di alcol. Nemmeno di droga, se è per questo. Il fatto è che poco tempo prima dell’udienza ho rotto con la mia compagna e con un temperino mi sono scritta sul collo coraggio e orgoglio: per me era solo un tatuaggio, ma per loro è la dimostrazione che non so gestire lo stress. Resto in carcere.

Nel 2009, quando il mio avvocato ha presentato la terza domanda di scarcerazione, ho chiesto scusa a tutti quanti. Resto in carcere.

Nel 2019, quando il mio avvocato presenterà la quarta domanda di scarcerazione, non ho proprio idea di cosa dirò.

Gli anniversari pericolosi

di Giorgio Mascitelli

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Il centesimo anniversario dello scoppio della prima guerra mondiale ha portato sui media la consueta scia di iniziative divulgative, memoriali e perfino turistiche, ma non ha dato luogo a nessun grande evento di marketing politico sul modello di altri anniversari come per esempio quelli relativi alla seconda guerra mondiale. Questa maggiore sobrietà mediatica, peraltro vantaggiosa per il pubblico perché ha consentito la realizzazione di prodotti più corretti storicamente e magari non privi di una prospettiva problematizzante,  è probabilmente spiegabile con la distanza temporale e anche culturale di quei fatti dal nostro ( eterno) presente. C’è anche da dire che la location quasi obbligata per una celebrazione di quel genere, ossia Sarajevo,  presenta troppi ricordi di guerre e devastazioni più recenti, se non nella sua struttura urbana almeno nella memoria collettiva, per poter subire quella sorta di disneylandizzazione simbolica che è necessaria per ospitare i grandi eventi contemporanei ( manifestazioni sportive, concerti rock benefici, firme di trattati e vertici internazionali).

Non è poi così strano che la prima guerra mondiale non dica molto alle attuali classi dirigenti europee e occidentali: la situazione rispetto a un secolo fa è mutata profondamente. L’Europa non è più il centro del mondo, la situazione internazionale è fluida e non caratterizzata dal confronto tra due coalizioni di stati più o meno paritetiche, nella stessa Europa ormai incapace di esprimere potenze mondiali c’è un’unica potenza regionale e comunque i grandi conflitti non avvengono più sul piano militare, ma su quello economico. Le guerre effettive sono ormai asimmetriche  e locali e di solito non vengono chiamate guerre, ma operazioni umanitarie o di polizia internazionale.

Certo a ben guardare qualche tratto simile c’è: per esempio in molti stati come la Russia e le altre nazioni dell’Europa centrorientale vi è una rinascita del nazionalismo  nelle sue forme storicamente più tipiche. Accanto a queste forme piuttosto classiche anche nei paesi più liberali si è sviluppato un’ideologia aggressiva di esportazione della democrazia e dei diritti umani, una variante del messianismo politico secondo Tzvetan Todorov, che svolge una funzione politicamente e culturalmente simile a quella che ha il nazionalismo più tradizionale nei paesi dell’ex blocco sovietico e che aveva in tutti i paesi europei nel 1914.

E’, tuttavia, nella pervicacia delle classi dirigenti di perseguire i propri obiettivi senza tenere in alcun conto le sofferenze della popolazione che si può trovare la somiglianza più preoccupante tra oggi e cento anni fa. Scriveva Keynes a commento dell’atteggiamento dei capi di governo dei quattro paesi vincitori della prima guerra mondiale in occasione del trattato di Versailles “E’ un fatto straordinario che il problema fondamentale di un’Europa affamata e disintegrantesi davanti ai loro stessi occhi fu la sola questione alla quale non fu possibile interessare i Quattro”. Pur senza richiamare situazioni così drammatiche, queste parole sembrano adattarsi perfettamente all’atteggiamento dei protagonisti delle varie trattative e dei vari vertici internazionali che dovrebbero rilanciare l’economia o salvare la pace.

Infondo è comprensibile che i protagonisti del nostro tempo abbiano una qualche remora a realizzare delle celebrazioni in pompa magna delle prima guerra mondiale: non sembra infatti che abbiano tratto molti insegnamenti da quella vicenda.  Così il centenario scorrerà senza commoventi cerimonie con i fiori, i vip e le polemiche dei leghisti e dei cinque stelle su quanto è costato il viaggio ufficiale del governo al contribuente, ma non tutto è perduto: se il 2014 non può essere usato, io non mi farei scappare il 2018.

Che so, potrebbe essere molto suggestivo firmare un bel trattato di liberalizzazione integrale di tutti i servizi pubblici in un vagone ferroviario dalle parti di Compiégne, magari l’11 di novembre.

“Il Sintomo” di Fiorentino e Mastelloni

di Ornella Tajani

Naso di cane, Scugnizzi, Vito e gli altri: è l’atmosfera fumosa, violenta e soffocante di un film poliziottesco quella evocata da Il sintomo (Marsilio, 2014), il nuovo romanzo di Francesco Fiorentino e Carlo Mastelloni. Come nel precedente Il filo del male (Marsilio, 2010), anch’esso scritto a quattro mani, la narrazione prende le mosse dall’arrivo del protagonista nel luogo natio abbandonato anni prima, in una sorta di dramma dell’eterno e imprescindibile ritorno. Continua a leggere “Il Sintomo” di Fiorentino e Mastelloni